31/01/2026, 08.36
MONDO RUSSO
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Il mondo illiberale di Russia e Cina

di Stefano Caprio

Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”) un articolo dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”. E indica a modello l'esempio di Shenzen "una delle città più controllate al mondo".

Quando è finito l’impero sovietico, trentacinque anni fa, tutti erano convinti che fosse stata ormai archiviata l’ideologia comunista, che sottomette i principi liberali a quelli del totalitarismo collettivo. Rimanevano alcuni residuati del “Mondo Rosso” novecentesco, come Cuba, il Vietnam e ovviamente la Cina, il gigantesco erede di Mao Tse-Tung, che si pensava in via di “conversione” capitalista e liberale, tranne poi scoprire che il capitalismo di Pechino è diventato uno dei fattori dominanti dell’economia mondiale, senza per questo concedere ai suoi cittadini i diritti e le libertà personali.

La crisi del globalismo, inteso come abbattimento delle frontiere e libertà universale di commercio e interazione tra i popoli del mondo intero, è iniziata dopo un ventennio di “fine della storia”, con i crolli finanziari del 2008 e le successive scosse di revisione degli equilibri geopolitici. Mentre la Cina ha cercato di approfittare della disgregazione dei poteri occidentali, inserendosi nelle falle aperte dell’economia globale con le nuove “vie della seta”, la Russia ha visto la possibilità di rialzarsi dall’umiliazione del suo ruolo marginale, riprendendo il controllo dell’impero non con i soldi, ma con le armi e le minacce apocalittiche dei suoi arsenali e delle sue aspirazioni ideologiche di eredità secolare, quanto mai adeguate al “nuovo medioevo” che il mondo sta affrontando per capire a che futuro ci si deve preparare.

Ora la Russia si attribuisce il merito di aver distrutto il dominio globalista dell’Occidente e di aver instaurato il nuovo ordine mondiale “multipolare”, come viene ripetuto ossessivamente dal presidente Vladimir Putin e da tutti i suoi sottoposti, anche se rimane da capire quanti “poli” si sono effettivamente aperti, nelle contrapposizioni tra il Nord/Occidente e il Sud/Oriente globale, con i Corridoi dell’estremo settentrione artico, quelli “di mezzo” dell’Asia e del Caucaso e quelli meridionali dove scorrazzano le navi “pirata” della flotta ombra della Russia, ora fermate dall’America sovrana che si sta dividendo dall’Europa, in una giostra multipolare sempre più da capogiro.

Al di là delle svolte imprevedibili della geopolitica, che offrono ai commentatori di tutto il mondo argomenti per sviluppare fantasie senza freni, un fattore sistematico sembra imporsi ormai a tutte le latitudini: la fine dei valori liberali, sostituiti dai “valori tradizionali” su cui si reggeva il mondo intero prima della “degradazione” moderna della democrazia. Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato un articolo in questo senso sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”), dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”, e l’ideologo Aleksandr Dugin lo conferma con dichiarazioni secondo cui “è finita l’epoca degli Stati nazionali democratici”.

Si delinea quindi, in modalità radicali tipiche della Russia, la nuova ideologia mondiale del sovranismo e del tradizionalismo, che ripropongono forme contemporanee di autocrazia in cui il leader guida la volontà del popolo nella modalità “illiberale”, il termine decisivo che Putin ripete fin dal famoso discorso di Monaco nel 2007 alla Conferenza sulla sicurezza, dopo aver ascoltato le tante omelie del patriarca di Mosca Kirill contro il liberalismo, il male che distrugge il mondo dai tempi della rivoluzione francese, anzi da quelli della teologia scolastica latina. Da allora la Russia ha cominciato a staccarsi dai rapporti con le potenze occidentali, iniziando nel 2008 la guerra con la Georgia, che ormai oggi è stata addomesticata ai voleri del Cremlino, e dal 2014 con l’Ucraina, dilaniata da un conflitto simbolico tra diverse visioni del mondo, che sembra non avere fine.

Kuznetsov afferma che gli uomini del XXI secolo stanno disprezzando sempre più le libertà sociali e politiche, in cambio dei “servizi digitali gratuiti”, segnando i termini del “medioevo tecnologico” che al posto della responsabilità personale fa prevalere il dominio artificiale delle coscienze. Il politologo russo non esprime soltanto un’opinione isolata, per quanto riferita all’ideologia ufficiale, ma sintetizza il lavoro di uno dei più importanti think tank dell’amministrazione presidenziale del Cremlino, il gruppo Eisi guidato da uno dei principali consiglieri e possibili eredi di Putin, l’ex-premier Sergej Kirienko. Questo testo è stato analizzato attentamente da uno degli analisti di Meduza, Andrej Pertsev, che cerca di capire in che cosa consista il segreto del successo dei “sistemi illiberali” di Russia e Cina, che spinge gli abitanti di questi Paesi a scegliere il controllo digitale al posto dei valori liberali.

La rivista Gosudarstvo è stata inaugurata nel 2025, proprio allo scopo di esprimere in modalità sempre più efficaci i principi della nuova ideologia, grazie al contributo dei “polit-tecnologi”, come vengono chiamati in Russia gli araldi del pensiero dominante. Ad esempio Aleksandr Kharičev, un altro uomo di Kirienko, scrive sulla “sacralità del potere” sostenuta dalla “capacità di sacrificio” e dal “collettivismo” dei russi, unendo i principi dello zarismo e del comunismo sovietico. Queste dimensioni vengono sottolineate da un articolo di un altro membro del gruppo, Boris Rapoport, col titolo “Questioni e compiti della politica interna dello Stato russo nelle varie epoche storiche”, in cui si afferma che “la scarsità della popolazione sull’enorme territorio della Russia e il clima molto severo hanno imposto ai russi l’idea di uno Stato forte come uno dei principi fondamentali per garantire la propria sopravvivenza”.

Il polit-tecnologo Andrej Polosin propone un testo sulla “Legittimità digitale”, che si accorda con la tesi di Kuznetsov sulla prevalenza ormai inarrestabile dei “regimi illiberali” nei confronti di quelli “liberali”, come dimostrano su tutti proprio i sistemi di Russia e Cina. Non si nominano particolari “regimi liberali”, indicati genericamente come “Stati occidentali” dove “la legittimità si basa sulle procedure e sulle illusioni del controllo sociale nei confronti delle istituzioni”, mentre gli illiberali propongono la fonte alternativa della “efficacia tecnologica”. Le elezioni periodiche ogni 4-5 anni sono infatti ingannevoli, perché il regime al potere dovrebbe lavorare per gli elettori ogni giorno, quando in realtà questo servizio può essere realizzato in modo “visibile e non misurabile” soltanto dalle strutture digitali.

Questi servizi tecnologici sono talmente utili per i cittadini che diventano “un argomento decisivo in favore del sistema, molto più delle discussioni astratte sulle procedure democratiche”, aggiunge Kuznetsov. Il vantaggio degli illiberali come Russia e Cina non sta nel controllo in quanto tale sulla popolazione, ma nella “conversione di questo controllo in una vera legittimità, grazie all’offerta dei servizi di qualità nelle forme più convenienti”, che rendono la vita quotidiana più semplice e soddisfacente. Per questo “non c’è bisogno di manipolare l’opinione pubblica”, e il successo dell’approccio illiberale è assicurato dalla “concentrazione del potere”, considerata pericolosa dai decadenti regimi liberali.

Vengono portate ad esempio le due megalopoli di Mosca e Shēnzhèn, entrambe con circa 13 milioni di abitanti, dove i servizi cittadini sono “al massimo livello di comfort” rispetto a qualsiasi metropoli occidentale, dove è evidente che “le decisioni politiche diventano risposte tecnologiche” e il sindaco assume il ruolo di “direttore generale della città”, spogliandosi della funzione esplicita del potere ed esaltando quella del “servizio”, il cui confine con la “supervisione” diventa del tutto secondario e invisibile. Per questo i moscoviti, e sempre più i russi in generale, accettano di buon grado il controllo totale da parte delle autorità centrali e locali, perché “quanto più controllano, tanto più si vive comodamente”, e se il controllo venisse meno “non sarebbe una liberazione, ma un ritorno al rischio dell’ignoto”.

L’esperienza della Cina suscita nei politologi russi un entusiasmo sempre maggiore, come mostra proprio l’esempio di Shēnzhèn, che in quarant’anni si è trasformata da villaggio di campagna a “capitale tecnologica” proprio grazie alla totale assenza delle caratteristiche ritenute indispensabili dagli occidentali: le elezioni, i media indipendenti, la divisione dei poteri. “Una delle città più controllate al mondo funziona con grande efficacia, in un modo che le città occidentali possono soltanto sognarsi”, sottolinea lo specialista. Kuznetsov sottolinea che uno dei principali vantaggi dei sistemi illiberali è “l’indipendenza dai cicli elettorali”, che in questi Paesi si tengono solo per celebrare il regime al potere che può portare avanti i suoi programmi “per decenni”, mentre le alternanze contrapposte dei liberali impediscono di realizzare quanto era stato promesso agli elettori. Considerando che tra un mese e mezzo si terranno le elezioni parlamentari in Russia, queste spiegazioni aiuteranno senz’altro i cittadini russi a scegliere i propri rappresentanti, che saranno i tutori del benessere illiberale.

 

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