07/11/2016, 11.50
TURCHIA
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Il "Sultano" Erdoğan rischia di trascinare la Turchia in una guerra civile

Alta tensione dopo l’arresto dei vertici del partito di opposizione curdo. Un deputato armeno cancella un viaggio in Francia per seguire l’evolversi della situazione. E denuncia “il colpo di Stato” in atto contro “diritti e pluralismo”. Le politiche anti-curde del presidente e le analogie con la fase che ha preceduto il genocidio nel 1915. Dal carcere Demirtas parla di “detenzione illegale”. 

 

Istanbul (AsiaNews) - Smentendo le notizie circolate in occidente circa il divieto di espatrio imposto dalle autorità turche, il deputato armeno Garo Paylan, eletto nel partito di opposizione filo-curdo Hdp, ha affermato di aver deciso in prima persona di cancellare  il viaggio in Francia. Egli avrebbe dovuto recarsi a Marsiglia, per tenere una conferenza e incontrare personalità e cittadini della diaspora armena e curda. Tuttavia, Paylan (nella foto) ha preferito non abbandonare la Turchia in un periodo delicato e travagliato della propria storia. Al contempo, egli ha negato con forza la ridda di voci di un presunto divieto di espatrio voluto da Ankara.

L’arrivo di Paylan era molto atteso anche dalla stampa locale e internazionale in Francia, per raccogliere informazioni di prima mano circa la crescente restrizione delle libertà individuali e di pensiero in atto in Turchia. Un giro di vite imposto dal presidente turco Recep Tayyp Erdoğan all’indomani del fallito golpe di metà luglio, del quale è accusato il predicatore islamico Fethullah Gülen, che ha sempre respinto ogni accusa. 

Contattato dall’Afp, il parlamentare armeno ha denunciato il “colpo di Stato” in atto in Turchia “contro il pluralismo, la diversità e la parità dei diritti”. Erdogan e i suoi seguaci, ha aggiunto Paylan, vogliono “una nazione unica, un’ideologia unica, un’unica religione e identità”. 

Ne giorni scorsi aveva già sollevato profonda indignazione la notizia dell’arresto dei co-presidenti del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdag, insieme a una decina di altri deputati dello stesso gruppo parlamentare. A preoccupare è anche la modalità secondo cui sono avvenuti i fermi, in piena notte e in gran segreto, che ricordano da vicino le pratiche compiute dal partito Ittihad Ve Terakki (Unione e Progresso)  dei Giovani turchi del 1915. Nella notte fra il 23 e il 25 aprile di quell’anno viene arrestata l’intera intellighenzia della nazione armena, vengono messi fuori gioco i capi della comunità e si aprono le porte del successivo sterminio del popolo armeno da parte dell’impero Ottomano. 

Questo è il pensiero che circola fra gli ambienti della leadership parlamentare curda, che avevano scelto di contrastare il Pkk entrando a far parte delle istituzioni e all’interno delle quali lottare per avere pari diritti, abbandonando le armi. Rivendicazioni, anche queste, che ricordano le scelte degli armeni dell’epoca pre-genocidio, i quali non chiedevano altro che la parità con i cittadini musulmani dell’impero, oltre che il riconoscimento della lingua e la libera pratica del culto. 

Da allora sono trascorsi 101 anni ma il partito dei Giovani turchi, dal cieco nazionalismo, sembra rinascere nella gesta e nei discorsi di Erdoğan. Parole che hanno riportato alla memoria delle minoranze il fantasma che ha condotto il Paese alla Prima guerra mondiale e causato la frantumazione stessa dell’impero. Un movimento assetato di espansionismo, della volontà di unire tutti i turchi dal Bosforo alla Cina in un unico impero. 

Molti si chiedono quanto vi sia dei Giovani turchi nell’attuale capo di Stato, nei suoi sogni neo-ottomani con rivendicazioni territoriali su Aleppo, Raqqa, Idlib e l’intera Jezira in Siria; e ancora Mosul e Kirkuk in Iraq, quel che resta dell’Armenia, delle isole greche e di Cipro. 

Intanto emergono le prime informazioni relative all’udienza di convalida del fermo di Selahattin Demirtaş, segretario e leader dell’Hdp, apprezzato anche da diverse componenti non curde in Turchia. Davanti al giudice egli ha affermato di non voler rispondere alle accuse, ma di voler fare una dichiarazione. Egli ha ricordato di essere “un membro del Parlamento” che dovrebbe beneficiare “dell’immunità legislativa” e che rappresenta non se stesso, ma “le masse” che lo hanno eletto. “Non vi è nulla - ha aggiunto il leader curdo - a cui non posso rispondere. Ma non accetterò mai di sottomettermi a dei giudici e procuratori che fanno gli inchini o sono alla mercé del potere, mentre la dignità della magistratura del nostro Paese viene calpestata”. Non intendo essere “un pupazzo”, ha proseguito, “di questa mascherata giudiziaria montata ad arte su ordine di Erdoğan”. 

“Non credo - ha concluso Demirtaş rivolgendosi ai giudici - che una proceduta giudiziaria istruita da voi possa essere giusta e legittima, persino la mia detenzione qui è illegale”. 

La repressione lanciata da Ankara contro rettori, giornalisti, magistrati, oppositori politici, deputati, accademici, uomini dell’arte e dello spettacolo, è oggetto di critiche anche da parte di moti alleati di primo piano della Turchia. In molti denunciano il declino verso la dittatura e il culto della personalità in atto nel Paese, perpetrato con il pretesto di combattere i golpisti e con l’obiettivo di modificare la Costituzione e trasformare lo Stato in Repubblica presidenziale. Da Ataturk, Erdoğan ha imparato a giocare la carta della rivalità e della promessa di alleanza fra “nemici” antagonisti come avvenuto in passato con gli inglesi e i bolscevichi di Lenin. Una azione che rischia di trascinare il paese in una sanguinosa e lunga guerra civile con i curdi, delusi dal mancato ottenimento di giustizia e diritti attraverso mezzi pacifici.(PB)

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