19/04/2011, 00.00
GIAPPONE
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Naoto Kan, costruiremo un nuovo, migliore Giappone

di Pino Cazzaniga
La tragedia dello tsunami ha messo in evidenza le tre caratteristiche che permettono al popolo giapponese di affrontare le crisi più gravi: forte identità collettiva, capacità di assimilare valori di altre culture e istruzione elevata. E l’accettazione nobile della sofferenza accompagnata al controllo dei propri sentimenti.
Tokyo (AsiaNews) – Come già in passato, di fronte a una tragedia, il Giappone vuole rialzarsi, dopo lo tsunami con onde alte 10 metri che l’11 marzo si è abbattuto con enorme violenza sulle sue coste del nord-est, recando distruzione in città e villaggi. All’origine della calamità non c’è stata solo la natura ma anche l’uomo: l’ondata micidiale ha investito l’impianto nucleare di Fukushima, scoperchiandolo (nella foto). Per la nazione è stata “la peggiore crisi nella sua storia di 65 anni del dopo-guerra”, ha detto il primo ministro Naoto Kan.
 
Ma come è successo in situazioni analoghe il Giappone non si abbatte ma sa risorgere. Il 14 aprile Kan si è impegnato a ringiovanire il Paese, per  trasformarlo in uno dei luoghi più desiderabili del mondo. Nel primo incontro del comitato di ricostruzione ha detto: “Desidero presentarvi un piano che aprirà una grande opportunità per rinnovare il Giappone e creare una migliore società per tutto il popolo giapponese”.
 
Il comitato per la ricostruzione è stato affidato a Makoto Iokibe, presidente dell’accademia nazionale per la difesa. Iokibe, che è anche esperto di storia della diplomazia, ha detto che la ricostruzione richiede di essere sostenuta da tutta la nazione e dalla collaborazione di tutti i parlamentari, indipendentemente dall’estrazione politica.
 
Sforzo globale per la ricostruzione.
 
L’impegno non è facile per almeno due motivi. Primo, perchè nella zona da ricostruire si trova l’impianto nucleare di Fukushima che, colpito dallo tsunami è diventato fonte di radiazioni pericolose, destinate a durare per molti anni; e secondo, perchè per evitare un altro disastro di ondate distruttive, i centri di abitazione dovranno essere ricostruite sulle colline del retroterra.
 
Forte identità collettiva, capacità di assimilare valori di altre culture e istruzione elevata sono le tre caratteristiche del popolo giapponese. che la crisi attuale ha di nuovo messo in rilievo. A questo va aggiunta la grande simpatia internazionale che che il Giappone si è acquistata nel dopo-guerra.
Il flusso di aiuto, pubblico e privato, anche da parte degli stranieri, missionari e laici, residenti in Giappone ha impressionato i pubblicisti. Definire “globale” questo sforzo di ricostruzione non è retorica.
 
Il sostegno straniero ha preso parecchie forme: dalla spedizione di gruppi di soccorso per la ricerca dei superstiti e per trasportare gli sfollati in zone sicure, ai contributi finanziari e all’impegno per ripulire la regione disastrata da montagne di fango e detriti.
A livello diplomatico immediato, generoso e qualificato è stato il contributo della Cina e della Corea del sud, due nazioni che nella prima metà del secolo scorso sono state umiliate dal duro militarismo nipponico. Seoul ha inviato gruppi specializzati nei soccorsi e grande quantità di tute impermeabli alle radiazioni. Da un’inchiesta giornalistica condotta in Cina circa la copiosa offerta del governo di Pechino al Giappone risulta che su un milione e 500mila cinesi intervistati un milione e 200mila si sono detti d’accordo.
 
Dopo oltre un mese dal disastro a Ushinomaki, una delle città severamemente danneggiate,18 volontari stranieri rispondendo all’invito di una Ong, si stanno impegnando per liberare dai detriti un quartiere commerciale. Questi e molti altri giovani stranieri residenti in Giappone si sentono felici di aiutare la loro patria di adozione. E per tutto questo i giapponesi rispondono con un sincero “thank you”. Un francese di 32 anni ha detto: “Volevo fare qualcosa di buono per il Giappone, una nazione che amo profondamente. Quando i sopravvissuti al disastro mi dicono ‘grazie’, provo un sentimento che non riesco a esprimere in parole”.
 
In questa collaborazione “globale” è stato ed è particolarmente efficiente il contributo del personale militare americano: dal 13 marzo circa 20mila soldati degli Stati Uniti si trovano nell’area disastrata per offrire aiuto, cercare le vittime tra le rovine e coordinare le operazioni di altri gruppi di soccorso.
 
Imposto il pagamento dell’indennizzo alla TEPCO.
 
Per quanto spaventose appaiono le distruzioni delle città costiere, ciò che più si teme attualmente è “il nemico invisibile” delle radiazioni che fuoriescono dai reattori della centrale nucleare di Fukushima.
 Al riguardo il governo ha emanato due ordini. Innanzitutto ha imposto ai cittadini che abitavano nel raggio di 30 chilomettri dalla centrale colpita di evacuare la zona. Poi ha ordinato alla Tepco “Tokyo Electric Power Co.”, la ditta proprietaria dell’impianto nucleare, un indennizzo provvisorio di 50 miliardi di yen agli sfollati. La Tepco si è impegnata a pagare 1 milione di yen a ciascun nucleo familiare e 750mila yen alle persone singole prima della “Golden Week”, che è la settimana di vacanza tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.
Ma si tratta di un indennizzo “provvisorio”. Da calcoli, pure approssimativi, sembra che per pagare l’indennizzo soddisfcente e ricostruire la centrale occorreranno due trilioni di yen (23,6 bilioni di dollari americani). Pare che la Tepco, benchè sia la più potente tra le sei ditte di produzione e diffusione di energia elettrica, non sia in grado di sostenere l’enorme spesa. Già negli ambienti governativi si parla di probabile smantellamento della danneggiata centrale atomica di Fukushima e di fallimento della ditta.
 
Arcobaleno di speranza tra oscure nubi di sofferenza.
 
Ho seguito da Tokyo i lunghi servizi televisivi che la rete giapponese NHK ha dedicato alla tragedia. La compostezza e la nobiltà di atteggiamento dei sopravvissuti suscita ammirazione.
 
L’accettazione nobile della sofferenza accompagnata al controllo dei propri sentimenti non va confuso con lo stoicismo o il fatalismo. Si tratta di una virtù collettiva acquisita attraverso millenni di storia dove l’alternanza di vita e di morte, di gioie e sofferenze ha insegnato a questo popolo un realismo positivo. I suoi geni religiosi o filosofici l’hanno espresso con il termine “mujo”, che, in modo assai approssimativo, nel linguaggio dell’occidente è stato tradotto con la parola “impermanenza”.
 
Lo sottolinea Testuo Yamaori, direttore del centro internazionale di studi giapponesi. Il professore, tuttavia, non si trattiene dal denunciare l’altmosfera di scientismo che sembra prevalere nella mentalità giapponese dell’ultimo secolo. Giorni fa uno scienziato nipponico durante un programma televisivo sul disastro, nel tentativo di tranquilizzare gli ascoltatori, si è limitato a dire che avvenimenti così catastrofici avvengono una volta ogni cento anni. Argomento ”scientifico”, che non eleva il sentimento morale di nessuno.
“In tempo di crisi gli anglosassoni cristiani fanno ricorso alla Bibbia”, ha commentato Yamaori, e ha chiarito il suo pensiero accostando due date che si riferiscono a due avvenimenti epocali nella storia degli ultimi cento anni: l’11 settembre 2001, il giorno del barbaro assalto terroristico alle “torri gemelle” di New York, e l’11 marzo 2011, il giorno della tragedia di Fukushima. Nel giorno della tragedia di New York , osserva Yamaori, il presidente americano George W. Bush ha tranquilizzato i cittadini americani citando un passo dell’Antico Testamento: ‘Anche se camminerò nella valle dell’ombra di morte, non temerò alcun male, perchè tu sei con me’, e ora il presidente Barack Obama, nell’affrontare i problemi del terrorismo e dell’assurdità della guerra, fa ricorso ai precetti dell’amore e della pace citando il Nuovo Testamento”.
 
Il messaggio che, in questa circostanza Yamaori trasmette ai suoi concittadini è semplice e profondo: di fronte ad avvenimenti che sconvolgono il cuore umano la consolazione e il coraggio della ripresa non vengono dal pensiero scientifico ma da quello religioso.
 
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