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  • » 01/02/2017, 12.30

    PAKISTAN

    Lahore, accusa di “blasfemia sui social network”. Rischiano la pena di morte gli intellettuali attivisti scomparsi

    Shafique Khokhar

    L’unico ad essere ricomparso è il professor Salman Haider; gli altri quattro blogger mancano da quasi un mese. La denuncia è stata presentata dalla Shuhada Foundation. Se dovessero essere assolti, “la loro vita sarà comunque miserabile”.

    Lahore (AsiaNews) – Il professore pakistano Salman Haider, che da poco ha potuto riabbracciare la famiglia dopo essere stato rapito, e gli altri quattro intellettuali attivisti ancora dispersi da quasi un mese sono indagati per blasfemia. Lo conferma la Federal Investigation Agency (Fia), che ha registrato il caso nella stazione di Iqbal Town (Lahore) in base alla denuncia presentata da un membro della Shuhada Foundation. Sotto la lente di ingrandimento sono finiti i commenti che essi hanno pubblicato sui social network, nei quali criticavano l’estremismo religioso e l’atteggiamento radicale di alcune fazioni delle forze di sicurezza e del governo. L’accoglimento della denuncia per blasfemia, crimine che in Pakistan viene punito con la pena di morte, era quanto di più temuto dalle famiglie degli attivisti e dai loro sostenitori, che lamentano una repressione sempre più forte della libertà di espressione.

    Il giudice Abdul Ghafoor Kakar ha acconsentito alla registrazione ufficiale della pratica, dando inizio alle indagini secondo la Sezione 295 C dell’Anti-Terrorism Act. Il magistrato ha anche stabilito che il famoso professore di Rawalpindi avrà l’obbligo di dimora nel Paese per tutta la durata del caso.

    Hamza Arshad, insegnante e attivista, riporta che la ricomparsa di Haider “era stata accolta con immensa gioia da parte dei gruppi politici e civili. Il suo rilascio in tutta sicurezza, come pure quello dei quattro blogger di Lahore, è considerato segno vitale del potere persuasivo da parte del pubblico”. Purtroppo, aggiunge, “in questa parte del mondo la compiacenza ha vita breve. La Fia ha registrato il caso contro il professore ‘perso-e-poi-ritrovato’ e contro gli altri intellettuali per aver insultato l’islam sui social media”.

    “Ci saremmo sorpresi – aggiunge con rammarico – se la situazione non fosse arrivata fino a questo punto. Sotto i nostri occhi sfilano le forze dell’oscurità, mentre l’armonia sociale e l’atteggiamento liberale continuano a recedere. Questa è la lotta che il Paese sta combattendo per la sua sopravvivenza”.

    Secondo l’attivista, “è deplorevole che ai terroristi arrestati sul campo di battaglia venga data ampia libertà e invece gli scrittori e i commentatori sono indagati. L’accusa di blasfemia, che sia veritiera o meno, per una persona che già è incappata nell’ostilità dei fanatici rende di certo la sua vita miserabile”.

    L’accusa di insulto al profeta, conclude Arshad, “viene punita con l’esecuzione capitale e ci sono poche possibilità di avere salva la vita anche in caso di assoluzione. Tutto questo accade in un momento in cui l’India, il nostro arci-rivale, ci sta spingendo verso l’isolamento da parte della comunità internazionale. Da parte nostra, non lasciamo nulla di intentato per darle una mano in questo”.

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