21/03/2026, 09.03
MONDO RUSSO
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Ilja II, Kirill e cinquant'anni di storia russo-sovietica

di Stefano Caprio

La morte del patriarca che guidava la Chiesa ortodossa della Georgia dal 1977 e il cinquantesimo anniversario della consacrazione episcopale di quello di Mosca: due parabole che vengono esaltate nel "mondo russo" come "eroismo della fede che resiste all'eresia". Ma rivelano anche la continuità tra la Russia attuale e la stagione staliniana.

In questi giorni vengono ricordate due figure molto caratteristiche dell’ultimo mezzo secolo di storia, nel passaggio dall’Unione Sovietica alla Federazione russa e dall’ateismo di Stato alla rinascita religiosa. Il 17 marzo è venuto a mancare il patriarca della Georgia, Ilja II, che sedeva sul trono ecclesiastico di Tbilisi dal 1977, quando aveva 43 anni, e il 14 marzo è stato festeggiato a Mosca il cinquantesimo anniversario dell’ordinazione episcopale del patriarca di Mosca Kirill, diventato vescovo ausiliare a Leningrado nel 1976, a soli 29 anni, per poi assurgere alla sede patriarcale accanto al Cremlino nel 2009. Dalla collaborazione al regime totalitario di Leonid Brežnev fino al sovranismo tradizionalista di Vladimir Putin, dall’eredità del dittatore georgiano Josif Stalin all’attuale governo filo-russo del Sogno Georgiano, i due patriarchi hanno rappresentato lo stretto rapporto della Chiesa con lo Stato, in qualunque variante della politica dei due Paesi eurasiatici ex-neo-sovietici.

Il corpo del defunto patriarca ortodosso georgiano Ilja II è stato esposto nella cattedrale patriarcale della SS. Trinità di Tbilisi, e il Sinodo riunito sotto la guida del luogotenente patriarcale Šio Mudžiri ha deciso che la cerimonia funebre si terrà il 22 marzo nell’antica cattedrale di Sioni a Tbilisi. Mentre giungono condoglianze anche dall’estero, il teologo Mirian Gamrekelašvili spiega come il katholikos “sia riuscito a conciliare l’autorità personale con la forza istituzionale della Chiesa, creando un culto della sua stessa personalità”.

Nel messaggio di congratulazioni del Sinodo russo a Kirill si afferma che “nelle condizioni non semplici dei nostri giorni, quando il nemico del genere umano semina la divisione e l’odio reciproco, quando con la mente ottenebrata e il cuore indurito il nemico lacera la veste di Cristo [frase della preghiera per la vittoria della Santa Rus’ nella guerra], la fedeltà ai voti episcopali e patriarcali è un’autentica testimonianza dell’eroismo della fede”. Il ministero di Kirill viene esaltato come la resistenza agli scismi, alla superstizione e all’eresia, un’altra citazione presa dal rito russo di consacrazione del vescovo, che risuona secondo le profezie della Terza Roma che salva il mondo, composte per le grandi celebrazioni ai tempi dello zar Ivan il Terribile.

La liturgia per l’anniversario patriarcale ha coinciso anche con la proclamazione del Trionfo dell’Ortodossia, la domenica della quaresima ortodossa che ricorda la vittoria della venerazione delle icone contro gli eretici “iconoclasti” nel IX secolo, uno dei momenti di maggiore affermazione degli ortodossi nei confronti di tutti i nemici. Come la scorsa domenica, questa era la festa liturgica di quando il giovane ieromonaco Kirill (Vladimir Gundjaev) venne consacrato vescovo di Vyborg nella Lavra del santo principe Aleksandr Nevskij a Leningrado, la meta conclusiva del grande Nevskij Prospekt, la spettacolare via centrale della capitale del nord con i grandi palazzi nobiliari e le chiese scenografiche del barocco russo pietroburghese.

Gundjaev era figlio di una guardia del corpo di Stalin, e poco dopo la sua ordinazione sacerdotale era diventato il rettore dell’Accademia Teologica riaperta proprio dal dittatore, subito dopo la vittoria della Grande Guerra Patriottica. Da giovane monaco negli anni Sessanta accompagnava nei viaggi all’estero il metropolita Nikodim (Rotov), il punto di riferimento della Ostpolitik vaticana nei rapporti con la Russia sovietica, con la partecipazione al Concilio Vaticano II in cui si evitò la condanna del comunismo e si aprì un intenso dialogo ecumenico tra Roma e Mosca. Nikodim e Kirill soggiornavano abitualmente al Collegio Russicum di Roma, aperto nel 1931 per tentare una “missione russa” dei cattolici per salvare il cristianesimo dalla persecuzione ateista, e da vescovo e metropolita Kirill ha continuato a frequentare il collegio dei gesuiti fino al periodo conclusivo della storia sovietica, quando le relazioni si interruppero a causa delle rivolte in Ucraina dei greco-cattolici, condannate da Kirill e sostenute invece dal papa polacco Giovanni Paolo II.

Il metropolita più filo-occidentale e filo-cattolico della storia russa è poi diventato il primo patriarca a incontrare e abbracciare fraternamente il papa di Roma Francesco all’Avana nel 2016, ma allo stesso tempo è stato il primo grande ispiratore del sovranismo religioso dello zar Putin, assecondandolo nella interpretazione aggressiva e apocalittica dell’ultimo ventennio. Il dialogo ecumenico si era interrotto ufficialmente nel 1997, proprio su ispirazione del defunto patriarca georgiano, che all’Assemblea delle Chiese d’Europa convocata a Graz dichiarò che la Chiesa di Tbilisi considerava l’ecumenismo “un’eresia”, posizione assunta poi anche dai russi. Proprio Kirill fece interrompere le trattative che avrebbero dovuto realizzare il primo incontro tra il papa e il patriarca a Vienna dopo il consesso ecumenico, evitando così di essere preceduto dall’allora patriarca Aleksij II, che lui stesso aveva fatto eleggere nel 1990 al posto del metropolita di Kiev, Filaret (Denisenko), iniziando lo scisma con l’Ucraina che ha ispirato la guerra attuale.

Le scelte di politica ecclesiastica di Kirill, formatosi alla scuola del Kgb negli anni brezneviani e nella stessa generazione di Vladimir Putin, hanno attraversato le varie fasi del regime dalla stagnazione brezneviana alla perestrojka gorbacioviana, diventando poi il “metropolita oligarca” negli anni di Boris Eltsin che trafficava in alcolici e sigarette, e infine uno dei grandi ideologi della restaurazione imperiale putiniana. Cinquant’anni di rivolgimenti politici, economici, tecnologici e sociali in Russia e nel mondo intero, ma Kirill è ancora in sella al cavallo patriarcale-imperiale, dimostrazione vivente di un “mondo russo” che si trasforma in continuazione per rimanere sempre uguale a sé stesso, in sospeso tra Oriente e Occidente.

E davvero la Russia di oggi diventa sempre più simile a quella sovietica di Stalin e Brežnev, con le sue interminabili misure repressive che si formulano non soltanto nell’arresto e detenzione dei dissidenti, nella censura ad ogni espressione artistica e culturale, e in questi giorni nella forma più odiosa e insopportabile di imposizione, alle generazioni ormai dipendenti dalle connessioni e dalle applicazioni digitali. Da mesi è in atto la sospensione dell’internet mobile in tutte le regioni della Russia, e ora la misura si applica anche nelle capitali di Mosca e San Pietroburgo e nelle grandi città “per ragioni di sicurezza”. Ancora più urtante per la popolazione è la decisione di bloccare il messenger Telegram, l’unica “finestra di libera comunicazione” ancora a disposizione degli utenti generici e in particolare per i militari al fronte ucraino, che si stanno lamentando in maniera sempre più stizzita.

Come commenta Evgenij Dobrenko, editorialista di Radio Svoboda, “gli storici discuteranno a lungo su come sia stato possibile che la Russia sia giunta alla condizione attuale”, dopo aver vissuto i grandi cambiamenti e lo sviluppo irruente degli anni post-sovietici, sulle ali delle speranze di una vita di libertà e benessere come mai era accaduto nella storia russa, “o forse ce lo siamo soltanto sognato”, si chiede il politologo. Ora invece “ci siamo ritrovati nella solita palude di squallida schiavitù, lealtà ufficiale, autocensura e paura opprimente”. Ricordando diversi eventi, egli afferma che “alcuni indicheranno la sparatoria in parlamento del 1993 come il punto di non ritorno, altri la costituzione super-presidenziale, altri ancora le elezioni truccate, e altri ancora l'errore fatale nella scelta del successore... Mi sembra, tuttavia, che la decisione fatidica che ha determinato l'intero corso della storia russa moderna, sia stata presa proprio nel momento della nascita del nuovo Paese, quando la Federazione Russa si è dichiarata legittima erede dell'Unione Sovietica”.

La scelta di perpetuare l’immagine storica della Russia è stata proprio quella di conservare l’immagine di superpotenza imperiale, ispirata dal Concilio giubilare del 2000 in cui l’ancora metropolita Kirill fece approvare il documento sulla “Dottrina sociale della Chiesa russa”, il vero programma politico del nuovo presidente Putin. La “verticale del potere” putiniana ha quindi eliminato ogni forma di autonomia sociale e politica, asservendo anche gli oligarchi nella lealtà alla politica dello Stato, incarcerando o esiliando coloro che non si assoggettavano. La Russia è stata affidata agli organi di sicurezza e di forza, eredi del Kgb sovietico, unica struttura sopravvissuta al crollo dell’impero insieme alla Chiesa ortodossa.

La Russia attuale ricorda una vecchia battuta dei tempi sovietici secondo cui, qualunque cosa si cerchi di costruire, si finisce sempre per ritrovarsi con un fucile d'assalto Kalašnikov. Se uno storico dell'Urss dovesse stilare un elenco delle varie iniziative legislative, proibitive, politiche, ideologiche, educative e culturali adottate in Russia nell'ultimo decennio, e soprattutto negli ultimi quattro anni, e confrontarle punto per punto con le pratiche sovietiche, rimarrebbe sbalordito dalle somiglianze. In sostanza, consapevolmente o inconsapevolmente, il sistema attuale sta ricreando il modello sovietico di governo, istruzione, cultura e così via, quasi a partire dalle cellule staminali. Questo processo “è ormai irreversibile”, commenta Dobrenko, poiché “il Paese ha ripreso un percorso già attraversato e prevedibile”. Basandosi sulla mitologia sovietica della grandezza imperiale, della "giustizia sociale" e di un "senso di profonda soddisfazione popolare", a malapena ci si ricorda com'era una volta, e non ha più alcun senso ricordare fin dove ha portato.

Ancora un anniversario è stato ricordato nei giorni scorsi, quando settant’anni fa, il 25 febbraio 1956, il segretario del partito Nikita Khruscev presentò in seduta segreta del XX Congresso del Pcus la relazione “Sul culto della personalità e le sue conseguenze”, denunciando i crimini di Stalin. Kirill aveva allora 10 anni, e Putin soltanto 4, consacrando poi l’intera vita a restaurare il culto della Russia. Per ricordare quell’evento, nei giorni scorsi è stato radunato il Consiglio superiore storico-militare, presieduto dall’ideologo super-putiniano Vladimir Medinskij, affermando che le repressioni staliniane furono “necessarie per sconfiggere i traditori e le quinte colonne alla vigilia della guerra”, che si è poi conclusa con la grande Vittoria, in questo modo riabilitando Stalin, il patriarca georgiano dell’impero russo.

 

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