14/10/2010, 00.00
THAILANDIA – MYANMAR
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Immigrati birmani: vittime di sfruttamento e abusi, per la crescita dell'economia thai

di Weena Kowitwanij
Da oltre un mese 500 lavoratori protestano perché vittime di proteste e intimidazioni. Essi non ricevono lo stipendio e hanno subito la confisca dei documenti. Alla regolarizzazione, si aggiunge il problema legato all’educazione dei figli, spesso costretti a tornare nel Paese d’origine. L’opera della Chiesa cattolica con gli immigrati della provincia di Samut-Sakom.
 Bangkok (AsiaNews) – Potrebbe risolversi a breve il contenzioso fra un gruppo di migranti birmani e il proprietario di una azienda di pesca, nel nord-est della Thailandia. I lavoratori protestano da oltre un mese contro episodi di violenza e intimidazioni, unite al mancato pagamento dei salari e alla confisca dei documenti. La vertenza dei 500 lavoratori birmani riapre la questione legata ai diritti dei lavoratori nel regno thai: il 5 settembre scorso 500 immigrati birmani, dipendenti della Dechapanich Fishing Net Factory, nella provincia di Khon Kaen, hanno avviato una battaglia serrata contro il padrone dell’azienda, colpevole di aver sequestrato i documenti di identità e non aver pagato gli stipendi. A questo si aggiunge il licenziamento “senza giusta causa” di cinque birmani, ai quali non sono stati nemmeno restituiti i documenti che avrebbero garantito almeno la libertà di spostamento. Della vicenda si è interessato anche il governo centrale e, nelle prossime ore, la vertenza potrebbe risolversi con esito positivo.
 
Il lavoro degli immigrati è uno degli elementi chiave della crescita economica registrata dalla Thailandia negli ultimi anni. Provenienti da Laos, Cambogia e Myanmar, i lavoratori a basso costo – legali e illegali – hanno soddisfatto le esigenze degli imprenditori, in un’ottica di contenimento dei costi. Tuttavia, restano ancora molte questioni irrisolte sui diritti di base degli immigrati, fra cui il salario minimo, l’educazione e l’istruzione, la confisca dei documenti come arma di ricatto e la sicurezza sul lavoro. Per i lavoratori birmani la questione si fa ancora più delicata perché – in molti casi – essi fuggono da una dittatura militare, che arresta e punisce con durezza qualsiasi forma di dissenso. Un funzionario del Dipartimento thai del lavoro conferma le difficoltà dei lavoratori migranti birmani, la cui economia “non è stabile a causa dei problemi politici”. Titikamol Sukyen, esperto del mondo del lavoro, centra l’attenzione sulla provincia di Samut-Sakom (Thailandia centrale), crocevia dell’industria del pescato e quindi in grado di attirare masse di immigrati: “al momento ve ne sono centinaia di migliaia, fra regolari e irregolari”.
 
Ad AsiaNews Narong Phayongsak, un lavoratore immigrate birmano, spiega che “i thailandesi pensano che rubiamo loro opportunità di impiego e carriera”. Tuttavia, egli replica che “noi facciamo lavori di bassa manovalanza, che i thai non vogliono fare”. E aggiunge: “per il datore di lavoro, l’opera di un birmano è pari a quella di tre cittadini thai”. Questo, conclude Narong, non basta però a garantire al lavoratore immigrato “il salario minimo, percepito dai thai”. Pichit Nilthongkaum, funzionario di Samut-Sakom, sottolinea l’impegno del governo a favore dei migranti, per garantire loro la cittadinanza e farli emergere “dalla condizione di anonimato e illegalità”.
 
Secondo le ultime stime vi sono circa 120mila lavoratori birmani nella provincia di Samut-Sakom. Nei prossimi due anni, si dovrebbe arrivare alla regolarizzazione di altri 6 o 700mila immigrati, perché potranno chiedere permessi come autisti e non saranno vincolati alla permanenza nei centri di raccolta e ospitalità. Regolarizzare la posizione, tuttavia, non basta perché emergono altri problemi: fra questi l’educazione dei figli degli immigrati, in una realtà in cui nascono ogni giorno fino a cinque bambini.
 
Sompong Sakaew, coordinatore della ong RakThai Foundation, spiega il dilemma che devono affrontare i lavoratori: rimandare i figli in patria, in Myanmar, perché possano studiare, oppure avviarli fin da piccoli al mondo del lavoro, privi di istruzione. Un’alternativa agli immigrati viene però offerta dalla Chiesa cattolica thai, da sempre attenta alle problematiche della società. Fra i numerosi esempi vi è la parrocchia di Sant’Anna, situata nei presi della comunità di migranti birmani e guidata da p. Theraphol Kobvitthayakul, parroco e direttore dell’ospedale di Sant’Anna. “Il centro – spiega il sacerdote – ha garantito a oltre 100 bambini, fra i 3 e i 12 anni, un programma scolastico annuale e gratuito, incentrato soprattutto sulla lingua thai e birmana”. L’impegno dei cattolici è mirato anche alla formazione dei figli degli immigrati, perché imparino a “essere persone buone”. Esso si è sviluppato grazie all’opera di volontari della parrocchia, che vogliono dedicare parte del loro tempo ai figli degli immigrati.   
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