18/07/2017, 08.57
TURCHIA
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Turchia: nuovi arresti di attivisti pro diritti umani, anche la direttrice di Amnesty

Un tribunale turco ha confermato il carcere per sei militanti, fra cui Idil Eser. AI parla di  “simulacro di giustizia” in atto nel Paese. In cella anche due formatori, uno svedese e un tedesco. Essi avrebbero commesso “un crimine” in nome di una “organizzazione terrorista” (il movimento di Gulen) “senza farne parte”.

 

Istanbul (AsiaNews/Agenzie) - Un tribunale turco ha confermato la detenzione in carcere per sei militanti dei diritti umani, fra i quali la direttrice della sezione locale di Amnesty International (AI) Idil Eser. A confermarlo sono gli stessi vertici dell’organizzazione internazionale, secondo cui nel Paese è in atto un “simulacro di giustizia”.

La Eser era stata fermata il 5 luglio scorso assieme ad altri otto arrivisti e due formatori, uno svedese e uno tedesco. Andrew Gardner, esperto di Amnesty responsabile della Turchia, precisa che “sei di loro sono attualmente in carcere e altri quattro rilasciati in libertà vigilata”. “Essi sono accusati - prosegue  l’attivista - di aver commesso un crimine in nome di una organizzazione terrorista, senza farne parte”. L’espressione “organizzazione terrorista” indica il più delle volte l’appartenenza al movimento che fa capo al predicatore islamico Fethullah Gülen, in esilio in Pennsylvania (Stati Uniti) [o ai separatisti curdi del Pkk].

Secondo Erdogan e i vertici di governo, egli sarebbe la mente del (fallito) colpo di Stato in Turchia del 15 luglio 2106 in cui sono morte 270 persone, migliaia i feriti. Il leader islamico, un tempo alleato del presidente, ha sempre negato con forza ogni responsabilità e ha invocato una inchiesta internazionale per fare piena luce sul golpe e le forze che lo hanno ispirato.

Fra le persone tuttora in carcere vi sono anche i due formatori stranieri, giunti in Turchia per promuovere un laboratorio digitale sui diritti umani. “Quello che emerge oggi - sottolinea Andrew Gardner - è che difendere i diritti umani è diventato un crimine in Turchia […] e nessuno è più al sicuro”.

Ieri, per la prima volta, i 10 attivisti pro diritti umani sono comparsi davanti a un giudice. In precedenza le autorità turche avevano arrestato anche il presidente di Amnesty International, anch’egli con l’accusa di “essere gulenista”.

Ad un anno dal fallito golpe in Turchia, che nella notte fra il 14 e il 15 luglio 2016 ha visto vacillare, per alcune ore, il dominio del presidente Recep Tayyip Erdogan, prosegue la campagna di repressione lanciata dalle autorità contro presunti complici o sostenitori. Secondo l’ultimo bilancio ufficiale fornito dal ministero turco degli Interni, in 12 mesi sono state arrestate 50.510 persone, altre 120mila poste in stato di fermo per un periodo di tempo variabile e 169.013 sono state oggetto di indagine. Oltre 130mila persone hanno perso il lavoro. A questi si aggiungono i mandati di arresto pendenti per 8.087 cittadini, dei quali almeno 152 sono ufficiali dell’esercito, 392 agenti di polizia e tre governatori o alti funzionari amministrativi. Fra le persone finite in prigione vi sono 169 generali, 7.089 colonnelli e 24 governatori. (DS)

 

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