03/11/2009, 00.00
VIETNAM
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Voci di dissidenti nel coro che prepara il congresso del Partito comunista vietnamita

I media statali inneggiano alla “perseveranza nel comunismo”, ma c’è chi chiede di abbandonare l’atteggiamento ideologico. Tra questi, senza precedenti l’intervento dell’Istituto vietnamita per gli studi dello sviluppo (IDS), considerato il think tank del Paese. Marxismo e corruzione all’origine dei conflitti con le istituzioni religiose per le proprietà dei terreni.
Hanoi (AsiaNews) – Sempre largamente minoritarie, ma più insistenti del passato, si alzano in Vietnam alcune voci dissidenti nel coro dei media statali che presentano all’opinione pubblica la  preparazione dell’11mo congresso del Partito comunista, in programma nel gennaio del 2011.
 
Da una parte, giornali e televisioni sono inondati di articoli che esortano alla “perseveranza nel comunismo”, mentre i calendari dei tribunali sono pieni di processi contro i dissidenti, in un evidente strategia di intimidazione. Dall’altra, però, su internet si leggono numerosi interventi di intellettuali, compresi alcuni membri dello stesso Partito, che chiedono al governo di rompere i suoi legami con l’ideologia.
 
Senza precedenti, in quest’ultimo campo, quanto accaduto in settembre, quando studiosi di un istituto di strategia dello sviluppo hanno deciso di fermare tutte le attività e di autosospendersi per protestare contro un decreto del governo che proibisce ogni forma di pubblica opposizione o disaccordo con le politiche governative. Creato nel 2004 e composto di eminenti economisti, alcuni dei quali sono stati al governo e sono membri del Partito comunista, l’Istituto vietnamita per gli studi dello sviluppo (IDS) è considerato il think tank del Paese e negli ultimi cinque anni ha giocato un ruolo cruciale nello spingere il governo vietnamita a portare il Paese verso un’economia orientata al mercato.
 
Gli studiosi dell’IDS hanno ripetutamente criticato le politiche governative orientate in senso comunista, chiedendo alle autorità maggiori riforme politiche ed economiche, per riportare il Vietnam all’interno della comunità internazionale, dalla quale si è isolato da quasi un secolo.
 
Il primo ministro Nguyen Tan Dung ha immediatamente censurato l’autoscioglimento dell’IDS, chiedendo un’indagine sulle motivazioni politiche degli studiosi e minacciando azioni legali nei loro confronti.
 
Ancora, a ottobre sono state incarcerate sei persone che inneggiavano alla democrazia, a solo sette giorni da un uguale trattamento inflitto ad alter tre persone. L’8 ottobre, un’altra dissidente, Tran Khai Thanh Thuy, scrittrice e giornalista, è stata arrestata per le sue critiche contro le politiche del governo.
 
Ciò malgrado, un altro studioso, Nguyen Thanh Giang, che vive a Hanoi, in un articolo pubblicato da VietCatholic News ha apertamente criticato l’ideologia comunista, sostenendo che al Vietnam non bastano le riforme miranti a portare il Paese nell’economia di mercato e che è necessario spezzare del tutto i legami con la “malvagia ideologia comunista”.
 
E’ ad essa che egli dà la responsabilità del tributo di sangue che è costata ai contadini la riforma agraria del 1955-1957 (oltre 172mila morti ufficiali, ma il numero reale resta sconosciuto) e di quello ancora più pesante (oltre tre milioni di morti) che l’intero Paese ha dovuto versare nella guerra.
 
Ancora oggi il comunismo danneggia il Paese, che muove verso l’economia di mercato e al tempo stesso applica i principi ideologici. Ne sono esempio tipico i contrasti con le comunità religiose per i terreni. Secondo l’ideologia, tutta la terra appartiene al popolo e viene gestita dallo Stato per il bene del popolo. Ciò dà un grande potere ai funzionari locali, che ne approfittano per togliere i terreni delle comunità religiose, come accaduto a Thai Ha, Tam Toa, Loan Ly e Bat Nha. L’enorme incremento di valore avuto dai terreni, inoltre, rende sempre più diffusa la corruzione: si ipotizzano irrealizzabili progetti per confiscare terreni agricoli o acquistarli a prezzi molto bassi. Gli stessi terreni vengono poi ceduti a cifre ben più alte e vi vengono costruiti alberghi, ristoranti, locali notturni e altro, per il guadagno dei funzionari.
 
Aggiungendovi la visione negativa e ostile della religione, propria del marxismo-leninismo, si spiegano vicende come quella denunciata il 28 ottobre dal vescovo di Vinh Long, mons.Thomas Nguyen Van Tan. Si è cominciato accusando le suore della congregazione di San Paolo di Chartres, che avevano un orfanotrofio, di "formare i giovani a essere controrivoluzionari” per giustificare il progetto di appropriarsi delle loro proprietà, che i funzionari hanno tentato di vendere a investitori stranieri per milioni di dollari. Di fronte alle proteste della diocesi e della congregazione religiosa, hanno abbattuto il monastero, trasformandolo in una pubblica piazza. Del tutto analoghe le vicende della ex delegazione apostolica di Hanoi (nella foto), della parrocchia di Thai Ha e altre.
 
 Ultimamente però, nel quadro della politica di ostilità verso le religioni, e specialmente quella cattolica, si nota qualche incoraggiante segno di cambiamento. Tale è, ad esempio, quanto accaduto da ultimo il 29 ottobre all’Università di studi sociali e scienze umane di Hanoi: a una conferenza sul tema “Cultura religiosa nel contesto della globalizzazione” sono potuti intervenire sacerdoti e studiosi cattolici, che hanno potuto presentare il punto di vista cattolico su varie questioni della società vietnamita.
 
Ma il congresso del Partito è ancora lontano ed è facile prevedere che ci saranno altri eventi che segnaleranno atteggiamenti opposti tra loro.
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