11/06/2026, 12.16
ASIA - MONDIALI
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Le squadre asiatiche al mondiale di calcio più ‘politicizzato’ della storia

di Dario Salvi

Dal premio “Fifa per la pace” a Trump ai visti a tempo per la compagine iraniana, l’edizione 2026 si prospetta come la più partecipata (48 squadre, 104 partite) e controversa. Nove le asiatiche, con la prima assoluta di Giordania e Uzbekistan. Le speranze del continente riposte in Corea del Sud e Giappone. La Cina tra le grandi escluse nonostante i miliardi investiti nel calcio.

Milano (AsiaNews) - Atleti iraniani con visto di poche ore limitato alle sole partite; calciatori iracheni fermati alla dogana per controlli serrati; la rappresentanza uzbeka passata al setaccio sulla pista di atterraggio, alla stregua di un gruppo terrorista pronto a sferrare un attentato. I mondiali di calcio 2026 negli Stati Uniti, Canada e Messico dovevano essere “i più inclusivi” di sempre secondo gli organizzatori, a partire dal presidente della Fifa (la Federazione internazionale che governa il calcio globale), lo svizzero Gianni Infantino. Il padre-padrone dello sport più partecipato al mondo che, per ingraziarsi il padrone di casa Donald Trump, si era inventato un fantomatico “Fifa Peace Price” assegnandolo al presidente degli Stati Uniti. In realtà, a poche ore dal calcio di inizio della rassegna previsto per questa sera alle 21 ora italiana con la partita inaugurale fra Messico e Sud Africa, la competizione assume i contorni dell’incubo per alcune compagini asiatiche oggetto di abusi e repressioni che oscurano le premesse di festa. 

Record di presenze

All’edizione con più squadre comprese le tre ospitanti - sono 48 rispetto alle 32 delle ultime edizioni - si somma anche il record assoluto di presenze per le squadre asiatiche, ben nove: Iran, Giappone, Uzbekistan, Corea del Sud, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Iraq e Turchia (che appartiene però all’Uefa e gioca le competizioni nazionali e per club in Europa). Due di queste, Giordania e Uzbekistan (assieme a Capo Verde e Curacao), faranno il loro esordio assoluto ai Campionati di calcio, essendo alla loro prima partecipazione. Al riguardo lo studioso e ricercatore senior Ronojoy Sen, esperto di politica, società e governance all’Università Nazionale di Singapore, spiega: “La Coppa del Mondo sta diventando più inclusiva e sta dando a più Paesi l’opportunità di partecipare”. Il maggior numero di compagini dal continente, prosegue, sottolinea “l’importanza crescente dell’Asia nel panorama politico globale” anche se ciò “potrebbe significare una diluizione della qualità e un torneo più lungo” ma anche “una maggiore diversità”.

Per l’edizione 2026 - la 23ma in assoluto - due le grandi novità per l’Asia: la prima presenza dell’Uzbekistan, allenato dal campione del mondo italiano Fabio Cannavaro, attualmente 50mo nel ranking globale e come unica stella il difensore del Manchester City e della Premier League Abdukodir Khusanov. Altra prima assoluta è quella della Giordania, che non vanta volti noti e si piazza al 63mo posto nella classifica Fifa. Soprannominata Al Nashama (“I valorosi”), la squadra è guidata dall’ex giocatore marocchino Jamal Sellami e pur non vantando una grande tradizione calcistica negli ultimi anni ha saputo affermarsi in tornei di alto livello. Prova ne è il secondo posto nel 2023 alla Coppa d’Asia (Afc), in cui ha perso la finale contro il Qatar, che ha ospitato l’ultima edizione dei mondiali nel 2022. Tornando all’ambito prettamente calcistico, due sono le compagini più rappresentative: i “rossi” della Corea del Sud e i “samurai blu” del Giappone, che potrebbero superare le fasi di qualificazione anche se la vittoria finale sembra al momento ipotesi remota. Alla precedente rassegna di Qatar 2022 il Sol Levante ha battuto Germania e Spagna nella fase ai gironi, per poi soccombere agli ottavi ai rigori contro la Croazia. Ed è ancora vivo nella memoria il ricordo dei tifosi nipponici intenti a ripulire le tribune degli stadi dopo le partite. Il team sud-coreano è quello col maggior numero di partecipazioni (12) ai mondiali, ha raggiunto le semi-finali nel 2002 organizzati assieme al Giappone, ma negli ultimi anni sembra aver ceduto il passo. 

La guerra del football

Al netto dei record di partecipanti e della complessità di una manifestazione che durerà 39 giorni (11 giugno-19 luglio), con 104 partite e polemiche sul caro-biglietti, a tenere banco è il tema della guerra lanciata da Stati Uniti (e Israele) all’Iran, due fra le compagini in campo. In un editoriale dedicato alla rassegna iridata definita “caotica e controversa”, il quotidiano Straits Times sottolinea come “guerra e sofferenze” abbiano dominato le cronache nelle settimane precedenti il torneo. Un evento che, più della “febbre calcistica” per le sfide in palio, sembra emergere per la rigida selezione agli ingressi, la crisi politica che lo accompagna e il quadro di conflitto fra Repubblica islamica e Stati Uniti, nazione che ospiterà la grande maggioranza (78) delle partite. Oltretutto, prosegue l’editoriale, “è la prima volta nella storia [dei mondiali] che una nazione ospitante è in conflitto militare aperto con una nazione partecipante direttamente al torneo”.

Anche in passato non sono mancati problemi e criticità: nei mondiali in Qatar 2022 è emerso il dramma del lavoro forzato e delle vittime fra i lavoratori migranti nei cantieri degli stadi; in precedenza, Russia 2018 ha registrato polemiche e tensioni legate all’annessione della Crimea da parte di Mosca quattro anni prima, a dispetto dell’opposizione dell’Occidente, oltre ad accuse di doping di Stato alle Olimpiadi invernali 2014. Terrence Burns, consulente sportivo parte di 15 assegnazioni olimpiche e due per la Coppa del Mondo Fifa, ha confermato che l’edizione 2026 è “unica” per il panorama geopolitico. “Ho lavorato all’aggiudicazione [nel 2018] e lo stato attuale del mondo era inimmaginabile quando abbiamo vinto. La maggior parte delle edizioni della Coppa del Mondo ha una o due sotto-trame politiche. Questo ne porta una mezza dozzina - aggiunge l’esperto - e la posizione geopolitica degli Stati Uniti è una di queste”. 

Fra i temi “politici” legati alla competizione vi è poi la presenza di agenti Ice (Immigration and Customs Enforcement) cui è collegato anche il controllo alle frontiere, che più di un commentatore e gli stessi sportivi hanno definito contrario ai diritti umani. Per la Rajaratnam School of International Studies vi sarebbe “un’atmosfera di apprensione... almeno tra certi gruppi. Oltre a ciò, ovviamente, [il presidente Usa Donald] Trump vorrà mettere il suo timbro, il che significa davvero che in una certa misura, l’intero evento, se non è già stato politicizzato, diventerà politicizzato. Questa potrebbe rivelarsi una Coppa del Mondo molto diversa” dalle altre. Inoltre uno studio congiunto Fifa-World Trade Organization (Wto) mostra come la sola competizione possa aggiungere 41 miliardi di dollari al Pil globale e sostenere oltre 800mila posti di lavoro, di cui 185mila negli Stati Uniti. A beneficiarne anche compagnie aeree, aziende alimentari e di bevande, abbigliamento sportivo, radiodiffusione e società di social media come sottolinea Bank of America.

Cina, la grande esclusa

Dal continente asiatico arriva infine una delle più grandi delusioni “sportive”, con la mancata qualificazione della Cina che, nel recente passato, ha investito miliardi di dollari nel calcio, uno dei pilastri nella leadership globale secondo lo stesso presidente Xi Jinping. La nazionale assisterà alla competizione da spettatrice, uno smacco evidente per la seconda economia del globo. Lo stesso presidente, in passato, aveva espresso i famosi “tre desideri” attorno al calcio, che comprendono anche l’ospitare e vincere il torneo. Nell’aprile 2016, la Federazione calcistica ha presentato un progetto di riferimento per il dominio globale entro la metà del secolo. Tra gli obiettivi 70mila campi a livello nazionale e 30 milioni di giovani giocatori “reclutati” entro il 2020. In realtà, a 10 anni di distanza i risultati sono ben lontani dai target fissati, con la nazionale scivolata dall’82mo posto del 2016 al 94mo attuale (su 211 nazioni). A determinare la mancata qualificazione, la dolorosa sconfitta contro l’Indonesia; la sola apparizione resta quella del 2002 in Corea e Giappone, dove è uscita ai gironi senza segnare nemmeno una rete. 

Tra il 2015 e il 2017, i club della Super League cinese (Csl) hanno speso 1,12 miliardi di dollari nel mercato dei trasferimenti, accumulando un deficit netto di oltre 818 milioni di dollari secondo dati Transfermarkt. All’inizio del 2016, il record è stato battuto quattro volte in un solo mese con gli ingaggi in successione di star del pallone come Oscar, Paulinho, Carlos Tévez e Hulk. Al calcio era collegato il mercato immobiliare, perché al 2018 ben 16 proprietari di club di alto livello avevano interessi nel settore. Tuttavia, il modello fatto di super-investimenti e spese folli non era fatto per durare, trasformandosi ben presto in una bolla destinata a scoppiare. Ciononostante, vi sono anche segni incoraggianti per il calcio cinese che sembra aver abbandonato gli investimenti miliardari per una programmazione più oculata: la Cina è arrivata in finale alla Coppa d’Asia AFC Under 23 per la prima volta lo scorso gennaio, perdendo solo contro il Giappone, una potenza continentale. Al contempo, in un anno è raddoppiato il numero di quanti lo praticano creando un nuovo interesse fra i più giovani. Se il Mondiale resta un “sogno americano”, il futuro del calcio cinese ha stravolto la prospettiva: non più dall’alto verso il basso, ma partire dalla base per toccare nuove vette. 

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