29/03/2017, 11.34
PAKISTAN – AFGHANISTAN
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Chiesa pakistana: il muro con l’Afghanistan non frenerà l’infiltrazione dei terroristi

di Kamran Chaudhry

Islamabad ha iniziato la fortificazione della “Durand Line” di epoca coloniale. La frontiera non è riconosciuta dalle autorità di Kabul. Interi villaggi si trovano a cavallo tra i due Stati. I confini labili hanno facilitato l’ingresso dei militanti, ma anche il passaggio di missionari, malati e merci.

Islamabad (AsiaNews) – “La recinzione al confine con l’Afghanistan non frenerà l’infiltrazione dei terroristi”. Lo affermano ad AsiaNews leader cattolici e protestanti del Pakistan, commentando la decisione di Islamabad di avviare la costruzione di una fortificazione dell’esistente frontiera “Durand Line”, di epoca britannica, che divide i due Paesi. Il rev. Earnest Jacob, vescovo anglicano di Peshawar aggiunge che “la recinzione potrà pure diminuire gli attacchi bomba, ma non l’estremismo. La pace verrà stabilita solo quando le popolazioni tribali verranno incluse nella società. I soldati dovrebbero costruire più scuole, licei per le ragazze e mercati, creando maggiori opportunità di lavoro”. Anche alcuni attivisti sostengono che la misura non sia davvero efficace per combattere il terrorismo. Ata-ur-Rehman Saman, coordinatore della Commissione nazionale di Giustizia e pace della Chiesa cattolica pakistana, afferma: “I militanti non usano i confini ufficiali”.

Il 25 marzo scorso il gen. Qamar Javed Bajwa, capo dell’esercito pakistano, ha annunciato che le operazioni di edificazione della recinzione sono già iniziate. L’obiettivo delle autorità è “impedire il movimento dei militanti” che attraversano il confine e seminano morte e distruzione. L’iniziativa giunge in seguito alla nuova ondata di attacchi kamikaze che a fine febbraio ha diffuso il terrore in tutto il territorio. Il più grave di essi si è verificato in un tempio sufi nella provincia del Sindh, gremito di fedeli. Il bilancio è stato pesantissimo: oltre 80 morti, tra cui molti bambini, e almeno 200 feriti. In seguito il governo ha condotto una serie di raid nelle roccaforti dei militanti e ne ha uccisi un centinaio. In contemporanea ha stabilito la chiusura della frontiera con l’Afghanistan, considerato culla e rifugio per i terroristi. Il passaggio di persone e merci è stato riaperto solo dopo una settimana.

La decisione del Pakistan è stata criticata da Kabul, che non riconosce la “Durand Line”, frontiera di 2.400 km costruita nel 1896 dall’impero britannico. Lo scorso anno il Pakistan ha completato la fortificazione di un fossato lungo 1.100 km lungo la metà meridionale della frontiera. L’attuale tornata di rafforzamento dei confini riguarda invece la porzione settentrionale della linea di demarcazione, che passa nelle regioni tribali di Mohmand e Bajaur. Critiche sono piovute anche dalle comunità locali, che hanno sempre abitato quei territori senza rispettare una netta delimitazione. Gli abitanti lamentano che esistono interi villaggi a cavallo tra i due Paesi, con le porte di ingresso di moschee e case situate in Pakistan e porte d’uscita collocate in territorio afghano.

Il confine tra i due Stati è sempre stato labile e poco controllato. Questo ha portato ad una proliferazione del terrorismo, ma ha consentito anche facilità di spostamento di mercanti e persone. Anche i missionari hanno potuto usufruire di questo vantaggio nell’opera di conforto a famiglie cristiane che abitano oltre frontiera. È il caso di p. Nasir William, direttore della Commissione per le comunicazioni sociali della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, che nel 2012 è riuscito a visitare alcuni fedeli a Jalalabad senza possedere un visto. Egli riferisce inoltre che “molti pazienti afghani, affetti da malattie provocate dalle acque contaminate da batteri, potevano viaggiare in Pakistan e ricevere i trattamenti”. Tutto questo, con il nuovo confine, potrebbe essere messo a rischio.

Secondo Kakkazai Amir, esperto di social media di Peshawar, “i due Paesi devono collaborare per bloccare l’immigrazione illegale e i trafficanti. Allo stesso tempo, un recinto simile non risolve il problema del terrorismo, perché il Pakistan ha una lunga storia di infiltrazioni dall’Afghanistan. Piuttosto, il governo dovrebbe aprire un consolato, alleggerire il controllo sui visti, facilitare i viaggi d’affari e quelli effettuati per cure mediche”.

Accanto a queste posizioni critiche, Naseem Kausar, insegnante e attivista per i diritti delle donne, esprime apprezzamento per la politica di Islamabad: “Avere dei confini precisi è un diritto di ogni Stato. Tutto questo attiene alla sua sovranità. Il Pakistan affronta una seria minaccia, perciò proteggere la madrepatria è una necessità di questi tempi”.

(Ha collaborato Shafique Khokhar)

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