In Manipur il censimento è il nuovo fronte della guerra etnica
Migliaia di persone in piazza chiedono di rinviare il censimento 2027 fino all’aggiornamento del Registro nazionale dei cittadini, che per la maggioranza Meitei è uno strumento contro l’immigrazione illegale dal Myanmar, mentre per la minoranza Kuki-Zo rischia di trasformarsi in un mezzo di esclusione politica e sociale. Irrisolto il conflitto etnico esploso nel 2023, aggravato dalla competizione per il controllo del terra e delle rotte transfrontaliere.
Imphal (AsiaNews) - Migliaia di persone sono scese in piazza a Imphal ieri per chiedere che il censimento nazionale previsto per il 2027 non venga effettuato in Manipur prima dell’aggiornamento del Registro nazionale dei cittadini (NRC). Il governo locale ha risposto rilanciando un appello alla riconciliazione con la comunità Kuki-Zo, ancora profondamente segnata dalle violenze etniche degli ultimi tre anni, ma le violenze tra gruppi etnici in realtà continuano e si stanno ulteriormente complicando.
La manifestazione, organizzata da un gruppo chiamato CSOs Kangak, chiedeva “NRC First, Census Later” (“Prima il Registro dei cittadini, poi il censimento”). I manifestanti hanno chiesto al governo centrale di Delhi di sospendere la pubblicazione dei dati demografici del censimento e di non procedere alla ridefinizione dei collegi elettorali finché non sarà completato un Registro nazionale dei cittadini basato sui dati del censimento del 1951.
Secondo gli organizzatori, il censimento rischierebbe di alterare gli equilibri demografici e dello Stato senza aver prima identificato quelli che vengono considerati immigrati irregolari, tema particolarmente sensibile nel Manipur, dove una parte della popolazione Meitei, che è maggioritaria e vive perlopiù nella valle di Imphal, ritiene da anni che l’immigrazione dal Myanmar abbia modificato la composizione etnica delle aree collinari, dove vivono perlopiù le comunità Kuki-Zo (circa il 16-20% della popolazione) e Naga (circa il 24% della popolazione), che invece si concentrano sulle aree collinari.
Proprio il Myanmar rappresenta uno dei nodi della crisi. La lunga frontiera, attraversata negli ultimi anni da decine di migliaia di persone in fuga dalla guerra civile scoppiata dopo il colpo di Stato del 2021, è diventata uno degli argomenti principali in Manipur. In diverse aree del Myanmar la situazione è fuori controllo perché gruppi armati etnici combattono da decenni in alcuni casi contro il governo centrale per una maggiore autonomia nelle loro aree.
Il confine tra India e Myanmar è in gran parte un'eredità del periodo coloniale britannico. Quando i due Paesi ottennero l'indipendenza, nel 1947 e nel 1948, divenne un confine internazionale che divise popolazioni appartenenti alle stesse etnie, rimaste a vivere su entrambi i lati della frontiera. Lo stesso Manipur, per esempio, si è unito all’India nel 1949, due anni dopo della partizione tra India e Pakistan e della nascita dei due Stati. Nel corso dei decenni successivi ogni comunità etniche ha dato vita a proprie organizzazioni armate (anche se in loco vengono chiamati “volontari” che hanno lo scopo di proteggere i villaggi), in maniera non dissimile da quanto avvenuto in Myanmar.
La richiesta presentata ieri dai manifestanti è stata respinta con forza dalla comunità Kuki-Zo, che considera il ricorso al NRC uno strumento discriminatorio. Per molti esponenti della minoranza, in larga parte cristiana, una procedura fondata sulla produzione di documenti storici rischierebbe infatti di colpire proprio le famiglie che hanno subito le conseguenze più pesanti delle violenze scoppiate tre anni fa.
Il conflitto ha finora provocato oltre 250 morti, secondo i dati ufficiali, e costretto più di 60mila persone ad abbandonare le proprie case, creando una delle più gravi crisi interne dell’India degli ultimi anni. Migliaia di sfollati vivono ancora oggi in campi di accoglienza temporanei, spesso senza documenti d’identità, certificati di proprietà e altri atti necessari a dimostrare la propria cittadinanza. Una situazione sempre più comune anche in altri Stati nord-orientali dell’India.
In diversi Stati governati dal BJP, il partito al potere anche a livello centrale, si sono moltiplicate le campagne di espulsione rivolte soprattutto contro immigrati bengalesi musulmani, accusati di essere entrati illegalmente dal Bangladesh anche quando sono cittadini residenti indiani. Il timore, in questo caso, è che si crei la stessa situazione con gli sfollati Kuki, che però rischiano di essere espulsi verso il Myanmar, un Paese in cui dal 2021 è in corso un brutale conflitto civile.
I leader Kuki-Zo sostengono che chiedere oggi agli sfollati di presentare documentazione risalente al 1951 rappresenterebbe un ostacolo insormontabile. Se le richieste della maggioranza Meitei venissero accolte, cittadini indiani di etnia Kuki rischiano di essere esclusi dal registro semplicemente perché non in possesso dei documenti richiesti, ritrovandosi coinvolti in contenziosi amministrativi o addirittura rischiando di essere classificati come immigrati irregolari. Una situazione che rispecchierebbe quello che già succede nel vicino Assam.
La tensione sulla questione è cresciuta anche dopo l’incontro, svoltosi tra il 5 e il 7 luglio a New Delhi, tra una delegazione del Manipur e il Registrar General e Census Commissioner dell’India, responsabile del censimento nazionale. Il nuovo primo ministro del Manipur, Yumnam Khemchand Singh, che appartiene alla maggioranza Meitei, ha tentato di rilanciare il dialogo tra le comunità. Durante una visita nel distretto di Kangpokpi, roccaforte della popolazione Kuki-Zo, ha richiamato il principio del “perdonare e dimenticare” come base per costruire una pace duratura. Il capo del governo ha incontrato alcuni rappresentanti delle Chiese cristiane locali, che gli hanno consegnato un memorandum chiedendo un’indagine sull’uccisione di tre pastori durante le violenze e la fine del blocco economico che continua a penalizzare diverse aree della regione. Rivolgendosi ai manifestanti, Singh ha affermato che il protrarsi del conflitto sta colpendo soprattutto le nuove generazioni, cresciute in un clima di divisione e sfiducia reciproca.
Le sue parole, tuttavia, difficilmente basteranno a superare una frattura che resta profonda. Già a novembre dello scorso anno alcuni gruppi Kuki armati radicali avevano proposto al governo centrale indiano di creare un Territorio dell'Unione (una delle tante divisioni amministrative dell’India) solo per la comunità Kuki-Zo, che a differenza dei Meitei rientra tra i gruppi tribali tutelati dalla Costituzione, di cui però dovrebbero far parte anche i distretti a maggioranza Naga.
Oggi, infatti, il conflitto esploso nel maggio 2023 non può più quindi essere letto semplicemente come uno scontro tra la maggioranza Meitei e la minoranza Kuki-Zo. Da febbraio di quest’anno sono aumentate le violenze tra Kuki e Naga, che già negli anni ‘90 si erano scontati, causando almeno 1.500 morti secondo alcune stime. I combattimenti contribuirono a modificare gli equilibri demografici di diverse aree di confine, compresa Moreh, importante città commerciale al confine con il Myanmar. Una parte dei gruppi Naga ritiene di aver perso allora il controllo di un nodo strategico per gli scambi transfrontalieri, con annesse fonti di reddito.
Il governo di Delhi, che dalla fine degli anni ‘90 al 2015 ha firmato diversi trattati di pace temporanei con i diversi gruppi armati delle varie comunità, non ha mai trovato una vera soluzione politica alle tensioni, tanto meno al conflitto esploso nel 2023, ma sta semplicemente continuando a tenere separati i gruppi armati delle diverse comunità, ancora separati da posti di blocco e zone cuscinetto presidiate dalle forze di sicurezza, mentre alcune milizie armate hanno il controllo di fatto su altre parti di territorio, dopo che 6mila armi sono state sottratte dagli arsenali della polizia a maggio 2023.
Il conflitto è diventato quindi una complessa competizione per il controllo del territorio, delle risorse e delle principali vie di commercio verso il Myanmar, da cui passano anche traffici illeciti, soprattutto di legname, armi e droghe, di cui l’ex Birmania è il principale produttore mondiale. Secondo uno studio del 2025, il traffico di stupefacenti in Manipur ha visto un importante aumento a partire dal 2020 (quando nello Stato è salito al potere il BJP), al punto da superare l’economia legale dello Stato. Ma a essere coinvolti nel commercio illegale, continua il rapporto, sono “politici di alto livello, membri dell’esercito e gruppi indipendentisti”.
25/04/2026 10:20





