18/03/2026, 12.20
LIBANO - ISRAELE - IRAN
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Maroniti: in una cittadina sul confine martoriato la nuova sede della diocesi di Tiro

di Fady Noun

Mentre Hezbollah continua a trascinare l'intero Libano nella sua "battaglia finale" con Israele, spaccando la politica e la società, i villaggi cristiani del Sud si aggrappano alla loro terra. Oltre il 20% della popolazione totale del Paese ormai è sfollata. Mentre si segnalano scontri diretti tra i miliziani del partito filo-iraniano e l'esercito israeliano a Khyam, continuano i contatti “esplorativi” per una soluzione diplomatica fra Paese dei cedri e Stato ebraico.

Beirut (AsiaNews) - “La battaglia finale di Hezbollah”. Così l’analista Scarlett Haddad titolava ieri il suo ultimo articolo su L’Orient-Le Jour. Firmato anche dal caporedattore del giornale, Anthony Samrani, vi si legge: “La milizia sciita si stava preparando [alla ripresa dei combattimenti, ndr] già dal novembre 2024. Tutto il resto era solo fumo negli occhi”. L’impressione generale in Libano è che la guerra sia ripresa esattamente da dove si era interrotta il 27 novembre 2024, un anno e mezzo fa, e che la presunta cooperazione di Hezbollah con l’esercito non fosse altro che un grande inganno, un’impresa di “taqiyya” (dissimulazione) sciita. Con la differenza che l’isolamento del Partito di Dio è aumentato. La sua decisione unilaterale di entrare in guerra contro Israele ha diviso il Paese, socialmente e politicamente. La frattura è totale, e la battaglia si combatte in un clima che i più allarmisti considerano pre-insurrezionale.

Con un cielo ronzante di droni, tutti i deputati e i capi del movimento filo-iraniano vivono clandestinamente, nel timore di essere eliminati, e i discorsi estremisti, da entrambe le parti, infiammano gli animi. Il canale televisivo al-Manar, affilato a Hezbollah, ha riferito in queste ore che il direttore dei programmi politici, Mohammad Cherri e la moglie sono stati uccisi negli attacchi israeliani che hanno preso di mira in mattinata il quartiere di Zokak el-Blat, nel centro di Beirut.

Alcune correnti politiche chiedono la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Iran, mentre i media filo-Hezbollah conducono campagne di odio. La direzione dell’emittente televisiva MTV afferma di aver ricevuto minacce di morte. Con gli ordini di evacuazione che si susseguono giorno e notte, i centri di accoglienza sono al collasso. Tuttavia, essi coesistono con un Paese in cui le attività proseguono più o meno normalmente, e con una disparità stravagante, surreale, tra le condizioni di vita degli uni e degli altri. Il bilancio provvisorio della nuova guerra è di circa 900 morti, il doppio di feriti e circa un milione di sfollati, ovvero il 20% della popolazione.

Timori di annessione

D’altra parte, di fronte a tutto ciò, la ripresa della guerra è segnata dal timore di un’annessione delle parti del territorio conquistate dall’esercito israeliano e dalla volontà dei villaggi, prevalentemente cristiani, di aggrapparsi a tutti i costi ai propri beni e ai propri campi. È in questo contesto che si sono inserite le ripetute visite del nunzio apostolico in Libano, mons. Paolo Borgia, nei diversi cluster di villaggi cristiani al confine. Queste visite, coordinate con la missione delle Nazioni Unite (Unifil) e, attraverso di essa, con il Vaticano, hanno infine prodotto un effetto trainante sulla Chiesa maronita. Così, il patriarca Béchara Raï ha chiesto al vescovo di Tiro, mons. Charbel Abdallah, di trasferire la sua residenza a Rmeich, il villaggio maronita che si trova nelle immediate vicinanze del confine israeliano.

Gli “intrusi” di Rmeich

Ciononostante per restare sul posto, gli abitanti di Rmeich, ad esempio, hanno dovuto allontanare da questo grande villaggio tutti gli “intrusi” giunti dai villaggi circostanti in cerca di rifugio. “I nostri vicini sciiti hanno portato le loro famiglie al sicuro da noi”, commenta un’abitante di Rmeich che ha chiesto di rimanere anonima. “Nella regione, tutti conoscono tutti - prosegue - e l’ospitalità è sacra. Ma non abbiamo avuto scelta. O così, o i bombardamenti!”.  A dispetto delle rassicurazioni, tre uomini che stavano sistemando una parabola televisiva sul tetto della loro abitazione sono stati uccisi da un drone israeliano ad Aïn Ebel. Queste morti si sono aggiunte a quella recente del parroco di Kley’a, p. Pierre el-Rahi, ucciso da un colpo di cannone di un carro armato mentre soccorreva gli abitanti di una casa di Kley’a bombardata.

Tuttavia, la resistenza passiva dei villaggi cristiani più forte delle uccisioni è stata contagiosa. Molti abitanti sunniti e drusi di diversi villaggi di confine non hanno lasciato le loro case, insistendo per impedire ai membri del partito sciita di rifugiarsi presso di loro e chiedendo il mantenimento dell’esercito libanese nei loro villaggi. “Non ci siamo ritirati dal Sud del Libano, come sostengono alcuni, ma non possiamo essere presenti in tutti i villaggi, anche se è evidente che la nostra presenza rassicura gli abitanti”, sottolinea alla stampa una fonte vicina a Yarzé dietro garanzia di anonimato. “Stiamo effettuando - aggiunge - i ridispiegamenti imposti dall’escalation israeliana”.

Il punto nevralgico di Khyam

Dal punto di vista militare, questa escalation si manifesta con incursioni in tre o quattro punti nevralgici del confine. Non si è ancora verificata una vera e propria offensiva terrestre e, del resto, messa con le spalle al muro, la resistenza mostra una feroce opposizione a qualsiasi avanzata israeliana, in particolare a Khyam. “Se il blocco di Khyam venisse a mancare, si aprirebbe la strada verso la pianura di Marjeyoun e il Litani”, ritengono gli esperti militari, che vedono in questo punto una sorta di mini-Stalingrado.

L’iniziativa di Aoun

Sul piano politico e diplomatico, il presidente Joseph Aoun ha proposto ieri, durante una videoconferenza con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, un’iniziativa volta a porre fine al conflitto. Senza attendere la risposta israeliana, il governo sta lavorando alla formazione di una delegazione diplomatica. Tuttavia, le possibilità che questa iniziativa vada a buon fine non sono ancora elevate. Questo sforzo si scontra in particolare con il rifiuto del presidente del Parlamento, Nabih Berry, di designare un rappresentante sciita fintanto che non venga concluso un cessate il fuoco definitivo. In questo contesto, nonostante le dichiarazioni affrettate, le discussioni menzionate appaiono più come contatti esplorativi che come un vero e proprio processo di negoziazione.

Israele e le rivendicazione territoriali

Da parte israeliana, secondo quanto riporta oggi il quotidiano Yedioth Ahronot, l’ex ministro israeliano Ron Dermer, appena incaricato dal premier Benjamin Netanyahu di occuparsi della questione libanese, ha affermato: “È possibile avanzare verso un accordo di pace col Libano, poiché le questioni non sono poi così complesse “. “Non abbiamo alcuna rivendicazione territoriale sul Libano”, ha proseguito l’alto funzionario. “Non vogliamo né occupare il Libano né attaccarlo, ma non permetteremo a Hezbollah di operare direttamente al nostro confine settentrionale”.

Una dichiarazione che contrasta con quella del ministro della Difesa, Israel Katz, il quale ha chiaramente fatto temere al Libano “perdite di territorio” se non agirà contro Hezbollah. Per quanto riguarda l’accordo di cessate il fuoco firmato nel novembre 2024, il diplomatico ha affermato di essere stato “favorevole alla fine dei combattimenti nonostante l’impopolarità del testo”. “Avevamo ancora grandi battaglie davanti a noi, a Gaza e con l’Iran. Avevamo ancora gli ostaggi”, ha spiegato. “Tuttavia, questa volta non torneremo [alla situazione precedente] al 6 ottobre 2023. Affinché venga firmato un accordo, Hezbollah - conclude - deve essere disarmato”.

In sintesi: Israele mette il carro davanti ai buoi. E questo non fa altro che presagire solo un aumento dei combattimenti, delle distruzioni e delle vittime.

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