15/04/2026, 10.16
ALGERIA-VATICANO
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'Io algerina nata negli anni del terrore e le giornate con papa Leone'

di Miriam Hassina

Il pontefice lascia oggi l'Algeria per raggiungere il Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa. La testimonianza di una giovane cresciuta in Italia che ha voluto essere presente ad Algeri per vivere insieme al suo popolo questo storico evento. "Tra la folla tutti dicevano: è un segno di unità tra cristiani e musulmani. Abbiamo visto che i cambiamenti nascono in un modo discreto, ma reale".

Algeri (AsiaNews) - Papa Leone XIV si congeda questa mattina da Algeri per partire alla volta del Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa. Lo fa dopo due giornate intense che hanno lasciato un segno profondo nel popolo algerino. Lo racconta questa testimonianza inviataci da Miriam Hassina, una giovane di origini algerine cresciuta in Italia, che da MIlano è voluta andare in questi giorni nel Paese delle sue radici per vivere in prima persona tra la gente dell'Algeria l'incontro con il papa.   

Due mesi fa, quando una cara amica mi ha detto che il papa avrebbe inaugurato il suo viaggio apostolico in Africa partendo dall’Algeria, ho faticato a crederci. Per chi come me è nato negli anni del cosiddetto “decennio nero”, segnato dal terrorismo degli anni Novanta, l’idea che, trent’anni dopo, un Pontefice sarebbe arrivato ad Algeri aveva qualcosa di impensabile.

Sono nata in Algeria, ma cresciuta a Milano, dove i miei genitori si sono conosciuti e hanno costruito la loro vita. Il Paese delle mie origini è rimasto a lungo una distanza più che un luogo, anche per le difficoltà legate ai visti difficili da ottenere. Questa volta, però, era diverso: la portata dell’evento rendeva difficile restare altrove.

Così ho deciso di partire. Anche solo per tre giorni. Già all’aeroporto ho percepito un’atmosfera insolita, fatta di preparativi e di attesa, simile a quella che precede l’arrivo di un parente da lontano.

Arrivata in città, questa impressione ha trovato conferma. Le strade ripulite, i quartieri sistemati, i racconti entusiasti di chi vive ad Algeri restituivano l’immagine di una città pronta. Non si trattava solo di accogliere una visita istituzionale, ma qualcuno atteso da tempo.

Lungo le principali vie sventolavano chilometri di bandiere della Santa Sede accanto a quelle algerine, un messaggio di unità impossibile da non notare. La sicurezza era capillare, con migliaia di poliziotti e militari presenti: più che tensione, si percepiva il desiderio condiviso che tutto si svolgesse nel migliore dei modi.

Fin dai primi gesti, papa Leone XIV ha segnato il tono della visita. La scelta di recarsi al Maqam Echahid, il monumento ai martiri della guerra d’indipendenza del 1962, è stata letta come un segno di profondo rispetto per la storia del Paese. Ancora più significativo il suo saluto iniziale, “As-salamu alaykum” - la pace sia con voi.

A fare da cornice all’intera giornata è stata una pioggia fitta e inusuale per Algeri. Le strade si sono riempite d’acqua, gli spostamenti si sono fatti più lenti, ma la pioggia non ha disperso la folla. Al contrario, ne ha messo in luce la determinazione.

Salendo verso Notre-Dame d’Afrique, la basilica che domina la città e che ha ospitato l’ultimo appuntamento della giornata, si incontravano gruppi di giovani pellegrini, bagnati ma decisi a raggiungere la meta. Ad attendere il Papa c’erano centinaia di persone: algerini, lavoratori stranieri, studenti provenienti da diversi Paesi africani.

Alla domanda sul perché fossero lì, la risposta ricorreva con sorprendente semplicità: “Questo viaggio è un segno di unità tra cristiani e musulmani”. Parole che, nel contesto algerino, assumono un significato particolare. Il decennio di violenze tra il 1992 e il 2002 ha segnato profondamente il Paese, con migliaia di vittime, musulmane e cristiane, tra cui anche i diciannove martiri beatificati a Orano nel 2018.

Nonostante la pioggia fitta mettesse alla prova chiunque, nessuno sembrava voler andare via. Ognuno aveva una ragione per essere lì: chi era arrivato da una regione lontana dell’Algeria, musulmani invitati da amici e colleghi cristiani, chi semplicemente non voleva perdere un’occasione percepita come storica.

Molti, tra cui io stessa, sono rimasti all’esterno della Basilica senza riuscire a seguire pienamente le parole del Papa, a causa delle condizioni e dei problemi tecnici. Eppure, questo non ha tolto senso a ciò che si stava vivendo.

Ciò che è emerso con più chiarezza è che, in un Paese segnato da una storia complessa come l’Algeria, questa giornata ha lasciato intravedere qualcosa di essenziale: i cambiamenti nascono nel tempo, spesso in modo discreto, ma reale.

Quando sono nata, tutto questo era difficile anche solo da immaginare. Oggi, invece, ne sono stata testimone.

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