09/07/2019, 11.52
INDONESIA
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Molestata ma condannata per diffamazione: insegnante chiede la grazia a Widodo

di Mathias Hariyadi

La 38enne Baiq Nuril Maknun è diventata l’icona del movimento #MeToo nel Paese. La prossima settimana, sarà chiamata a scontare una pena di sei mesi di carcere e pagare una multa di 500 milioni di rupie indonesiane. La Corte suprema l’ha trovata colpevole di aver registrato e diffuso le avances a sfondo sessuale del preside della sua scuola.

Jakarta (AsiaNews) – Condannata al carcere per aver registrato una conversazione con il suo presunto molestatore, un’insegnante di Mataram – la più grande città sull’isola di Lombok e capoluogo della provincia di West Nusa Tenggara (Nnt) – chiede la grazia al presidente indonesiano, Joko “Jokowi” Widodo. Negli ultimi giorni, l’attenzione dell’opinione pubblica indonesiana è concentrata sul caso giudiziario della 38enne Baiq Nuril Maknun (foto), divenuta icona del movimento #MeToo nel Paese.

La prossima settimana, Maknun sarà chiamata a scontare una pena di sei mesi di carcere per diffamazione, a cui si aggiunge una multa di 500 milioni di rupie indonesiane (circa 31.500 euro). Il perdono della più alta carica dello Stato rappresenta l’ultima speranza, dal momento che la donna ha esaurito ogni possibilità di appello. La vicenda catalizza le paure di molte donne indonesiane. Esse temono che la loro lotta contro le molestie sessuali, anche se portata in tribunale, potrebbe esser messa a tacere da una causa per diffamazione.

I fatti risalgono al 2012, quando Maknun è impiegata presso la scuola superiore SMAN 7 di Mataram. L’insegnante riceve una telefonata dal preside, musulmano e identificato solo dall’iniziale del nome, M. Nei primi minuti, la conversazione riguarda tematiche lavorative; nella seconda parte, il dirigente comincia a raccontare i dettagli di un appuntamento intimo con un'altra donna. Maknun ritiene di esser vittima di una molestia e decide di registrare la chiacchierata. Nel frattempo, i colleghi l’accusano di avere una relazione sentimentale con il dirigente scolastico. Per smentire i pettegolezzi, Maknun decide di sottoporre la registrazione alla loro attenzione.

Nel 2015, l’audio comincia a circolare nella stretta comunità di Mataram. Il preside si reca alla stazione di polizia e sporge denuncia per diffamazione contro Maknun: la donna viene accusata di aver registrato e diffuso la telefonata, in violazione della controversa Legge sull'informazione e le transazioni elettroniche (Ite). La norma proibisce di distribuire intenzionalmente, trasmettere o rendere disponibile ad altre persone informazioni elettroniche che contengano insulti o diffamazioni. A far diventare pubblica la registrazione non è stata Maknun, bensì l’ex collega Imam.

Il Tribunale distrettuale di Mataram trova l’imputata non colpevole di diffamazione nel luglio 2017.  I pubblici ministeri presentano ricorso contro il verdetto presso la Corte regionale, che ribalta la sentenza. La Mahkamah Agung (Ma) – la Corte suprema indonesiana – emette la condanna definitiva nel settembre 2018. L’ultimo capitolo della vicenda giudiziaria si è chiuso lo scorso 5 luglio, quando i giudici Margono, Desniyati e Suhadi hanno respinto la sua richiesta di revisione del processo.

La condotta della Ma ha attirato le dure critiche dell’Institute for Criminal Justice Reform (Icjr), istituto di ricerca con sede a Jakarta che dal 2007 promuove riforme giudiziarie e democrazia. L’organizzazione afferma che il collegio giudicante non ha trattato la donna in accordo con il suo status di “vittima” di molestie sessuali. Gli attivisti contestano anche la Corte regionale, accusata di non aver preso in considerazione il fatto che a diffondere l’audio non è stata l’imputata. Esprime disappunto anche la Komisi Nasional Anti Kekerasan terhadap Perempuan (Komnas Perempuan), la Commissione nazionale contro la violenza sulle donne – organismo statale indipendente, fondato per decreto presidenziale nel 1998. Sri Nurherwati, una delle commissarie, sottolinea che il verdetto dell'Ma è ingiusto, in quanto le sue basi legali non sono rilevanti.

Maknun chiede l’intervento del ministero degli Affari legali e dei diritti umani e afferma: “In quanto cittadina indonesiana, ora posso riporre le mie speranze solo nel ‘Padre della nazione’, il presidente Widodo”.

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