Le minacce russe ai Paesi dell’Asia centrale
Per Dugin e Solov’ev le ex Repubbliche sovietiche “non hanno il diritto all’indipendenza” e devono riunirsi alla Russia per non finire schiave della Cina, dell’America o dell’Europa. Dai governi locali solo flebili proteste richiamando lo "spirito del partenariato strategico". Il sospetto che i due propagandisti dicano “quello che la dirigenza russa non vuole esprimere apertamente, ma che in realtà corrisponde ai suoi piani”
Astana (AsiaNews) - Mentre si cerca di trovare una soluzione al conflitto in Ucraina, con trattative inedite tra russi, ucraini e americani, in Asia centrale cresce la preoccupazione che la Russia possa preparare una fase successiva di “operazione speciale” proprio sui loro territori, come risulta dalle minacce di ideologi e propagandisti del calibro di Aleksandr Dugin e Vladimir Solov’ev, secondo i quali questi Paesi “non hanno il diritto all’indipendenza” e devono riunirsi alla Russia per non finire schiave della Cina, dell’America o dell’Europa. Come suggeriscono gli esperti, i centrasiatici devono cercare di rimanere sempre più uniti tra di loro, per evitare la ripetizione dello scenario ucraino nella regione.
Le autorità dei cinque Paesi non hanno reagito ufficialmente alle dichiarazioni “imperialiste” dei russi, come d’abitudine nel trentennio post-sovietico, ma nella società civile si discute molto in proposito, come riporta un servizio di Asia Plus su questo argomento. Molti commenti ritengono che queste dichiarazioni roboanti siano soltanto “il tentativo di mostrare la propria forza nelle condizioni di debolezza strategica”, preparando il terreno per azioni future, affermando che senza il consenso del Cremlino non è possibile pronunciare frasi così minacciose sulla stampa o in televisione.
Solov’ev ha affermato apertamente che “l’Armenia e l’Asia centrale sono zone d’influenza della Russia”, e la perdita di questi territori sarebbe per Mosca “un problema molto grosso”. Secondo il conduttore televisivo e propagandista-principe della guerra putiniana, “se per garantire la sicurezza dell’Ucraina è iniziata l’operazione militare speciale, perché la Russia non dovrebbe fare lo stesso nelle altre zone della sua influenza?”, sostenendo che ormai non ha più senso preoccuparsi delle “norme stantie del diritto internazionale”. Dugin, il grande ideologo e consigliere dello zar, ha confermato questa tesi affermando che “l’epoca degli Stati nazionali è ormai giunta alla fine”, e quelli dell’Asia centrale devono “rinunciare alla propria sovranità”, perché “nel nuovo modello di ordine mondiale niente può più essere indipendente”.
Le reazioni a questi proclami sono state piuttosto contenute, limitandosi a qualche nota ufficiale di protesta secondo cui essi “non corrispondono allo spirito del partenariato strategico”, come ha dichiarato il ministero degli esteri dell’Armenia. In Kirghizistan alcuni politici e attivisti sociali hanno proposto di classificare Solov’ev come “persona non grata” e proibirgli l’accesso al Paese, e la portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova è stata costretta a precisare che “le parole di Solov’ev non sono posizioni ufficiali dello Stato russo”, che invece continua a ritenere questi Paesi come “partner affidabili”.
L’esperto tagico Rustam Azizi, membro dell’Accademia delle scienze e dedicato al contrasto alle forme di estremismo, sostiene che “queste dichiarazioni sono il tentativo di cambiare il tono della propaganda russa all’interno del Paese”, considerando la perdita di influenza di Mosca nei rapporti con i suoi alleati dopo le recenti vicende in Venezuela e in Iran. Servono “nuove tematiche e nuovi obiettivi” usando figure autorevoli come Dugin e Solov’ev, per “mantenere l’impressione di essere una grande potenza, almeno a livello regionale”. A suo parere si tratta più che altro di “test di reazione”, e non di reali minacce d’invasione.
Un altro commentatore, Šukhran Latifi, che si occupa principalmente dei problemi legati alle migrazioni, ritiene invece che i due propagandisti dicano “quello che la dirigenza russa non vuole esprimere apertamente, ma che in realtà corrisponde ai suoi piani”. Egli chiama questo metodo la “finestra di Overton”, diffondendo idee scioccanti per fare in modo che le persone si abituino ad esse, e “quando inizierà l’invasione in Asia centrale, i russi la considereranno una mossa inevitabile e giustificata”. La persecuzione dei migranti lavorativi centrasiatici in Russia, permettendo anche le azioni razziste dei gruppi di estrema destra, farebbe parte di questa strategia della nuova fase della “guerra permanente” di Putin in tutto il mondo ex-sovietico, e quindi “bisogna prepararsi ad affrontarla senza attendere oltre”.
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