23/12/2014, 00.00
LIBANO
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Per il Libano è stata la guerra contro il terrorismo sunnita il fatto dominante del 2014

di Fady Noun
La trattativa per lo scambio tra detenuti islamisti e una trentina di soldati e poliziotti mostra il dramma di un Paese ufficiale incapace di elaborare una strategia chiara di negoziato e che assiste ferito alla esecuzione dei suoi soldati; un Libano settario nel quale ogni gruppo cerca di ottenere la liberazione dei propri ostaggi; un Libano "del diritto" incapace di comportarsi militarmente, un Libano insufficientemente armato e informato per dare il via a una operazione di forza contro i rifugi jihadisti.

Beirut (AsiaNews) - Più della mancanza di un presidente della Repubblica dallo scorso maggio, il fatto dominante del 2014 libanese è stata la guerra difensiva condotta dall'esercito contro il fondamentalismo terrorista sunnita. Confinata all'inizio alle regioni a maggioranza sciita, in particolare la periferia meridionale di Beirut, colpita da diversi attentati con autobomba, uno dei quali contro l'ambasciata dell'Iran, questo terrorismo si esteso a Tripoli e ai confini orientali. Suo obiettivo è consentire un accesso al Mediterraneo alle parti di territorio che controlla in Siria e Iraq. Prova incontestabile del fatto che ciò che accade in questo periodo al Paese dei cedri è parte integrante delle vicende regionali.

Nella sua lotta al terrorismo, l'esercito libanese, scarsamente equipaggiato, ha per lo meno saputo dimostrare il suo valore e la sua coesione. Beneficiando di un appoggio totale del Courant du Futur, partito moderato maggioritario all'interno della comunità sunnita, l'esercito è riuscito a cacciare da Tripoli, non senza pesanti perdite, i gruppi che vi si erano istallati dando scacco ai piani islamisti. E la defezione di un pugno di militari fanatici non ha fatto che mettere in evidenza la coesione. A Tripoli e in alcune regione del nord, l'esercito continua a essere logorato da attentati che hanno di mira sia individui che trasporti di truppe.

I detenuti islamisti della prigione centrale di Roumié (nella foto), arrestati all'indomani della caduta del campo di Nahr el-Bared della disfatta dell'organizzazione Fateh el-Islam, nel 2008, fanno parte degli attori invisibili di questo terrorismo diretto contro i fondamenti istituzionali e culturali del Libano.

Si ricorda che dei processi furono avviati, dopo la caduta di Nahr el-Bared contro 420 persone, la metà delle quali erano contumaci. I dossier furono affrontati dal Tribunale militare, prima di essere consegnati alla Corte di giustizia. Si aggiungevano ad altri due dossier di attentati terroristici nei quali era già implicato il gruppo Fateh el-Islam (Bohssass, Aïn Alak).

Incarcerati nel 2008, tutti i detenuti compresi nel dossier Nahr el-Bared hanno scontato alcuni anni in prigione senza processo. I giudizi non cominciarono  che a partire dal 2013. Per i colpevoli, gli anni passati in prigione prima del giudizio furono valutati uno, da scontare sulla loro sentenza finale, che ha largamente superato la pena sopportabile, perché la battaglia di Nahr el-Bared è costata all'esercito non meno di 172 vittime e numerosi feriti, molti dei quali rimasti invalidi. Per alcune decine di imputati, tuttavia, la pena di prigione subita fu una grave ingiustizia. Ma questa pagina è stata girata.

Questioni di procedura

E' il numero di dossier a spiegare, in parte, il lungo periodo di detenzione senza processo degli islamisti di Roumié. Per questioni di procedura, le udienze dovevano essere precedute dall'appello dei detenuti e dei loro avvocati, una procedura che poteva prendere fino a due ore. Serviva trovare una soluzione, che fu la divisione dei dossier dei detenuti in piccoli gruppi. Anche l'insufficienza dei mezzi per la sicurezza è stata è stata invocata come motivo del ritardo, in quanto il trasporto dei prigionieri da Roumié al Palazzo di giustizia poneva dei problemi, perché vi dovevano comparire decine di detenuti. A tale scopo si è dovuta costruire un'aula di tribunale contigua alla prigione.

Oggi, solo 35 dei 93 islamisti sempre incarcerati a Roumié non sono stati giudicati. Ma, dopo la battaglia di Ersal del 2 agosto 2014, alle frontiere orientali del Libano, le cose sono cambiate. Adesso sono gli isamisti che si rifiutano di comparire davanti alla Corte (che si riunisce tutti i venerdì). Su pressione della magistratura, la direzione della prigione, che dipende dal Ministero dell'interno, ha ammesso che non le è possibile portare con a forza gli imputati davanti al tribunale, "senza spargimento di sangue...".

Nel frattempo, in sei anni, i detenuti islamisti si sono organizzati, al punto da trasformare l'ala B di Roumié in uno spazio autonomo nel quale le guardie non osano avventurarsi per il timore di essere aggredite o prese in ostaggio e nel quale vige la loro legge. Gli islamisti hanno organizzato la loro vita collettiva secondo la gerarchia che è loro propria, dispongono di telefonini e di altri oggetti di conforto e impongono anche la loro giustizia. Si attribuisce loro la responsabilità dell'esecuzione di un ribelle.

L'anarchia dei media

In una iniziativa sintomatica dell'anarchia che regna in Libano, dei mezzi audiovisivi si sono anche organizzati per avere da alcuni detenuti delle interviste telefoniche in diretta, nel mezzo del telegiornale. Fuori dal Libano, un fatto del genere costerebbe al suo autore quanto meno un'accusa di complicità e di oltraggio alla giustizia.

Inoltre, comportandosi a Roumié come prigionieri di guerra, secondo la loro ideologia, alcuni di loro sono riusciti a fuggire, mentre altri hanno tentato, ma senza successo. Questi incidenti hanno gettato una luce cruda sul sistema carcerario e la corruzione e/o l'incompetenza che ha permesso l'accadere di tali gravi fatti. Sono seguiti alcuni arresti e alcune destituzioni, soprattutto nel personale sanitario della prigione.

Dopo il 2 agosto scorso e l'attacco lanciato contro l'esercito a Ersal, dopo l'insperato arresto del capo jihadista Imad Jomaa, i detenuti islamisti di Roumié sono presenti in un contesto ancora più drammatico, poiché la liberazione di numerosi di loro è chiesta in cambio della liberazione di una trentina di ostaggi libanesi: soldati e poliziotti catturati durante la battaglia di Ersal dai due gruppi attivi nella regione del Qalamoun siriano: il fronte al-Nusra, che fa riferimento ad al Qaeda  e lo Stato islamico di sinistra reputazione.

Un dramma nazionale

Da quella data, i detenuti di Roumié sono al centro di un dramma nazionale che diffuso dai media libanesi, ha mostrato il Libano a se stesso: un Libano ufficiale incapace di elaborare una strategia chiara di negoziato con i gruppi jihadisti e che assiste ferito alla esecuzione dei suoi soldati, due dei quali decapitati; un Libano settario nel quale ogni gruppo cerca di ottenere la liberazione dei propri ostaggi; un Libano "del diritto" incapace di comportarsi militarmente, innalzando patiboli davanti all'ingresso della prigione di Roumié; un Libano insufficientemente armato e informato per dare il via a una operazione di forza contro i rifugi jihadisti.

Sul principio dello scambio tra ostaggi e prigionieri, l'istituzione militare, lei, è all'altezza della sua reputazione: è muta. Non è questione sua. Tutto ciò che si può ottenere da lei è un energico rifiuto "di accettare di avere il coltello alla gola". Strategicamente, per lei, gli ostaggi sono "inesistenti".

Stesso mutismo al Ministero della giustizia. "Il nostro lavoro è di esporre la legge. Volete liberare alcuni detenuti, è affar vostro. Promulgate una legge di amnistia" vi si dice alle intenzioni del Legislativo e dell'Esecutivo.

Quale che sia la situazione, non è falso affermare che agli occhi della Giustizia, come agli occhi del comando militare, il Libano, attaccato su più fronti, è in una dinamica di guerra difensiva, quand'anche tale situazione non è esplicitata chiaramente agli occhi della pubblica autorità: una situazione che giustifica, in particolare, che le condizioni di carcerazione dei detenuti non siano quelle di diritto comune.

Tale è la situazione di fronte alle manipolazioni delle quali lo Stato libanese è oggi fatto oggetto da parte dei nuovi barbari dei quali i suoi media si fanno complici involontari nella loro ossessione venale degli ascolti. Un'immagine di uno Stato carnefice involontario e vittima ancor più maldestra. Incontestabilmente una delle più ambigue - e delle più ingiuste - che abbia  dato di se stesso durante quest'anno.

 

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