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    » 09/05/2011, 00.00

    ASIA

    I prezzi dell’argento e delle materie prime: si prepara una nuova crisi

    Maurizio d'Orlando

    Dopo anni di crescita, il prezzo dell’argento, del petrolio e altre materie prime è crollato. Ma non sembra essere un segno positivo. Si prepara una nuova crisi: agli aspetti finanziari si aggiungono i debiti pubblici e una depressione senza fine, o l’iperinflazione. Ma tutto è legato al prezzo dell’oro e dell’argento, da secoli controllato da diversi gruppi e oggi da Goldman Sachs e JP Morgan.
    Milano (AsiaNews) - La recente altalena dei mercati mondiali, soprattutto quelli delle materie prime, importanti per le industrie manifatturiere soprattutto cinesi ed indiane, appaiono contraddittorie, una vera e propria giravolta, o meglio risultano quasi incomprensibili. D’improvviso, infatti, sembra che tutto il quadro economico mondiale sia cambiato. La prevista fiammata inflazionistica parrebbe che quasi d’un tratto non abbia più ragione di essere temuta. In un giorno le quotazioni di borsa del greggio crollano del dieci per cento, la gomma i minerali ed in generale tutte le materie prime arretrano dai massimi raggiunti, le borse asiatiche s’indeboliscono e così pure lo yen. Il tonfo dell’argento, salito a livelli record in questi ultimi mesi, è passato in pochi giorni da 50 dollari l’oncia a circa 35 (per poi riprendersi di qualche punto). Che cosa mai giustifica questa improvvisa inversione di tendenza ci si è chiesti.
     
    La fine della guerra del terrore
     
    C’è stato, è vero, l’annuncio della morte di Bin Laden, la supposta fine della guerra del terrore. Un sentimento di sollievo pare diffondersi perché sembra quasi allontanarsi lo spettro di uno scontro di civiltà a livello mondiale tra laicisti ed islamisti. Questo ed altro si sarebbe tentati di supporre come elemento di normalizzazione economica e di cambio di direzione dei mercati.
    In realtà, però, le preoccupazioni dal punto di vista della politica internazionale non sembrano diminuite, ma cresciute. La tensione nei Paesi arabi prosegue, continua la guerra di Libia (anche se si parla di una tregua nei combattimenti a breve) ed è ormai chiaro che tra non molto sarà poi la volta della Siria e delle varie autocrazie o monarchie arabe, anche quelle del Golfo. I fattori politici, dunque, nel migliore dei casi si elidono.
     
    Dal punto di vista strettamente economico, invece, non si vede quale sia il fattore decisivo che si sia modificato in maniera positiva tale da giustificare un quadro più roseo, almeno sul fronte della temuta crescita dei tassi d’interesse e quindi del possibile crollo del valore dei mercati finanziari, cioè delle obbligazioni ed in parte delle azioni.
     
    Nonostante tutti gli sforzi, di dati economici tali da modificare il quadro in una simile drastica misura non se ne vedono, né in termini di indebitamento pubblico in Europa, Usa, Giappone. In Cina non si vedono reali miglioramenti in termini di inflazione reale e di solidità del sistema finanziario; nei Paesi occidentali non c’è ancora alcuna effettiva riduzione della disoccupazione e così via. La minima riduzione della disoccupazione ufficiale negli Usa non è certo un tale elemento, anche perché è aumentato il numero di coloro che non lavorano e scoraggiati nemmeno cercano più lavoro. E d’altra parte, la crescita dell’economia langue, per lo meno nei Paesi occidentali. Nonostante il gigantesco piano di salvataggi bancari avviato negli ultimi mesi della presidenza Bush, proseguito ed ampliato a dismisura da Obama (con un costo stimato di circa 24 mila miliardi di dollari), oltre che imitato quasi dappertutto nel mondo, inclusa la Cina (ed incluse Gran Bretagna, Germania, Francia Belgio, Olanda, Irlanda ecc.); nonostante lo “Stimolo” economico messo in piedi da Obama nei primi mesi del suo insediamento alla Casa Bianca ed anch’esso imitato dalla Cina; nonostante la QE2 decisa ad ottobre 2011 dal governatore della Fed Bernanke, di risultati non se ne vedono molti. Il dato evidente, dunque, è che i timori di una nuova crisi economica globale non si sono attenuati ma semmai sono aumentati.
     
    La questione cruciale è ancora, come nel 2008, quella finanziaria. Di diverso, e molto più preoccupante, c’è  però che il problema non è più a livello di sistema bancario, ma di debito pubblico. Soprattutto, la bolla dei derivati, di gran lunga il rischio sistemico maggiore, è ben lontana dall’essere risolta. Il tema dunque non è se a livello mondiale siamo verso l’inizio della fine della crisi economica perché è anzi diffuso il timore di un nuovo imminente collasso. Di fatti la questione maggiormente dibattuta tra gli economisti più attenti e non compromessi con uno specifico progetto politico è se andiamo verso una fase di deflazione e di Grande Depressione (con riduzione dei prezzi delle materie prime) o verso una fase di iperinflazione stile Weimar, Zimbabwe e Serbia. Il dilemma richiederebbe una lunga analisi ed in sintesi è probabile che l’economia mondiale debba affrontare entrambi i due opposti mali. 
     
    Superare il dollaro
     
    Questa diatriba tra “depressionisti” ed “iperinflazionisti” rimane però circoscritta a livello di analisi delle circostanze del momento e rischia perciò di far perdere di vista l’essenza del dramma, il rischio sistemico che ben presto si renderà evidente a tutti. Come analizzato nel paragrafo finale di un precedente articolo sulla guerra in Libia, siamo ad un passaggio davvero epocale, alla fine di un’epoca iniziata con il Trattato di Vestfalia del 1648 e la questione, parrà strano, è strettamente connessa con le quotazioni dell’argento. Il fronte incandescente è sempre quello della moneta, della valuta di riserva, il dollaro, ma più in generale quello del rapporto tra la cartamoneta e le monete naturali, l’oro e l’argento. Tutta l’attività economica è imperniata sulla moneta, il cuore del sistema imperiale della modernità. È di fatto perciò difficile orientarsi nelle vicende economiche odierne se non ricordando alcune lontane vicende storiche.
     
    Nel 1648 finiva l’universalità del Sacro Romano Impero e della Cristianità occidentale, che era sopravvissuta al distacco ed al conflitto tra cattolici e protestanti. Il Sacro Romano Impero cessò di esistere 250 anni dopo, nel 1918, ma una certa misura di uniformità monetaria, basata sull’argento, che era sopravvissuta per tanti secoli, iniziò a disgregarsi quasi subito dopo la firma del Trattato di Vestfalia. Quarant’anni più tardi, infatti, nel 1688, la Gran Bretagna subì una seconda invasione dopo quella, nel 1066, di Guglielmo il Conquistatore. Una cospirazione anticattolica, di cui il filosofo e politico John Locke fu uno degli artefici, composta da calvinisti, proto-massoni (i rosacroce), fautori della Rivoluzione di Cromwell e banchieri ebrei di Amsterdam (ad esempio Machado e Pereira, il barone Lopes Suasso ed altri sefarditi olandesi) connessi con la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali (The Dutch East India Company) finanziò e portò al potere in Inghilterra un altro Gugliemo, Guglielmo d’Orange (di cui ancora oggi in Irlanda del Nord gli orangisti celebrano la vittoria sui cattolici). Tra i suoi sostenitori troviamo molti nomi che ancora oggi ci sono familiari, come quello di John Churchill, progenitore di Winston o della ditta Mocatta and Goldsmit di Moses Mocatta, il cui nome sopravvive nella Scotia Mocatta, una delle banche che ancora oggi fissano il prezzo dell’oro a Londra. Guglielmo d’Orange prendeva il posto del legittimo Re costituzionale, il cattolico Giacomo II Stuart, ed essendo di fatto un usurpatore sapeva bene che doveva il suo potere a chi l’aveva finanziato, tanto da essere soprannominato il Re dei banchieri. Pertanto, come da accordi presi in precedenza, Guglielmo d’Orange sei anni dopo la “Glorious Revolution”, nel 1694 si sdebitò concedendo il monopolio dell’emissione monetaria ad una banca privata la Bank of England (BoE), che non aveva un obbligo di detenere una riserva aurea. Era l’inizio dell’era della cartamoneta avente corso legale e la BoE divenne in seguito il modello delle banche centrali di quasi tutto il mondo, inclusa quella americana, la Fed. A pochi anni di distanza, nel 1717, lo stesso anno della fondazione ufficiale della massoneria, vi fu un evento economico valutario molto rilevante e rivoluzionario, il più significativo dalla riforma monetaria del IX secolo, decisa dal primo imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo Magno. Fino ad allora per circa nove secoli, l’argento era stato il cardine del sistema monetario. Una lira carolingia equivaleva, infatti, ad una libra d’argento. Dato il carattere molto decentrato del Sacro Romano Impero la moneta assunse vari nomi. Ad esempio in Francia veniva detta lira tornese perché coniata a partire dal XII secolo presso l’abazia di Tournois e la lira tornese è rimasta nell’uso colloquiale uso fino a non molto tempo fa[1].
    In quell’anno, nel 1717, in qualità di capo della Zecca reale inglese, Isacco Newton (certo, ben più noto come fisico ed astronomo, ma che, doveva tale posizione soprattutto al fatto di essere membro di varie congreghe più o meno esoteriche), con colpo di mano, stabilì una sistema basato sulla parità aurea e diede di fatto avvio alla demonetizzazione dell’argento. La ragione era essenzialmente politica e cioè la lotta contro gli Asburgo, cattolici, che grazie all’America Latina, avevano grosse disponibilità di argento dal Messico e da Potosì (oggi in Bolivia). Da quel momento inizia anche il dominio anglosassone degli oceani ed il loro impero. Nemmeno Napoleone riuscì a scalfire tale predominio quando cercò di imporre una nuova unità monetaria universale, il franco. Da notare infine che anche l’introduzione dell’oppio in Cina da parte dei mercanti inglesi all’inizio del 1800 è connessa all’argento, metallo di cui il gigante asiatico era ed è produttore.
     
    Il mercato di oro e argento
     
    Il mercato dei metalli preziosi è il cardine ed il paradigma di riferimento di tutti i mercati delle materie prime ed è strettamente connesso al sistema valutario in essere. Ad AsiaNews ci siamo più volte occupati[2] del problema dell’attuale sistema monetario internazionale di cui da non pochi anni[3], almeno dalla crisi russo asiatica del 1998, è evidente lo stato di crisi. Un mese fa il finanziere George Soros ha convocato una conferenza di economisti, un po’ ambiziosamente denominata Bretton Woods II, per promuovere l’adozione di una nuova moneta di riserva, sostitutiva del dollaro, emessa da una super-banca mondiale basata su di un paniere di valute di vari Paesi. In questo contesto, e dunque proprio alla luce della genesi stessa dell’attuale sistema valutario internazionale, possiamo comprendere le ragioni di questi sbalzi repentini che osserviamo in questi giorni delle quotazioni dei metalli preziosi, l’oro e l’argento e del loro rapporto reciproco. In un periodo di crisi e transizione sistemica come quello attuale diventa infatti più chiara anche la relazione, non sempre evidente, tra lo strumento di scambio - la moneta - e tutti gli altri beni. Anche dopo che il 15 agosto 1971 fu abolita ogni residua convertibilità del dollaro in oro, i metalli preziosi sono sempre rimasti infatti una moneta reale, il parametro implicito[4] di riferimento per i prezzi non solo delle materie prime, ma in generale di tutti i beni. È logico quindi che il controllo del mercato dei metalli preziosi diventi un fattore strategico del controllo dell’economia.
     
    A controllare le quotazioni di entrambi i metalli è da sempre la famiglia Rothschild, tramite società paravento che a loro fanno capo. Nella fattispecie si tratta della Goldman Sachs (GS) che controlla l’oro e la JP Morgan (JPM) che controlla l’argento. Come ciò sia possibile, visto che ufficialmente il prezzo dovrebbe essere determinato dal punto di equilibrio tra domanda ed offerta di un bene, in questo contesto cioè l’oro e l’argento, non è né immediatamente evidente, né semplice da spiegare. In quanto operatori primari sia la GS che la JPM non sono tenute a versare immediatamente il controvalore per le loro operazioni sulle borse dei metalli preziosi. Pertanto vendono a termine oro o argento allo scoperto (cioè di cui non dispongono) ed incassano il controvalore in denaro contante subito. In tal modo fanno cassa per operazioni quasi sempre vincenti e lucrose ad esempio sulle azioni[5] o sulle obbligazioni[6]. Alla scadenza dei contratti a termine di solito poche controparti richiedono la consegna effettiva dei lingotti. Una delle ragioni è che tale consegna fisica viene resa artificialmente complessa ed i tempi di consegna sono sempre stati abbastanza lunghi. L’altra è che di solito GS e JPM, mediante la compravendita di quantità relativamente piccole, riescono ad influenzare le quotazioni dei metalli preziosi nell’unico giorno del mese in cui è possibile esercitare il diritto di richiesta della consegna del metallo. In tal modo GS e JPM riescono, quasi sempre, o a coprire le richieste di metallo fisico che hanno venduto senza averne o a traslare le posizioni scoperte ad una scadenza futura per loro più propizia. Solo in pochi casi, la situazione è brevemente sfuggita loro di mano. Dopo un primo sbandamento iniziale tutto il sistema (la Fed, la BoE ed altre banche centrali, il Nymex, le autorità di vigilanza come la CFTC, perfino il Fondo Monetario Internazionale FMI, ma anche una vecchia conoscenza come la Scotia Mocatta) iniziò ad agire di concerto ed i reprobi (i fratelli Hunt, ad esempio, con l’argento o la Ferruzzi di Raul Gardini nel settore delle materie prime agricole)[7] finirono male, pagando l’affronto con il fallimento ed il carcere.
     
    Futuro inquieto
     
    Il caso odierno dell’argento ha molte similitudini con quello dei fratelli Hunt ed il sistema ha reagito in maniera molto simile. Come allora le richieste di consegna di metallo acquistato in borsa sono aumentate al punto che il Comex (subentrato al vecchio Nymex) ha visto crollare le proprie riserve di argento e si è trovato in difficoltà ad onorare i propri impegni. Sono stati così improvvisamente innalzati i margini per gli acquisti di contratti di borsa per l’argento. Questa è la ragione del crollo delle quotazioni dell’argento che hanno prodotto turbolenze in tutto il comparto, non l’improvviso crollo della domanda di argento. In questo caso la legge della domanda e dell’offerta ha poco a che farci. La domanda di argento fisico è sempre molto forte. Soprattutto non viene da una sola singola mano, ma da molti piccoli acquirenti sconcertati dal comportamento scandaloso del sistema bancario, dal disastro del debito pubblico e dei deficit statali, dalla maniera clandestina con cui, a porte chiuse, si sta preparando una valuta mondiale sostitutiva del dollaro, il metro di misura che determinerà, scandirà il valore del lavoro e dei sacrifici di miliardi di persone nel mondo.
     
    AsiaNews è solo un’agenzia di informazioni e non ha alcun titolo per fornire consigli finanziari. È però opinione di chi scrive che entro quest’anno, probabilmente in autunno, assisteremo ad una forma più o meno palese d’insolvenza del Comex sull’argento. Sarà una nuova Lehman Brothers, una nuova crisi come nel 2008, solo molto più grave.
     
     
     
     
     
    [1] da piccolo mio padre mi cantava una canzone dialettale napoletana di epoca borbonica, dell’ottocento cioè, in cui si menzionava ancora la lira tornese “né, quante spingule me rai pe’ nu turnese ?”, quante spille mi dai per un tornese ).
    [4] Tuttora l’oro detenuto dalla Fed viene ad esempio valutato a 42,2 $ l’oncia, come se niente fosse cambiato dagli anni settanta. 
    [5] Storicamente operatori “istituzionali” come GS e JPM hanno avuto accesso privilegiato ad informazioni riservate derivate dalla loro attività di consulenza, informazioni cioè di cui solo loro disponevano – e di cui ancora dispongono – mentre più di recente hanno potuto avvalersi di complessi sistemi informatici di compravendita di valori finanziari con accesso privilegiato all’immissione degli ordini sulle piattaforme computerizzate che trattano le transazioni di borsa.
    [6] Il governatore della Fed è sempre stato una persona da esse indicata e di loro fiducia. Conoscerne il pensiero ed intuirne le mosse significa disporre di preziose informazioni circa l’andamento dei tassi d’interesse e circa l’ammontare della moneta in procinto di essere emessa dalla Fed, comprando e vendendo di conseguenza.
    [7] Uno dei casi, il più noto, è stato quando i fratelli Hunt negli anni ottanta, iniziarono a richiedere la consegna fisica dei lingotti d’argento comprati in borsa. Nelson Bunker Hunt e suo fratello iniziarono a chiedere la consegna fisica dell’argento acquistato in borsa. Nelle riserve detenute non c’era però argento sufficiente per soddisfare le richieste di riscatto e le quotazioni dell’argento toccò i 50 dollari l’oncia. Tecnicamente le borse metalli (il NYMEX, ora denominato Comex) erano insolventi e decisero, con l’accordo della Fed, della autorità di controllo sulle borse merci (Commodity Futures Trading Commission americana), di cambiare le regole nel bel mezzo del corso del gioco. Nessuno poteva detenere più di un certo quantitativo di contratti. Chi ne avesse avuti di più avrebbe dovuto liquidare le proprie posizioni, con le logiche e prevedibili perdite. Ci si mise di mezzo perfino il Fondo Monetario Internazionale FMI. I fratelli Hunt avevano infatti concordato di scambiare argento contro zucchero con le Filippine. L’accordo era vantaggioso per entrambi. Gli Hunt ottenevano zucchero greggio di cui avevano bisogno per una loro raffineria negli USA. Le Filippine si liberavano degli stoccaggi di zucchero invenduto ed ottenevano argento con il quale contavano di contro garantire i propri acquisti di greggio di cui il paese necessitava. Ci si mise di mezzo però l’ineffabile FMI che dichiarò che l’argento per loro non poteva venire calcolato come valore a garanzia dei prestiti in dollari. Le borse merci, e chi ci stava dietro, si salvarono, mentre i fratelli Hunt furono costretti a liquidare le proprie posizioni ed a perdere gran parte del proprio capitale finendo di fatto per scomparire dalla scena economica. Qualcosa di simile si verificò con la Ferruzzi guidata da Raul Gardini che operava nelle materie prime agricole. L’epilogo fu simile. È bene ricordare che in entrambi i casi il fine non era, come invece si disse, l’aggiotaggio, cioè provocare un’artificiale scarsità e lucrare sul prezzo. Entrambi volevano disporre del prodotto fisico, gli uni perché pensavano di preservare così il valore dei propri beni e l’altro, Gardini, per esigenze puramente mercantili nel commercio delle granaglie.  
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