30/10/2018, 10.57
SIRIA
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Vescovo siriano: riapre il museo nazionale di Damasco, un passo verso la ricostruzione

Mons. Audo: un “segnale positivo” per i siriani e per la comunità internazionale. Chiuso dal 2012, al suo interno custodiva migliaia di reperti e manufatti antichi. Ministro siriano: il patrimonio culturale “non è stato distrutto” dal terrorismo. Ma le priorità restano la povertà e la migrazione giovanile. 

 

Damasco (AsiaNews) - La riapertura del museo nazionale a Damasco è ha un “significato importante” per tutto il Paese, perché sembra testimoniare che in Siria “si vede la fine di questa grande crisi” anche se molti passi “restano ancora da fare”. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo ed ex-presidente di Caritas Siria, secondo cui “a livello internazionale” - come conferma l’incontro del fine settimana a Istanbul - emergono elementi positivi per una fine del conflitto. 

“Questa apertura - prosegue il prelato - è uno dei segnali che sembrano rafforzare l’obiettivo di ricostruzione che ha preso il via nell’ultimo periodo. Esso è un segnale positivo all’interno e verso l’esterno. Non è ancora il tempo di celebrare la fine della guerra, ma qualcosa si muove davvero in una prospettiva di reale cambiamento”.

Il 28 ottobre scorso a Damasco si è tenuta la cerimonia inaugurale per la riapertura di (parte) del museo nazionale, inaugurato nel 1920 e chiuso da oltre sei anni a causa delle violenze e delle devastazioni della guerra in Siria. Nel 2012 i responsabili del centro avevano disposto il blocco per proteggere i manufatti e le antichità presenti al suo interno da danni, saccheggi e devastazioni. 

All’epoca la gran parte dei tesori erano stati evacuati in gran segreto e messi al riparo in diverse località sparse per il Paese, nei territori rimasti sotto il controllo governativo. La scelta di riaprire è la conferma dei tentativi di stabilizzazione promossi dal presidente Bashar al-Assad e dall’esecutivo, per mostrare al mondo un (seppur lento) ritorno alla normalità. 

Il ministro siriano della Cultura Mohamed al-Ahmad sottolinea che la riapertura del museo è un “messaggio sincero” al mondo che l’immenso patrimonio culturale, storico e artistico del Paese non è stato distrutto dal “terrorismo”. Ieri si è registrata la riapertura di una parte della struttura, ma l’obiettivo è quello di tornare alla piena funzionalità in breve periodo. “Metteremo in mostra - spiega il vice-direttore Ahmad Deeb - una parte dei manufatti che vanno dalla preistoria all’epoca classica e islamica”.  

Il giardino del museo è rimasto aperto per tutta la durata della guerra, ma l’edificio è stato chiuso in concomitanza con i primi lanci di razzi dei ribelli sulla capitale. A inizio mese i responsabili del settore cultura avevano organizzato una mostra di reperti e antichità all’interno del Teatro dell’opera di Damasco. 

In Siria vi sono oltre 700 siti archeologici di primaria importanza, moti dei quali sono stati distrutti, danneggiati o saccheggiati in questi anni di guerra. Entrambe le parti in lotta sono state accusate di violazioni, anche se a trarne i maggiori profitti sono stati i gruppi ribelli e jihadisti che nel commercio di manufatti e antichità hanno trovato una fetta consistente di finanziamenti. 

Il caso più famoso di devastazione ha riguardato la città di Palmira, patrimonio Unesco, conquistata dallo Stato islamico (SI, ex Isis) che ha decapitato il locale direttore delle antichità e utilizzato la piazza centrale per le esecuzioni. Solo grazie all’intervento dei russi l’area è tornata sotto il controllo dell’esercito governativo. 

Il museo nazionale di Damasco, sottolinea mons. Audo, “è un centro importantissimo a livello culturale per il Paese. Riaprirlo significa cercare di sanare una delle molte ferite aperte da questa guerra sanguinosa, anche se oggi altre restano le priorità: combattere la povertà, superare la questione della migrazione fra i giovani e per questo serve l’aiuto della comunità internazionale”.

Il “rinascimento culturale è ancora lontano”, ma come Paese possiamo dire che ci stiamo muovendo” conclude il vescovo, e anche Aleppo vuole fornire il suo contributo. “Qui da noi abbiamo un coro di una ventina di giovani, guidati da un maestro di alto profilo che ha appena compiuto una tournée in Francia. Attraverso il canto hanno voluto dare un segnale di presenza, di vitalità e di ripresa a dispetto e oltre la guerra. Il Paese deve continuare a camminare”.

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