03/06/2026, 10.41
ISLAM
Invia ad un amico

L'avanzata della 'modest fashion' tra le donne musulmane

di Giuseppe Caffulli

Secondo il rapporto State of the Global Islamic Economy la spesa dei consumatori musulmani per l'abbigliamento dovrebbe raggiungere i 433 miliardi di dollari entro il 2028. Una crescita sostenuta dall'espansione demografica delle popolazioni musulmane ma anche dall'emergere di una nuova generazione di consumatrici giovani, istruite e attente ai linguaggi della moda contemporanea.

Milano (AsiaNews) - La chiamano modest fashion, moda modesta. Un'espressione che, soprattutto in Europa, viene spesso associata all'abbigliamento femminile ispirato ai principi dell'Islam, ma che oggi descrive un fenomeno molto più ampio: un universo creativo che unisce eleganza, copertura del corpo, identità culturale e nuove forme di consumo. La consacrazione più recente è arrivata da Parigi, capitale mondiale della moda, dove nell'aprile scorso (dal 16 al 18) si è svolta la prima edizione della Paris Modest Fashion Week, ospitata nelle sale storiche dell'Hôtel Le Marois, a pochi passi dagli Champs-Élysées.

Per tre giorni influencer, giornalisti, buyer e professionisti del settore hanno assistito alle sfilate di circa trenta marchi provenienti da oltre venti Paesi. In passerella sono apparsi completi sartoriali in satin ricamato, abiti lunghi dalle linee fluide, silhouette strutturate e reinterpretazioni contemporanee dell'abbigliamento tradizionale musulmano. Tra le immagini più discusse, quella proposta dal marchio francese Soutoura: un abito in denim accompagnato da un passamontagna all'uncinetto decorato con cristalli, evocazione stilizzata del niqab, il velo integrale vietato in Francia dal 2010.

La scelta di Parigi non è casuale. In un Paese che da anni discute sul rapporto tra spazio pubblico, laicità e simboli religiosi, ospitare una manifestazione dedicata alla modest fashion assume un significato che va oltre la semplice promozione commerciale. Gli organizzatori di Think Fashion, la società che da oltre un decennio cura il circuito internazionale delle Modest Fashion Week, parlano apertamente di un segnale di maturità del settore: la moda modesta non è più una nicchia periferica, ma una componente sempre più visibile dell'industria globale.

I numeri sembrano confermarlo. Secondo il rapporto State of the Global Islamic Economy elaborato da DinarStandard, la spesa dei consumatori musulmani per l'abbigliamento dovrebbe raggiungere i 433 miliardi di dollari entro il 2028. Una crescita sostenuta dall'espansione demografica delle popolazioni musulmane, dalla diffusione dei social media e dall'emergere di una nuova generazione di consumatrici giovani, istruite e attente ai linguaggi della moda contemporanea.

I brand globali e le influencer

Negli ultimi dieci anni i grandi marchi internazionali hanno osservato con crescente interesse questo mercato. Tra il 2014 e il 2018 brand come DKNY, Tommy Hilfiger, Michael Kors, Mango e H&M hanno lanciato collezioni dedicate al Ramadan o ai consumatori del Golfo Persico. Inizialmente si trattava di iniziative limitate a specifiche aree geografiche; successivamente molte delle caratteristiche estetiche associate alla modest fashion sono entrate nel linguaggio della moda mainstream. Orli lunghi, colli alti, sovrapposizioni e volumi ampi hanno conquistato le passerelle internazionali, contribuendo a ridefinire i canoni dell'eleganza contemporanea.

Un ruolo decisivo è stato svolto dalle influencer musulmane, che hanno costruito comunità digitali globali molto prima che il lusso comprendesse il potenziale economico di questo segmento. Figure come Dina Torkia, Ascia Al Faraj e Maria Alia hanno trasformato Instagram e YouTube in piattaforme di rappresentazione e dialogo culturale, aprendo la strada a una presenza più strutturata delle donne musulmane nel sistema della moda.

Dietro il successo della modest fashion (che per ora si rivolge a una fascia sociale medio-alta) c'è però una storia che affonda le radici nella trasformazione sociale in atto in molti contesti del Medio Oriente. Per decenni l'abaya è stata percepita soprattutto come un indumento funzionale, caratterizzato da linee essenziali e dal tradizionale colore nero. Nata come mantello destinato a garantire riservatezza e protezione negli spazi pubblici, essa è diventata nel tempo uno dei simboli più riconoscibili dell'identità femminile della Penisola Arabica. Negli ultimi vent'anni, soprattutto nelle grandi città saudite ed emiratine, le nuove generazioni di stiliste hanno iniziato a reinterpretarla come un vero e proprio oggetto di design. Ricami, tagli innovativi, tessuti pregiati e riferimenti alla moda internazionale hanno progressivamente trasformato questo capo in una tela creativa sulla quale esprimere personalità, appartenenza culturale e sensibilità estetica.

Un esempio emblematico di questa trasformazione è rappresentato dalla stilista saudita Israa Allaf, fondatrice del marchio The Untitled Project. Nato dal desiderio di offrire alle donne saudite capi che riflettessero la loro individualità, il brand reinterpreta l'abbigliamento tradizionale attraverso stampe contemporanee, palette cromatiche sofisticate e silhouette sperimentali. Allaf definisce il proprio lavoro come una fusion culture, una cultura della contaminazione che riflette la complessità della società saudita contemporanea, sospesa tra radici profonde e apertura globale.

Gli interrogativi culturali

La crescita del comparto pone anche interrogativi culturali. Molte professioniste del settore sottolineano il rischio che la moda modesta venga trasformata in una semplice tendenza estetica, separata dalle comunità che l'hanno originariamente sviluppata. Il dibattito riguarda soprattutto l'Europa, dove il velo e altri simboli religiosi continuano a essere oggetto di controversie politiche e sociali. Per molte donne musulmane, infatti, la modest fashion non rappresenta soltanto una scelta di stile, ma un'espressione identitaria che intreccia fede, cultura e autonomia personale.

Fino a pochi anni fa era naturale immaginare che il cuore della modest fashion internazionale battesse tra Dubai, Abu Dhabi, Riyadh, Gedda, Istanbul o Jakarta. In queste città si sono sviluppati i principali eventi del settore, le piattaforme commerciali e le reti professionali che hanno contribuito alla crescita del mercato globale. Le settimane della moda dedicate al settore, gli showroom permanenti, i grandi centri commerciali del Golfo e le fiere specializzate rappresentavano il punto di incontro privilegiato tra designer, investitori, influencer e compratori provenienti da Asia, Africa ed Europa.

Oggi il quadro geopolitico del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale è profondamente cambiato. Le guerre e le tensioni che attraversano la regione — dal conflitto di Gaza alle instabilità che coinvolgono il Mar Rosso e altre aree strategiche — hanno inevitabilmente modificato le dinamiche degli scambi e degli eventi internazionali. Pur restando il Golfo il principale motore economico del settore, molte realtà culturali e imprenditoriali cercano sedi capaci di garantire massima visibilità globale e una più ampia partecipazione internazionale.

In questo scenario, Parigi offre qualcosa che poche altre città possono garantire contemporaneamente: il prestigio simbolico della capitale mondiale della moda, una consolidata infrastruttura per gli eventi internazionali e la possibilità di presentare la modest fashion a un pubblico globale, al di fuori delle dinamiche regionali. La scelta francese assume così anche un valore culturale: portare nel cuore dell'Europa un linguaggio estetico nato in gran parte tra Medio Oriente e Sud-est asiatico e inserirlo stabilmente nel dibattito internazionale sulla moda contemporanea.

La prima Paris Modest Fashion Week ha mostrato come questo universo sia ormai entrato stabilmente nel panorama globale della moda. Non più fenomeno marginale o esclusivamente religioso, ma industria culturale ed economica capace di generare creatività, occupazione e nuove forme di rappresentazione. Dietro gli abiti che hanno sfilato nelle sale dorate dell'Hôtel Le Marois si intravede infatti qualcosa di più profondo: il tentativo di conciliare tradizione e contemporaneità, appartenenza e innovazione, in una delle trasformazioni più significative della cultura e delle tendenze sociali del XXI secolo.

TAGs
Invia ad un amico
Visualizza per la stampa
CLOSE X
Vedi anche
Lo stilista che unisce le comunità del Manipur alla Settimana della moda di Milano
27/02/2025 13:36
Polemiche per una giacca giapponese ‘troppo simile alla divisa di Mao’
20/02/2019 14:55
Ricominciare a vivere dopo il rogo alla Tazreen Fashion, grazie alla Caritas Bangladesh
26/11/2014
Bangladesh, nessun risarcimento per i sopravvissuti del Rana Plaza e della Tazreen Fashion
13/09/2013
Bangladesh, nuovo rogo in fabbrica: colosso europeo rescinde i contratti
29/01/2013


Iscriviti alle newsletter

Iscriviti alle newsletter di Asia News o modifica le tue preferenze

ISCRIVITI ORA
“L’Asia: ecco il nostro comune compito per il terzo millennio!” - Giovanni Paolo II, da “Alzatevi, andiamo”