11/12/2013, 00.00
SIRIA
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Patriarcato greco-ortodosso: "Nessuna notizia delle 13 suore di Maaloula, non ci fidiamo del video"

Secondo il filmato diffuso da al-Jazeera le religiose detenute a Yabrud dovevano essere liberate il 9 dicembre. Il Patriarcato greco-ortodosso "preoccupato" per la loro condizione. Nella zona sono in corso intensi combattimenti fra esercito e ribelli islamisti. Nella mani degli estremisti islamici due giornalisti spagnoli in Siria per un reportage a favore della rivoluzione anti-Assad.

Damasco (AsiaNews) - Restano nelle mani del gruppo islamista Ahrar al-Qalamoun le 13 suore greco-ortodosse sequestrate lo scorso 2 dicembre a Maaloula insieme ad alcune giovani orfane. Dopo il video diffuso lo scorso 6 dicembre da al-Jazeera nessuno ha più trasmesso notizie riguardo alle religiose, nonostante le illazioni su una loro possibile liberazione già lo scorso 9 dicembre.

Contattato da AsiaNews, il Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia afferma di "non avere alcuna novità sulla condizione delle suore e delle tre giovani orfane di Maaloula". L'ultimo contatto diretto è stata la breve telefonata al patriarca di antiochia Youhanna X avvenuta pochi giorni dopo il sequestro. "Da allora - sottolinea una fonte del Patriarcato - nessuno si è messo in contatto con noi e gran parte delle novità le leggiamo su internet come il resto del mondo. Abbiamo visto il video diffuso da al-Jazeera, ma non abbiamo conferme dirette né sulla reale condizione delle suore, né sulle ragioni del loro sequestro e pensiamo che il filmato sul web non sia affidabile e siano necessarie ulteriori verifiche". Nel video le suore di Maaloula apparivano in buona salute e negavano di essere state rapite, ma solo messe al sicuro. Le donne sono state riprese con indosso i loro abiti religiosi, ma senza il tradizionale crocifisso.

In queste ore sono in corso nella regione Qalamoun aspri combattimenti fra esercito e ribelli islamisti. L'area di cui fa parte il piccolo villaggio di Yabrud è situata a circa 50 km chilometri a nord ovest di Damasco ed è una delle più importanti roccaforti ribelli. Nella zona montagnosa al confine con il Libano vi sono diversi villaggi a maggioranza cristiana come Sadad e Hofar caduti nei mesi scorsi nelle mani degli estremisti islamici. Ieri l'esercito ha  riconquistato Nabak , Deir Attiya e Qara.

Fonti di AsiaNews fanno notare che i ribelli che combattono contro Assad appartengono a varie fazioni: ognuna sfrutta i sequestri per vari fini. Alcuni gruppi, come nel caso degli autori del sequestro delle suore di Maaloula, tentano di smarcarsi dalle frange estremiste più violente e fanno passare i rapimenti come "azioni umanitarie volte alle protezione dei civili". Le più intransigenti e violente usano gli ostaggi come scudi umani e come merce di scambio nelle trattative con l'esercito di Assad.  L'ultimo caso riguarda due giornalisti spagnoli, Javier Espinosa (El Mundo) e Ricardo Garcia (fotografo freelance), scomparsi il 16 settembre nella provincia di Raqqa (confine turco), che sarebbero da mesi nelle mani dei miliziani dello Stato islamico dell'Iraq e del levante.  I due si trovavano in Siria proprio per documentare gli aspetti positivi della ribellione contro Assad.

Secondo El Mundo - che in questi mesi ha taciuto la notizia per trattare con i sequestratori -  i due giornalisti sono stati rapiti insieme a quattro combattenti dell'Esercito libero siriano. I miliziani sono stati liberati dopo 12 giorni, ma non i due spagnoli. Oggi Monica Prieto, moglie di Javier Espinosa, ha lanciato un appello ai rapitori: "Javier e Ricardo non sono vostri nemici. Per favore onorate la rivoluzione che essi hanno protetto e liberateli". In mano a gruppi di sequestratori, non ancora identificati, vi sono anche diversi attivisti siriani anti-Assad. Oggi l'Osservatorio siriano per i diritti umani ha annunciato la scomparsa di Razan Zaytouna, vincitrice del premio Anna Politkovskaya 2011. La donna è stata rapita nel sobborgo di Douma a est di Damasco insieme ad altri attivisti da alcuni uomini armati. Essi hanno fatto irruzione nella sede del Centro per la documentazione delle violazioni sui diritti umani legato alla ribellione. La Zaytouna aveva confessato di aver ricevuto minacce di morte da gruppi estremisti islamici. (S.C.) 

 

 

 

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