19/03/2026, 13.04
IRAQ - VATICANO
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Caldei: dal 9 aprile a Roma il Sinodo per il successore di Sako

I vescovi si riuniranno fino al 15 per scegliere il nuovo patriarca. Il porporato dimissionario non parteciperà ai lavori e al voto per non “influenzare” la scelta. Rito antico della Chiesa d’Oriente che affonda le radici nella Mesopotamia, oggi vive una fase di difficoltà fra diaspora e guerre. Le sfide dell’ultimo decennio, fra Isis e revoca del decreto patriarcale. 

Baghdad (AsiaNews) - Il prossimo Sinodo per eleggere il successore del card. Louis Raphael Sako, dimessosi il 10 marzo scorso, quale nuovo primate caldeo si terrà a Roma dal 9 al 15 aprile prossimi, subito dopo le celebrazioni della Pasqua. Ad annunciarlo è il sito del patriarcato con una nota diffusa ieri. I vescovi caldei si riuniranno per definire la nuova guida della loro Chiese orientale in comunione con il Vaticano, una delle più antiche e ricche di fedeli, di storia e di tradizione. Nei giorni scorsi lo stesso porporato ed ex patriarca aveva già comunicato ufficialmente che non intende partecipare al Sinodo per lasciare maggiore libertà ai vescovi di scelta senza influenze, pressioni o ingerenze esterne per una realtà che, in questi ultimi anni, ha registrato più di una crisi interna. 

In questa fase di transizione, gli affari correnti del patriarcato caldeo sono affidati al membro più anziano del Sinodo, in virtù del Canone 127 del Codice di Diritto Canonico delle Chiese Orientali: si tratta di mons. Habib Hrmuz Al-Naufali, arcivescovo di Bassora, nel sud dell’Iraq, che guiderà gli altri prelati nella scelta del successore del card. Sako, diventato patriarca nel gennaio 2013 ed elevato al al rango cardinalizio il 29 giugno 2018. Il porporato aveva già presentato le dimissioni a papa Francesco due anni fa, al compimento del 75mo anno di età, poi respinte dal defunto pontefice che gli aveva rinnovato la fiducia invitandolo a proseguire il lavoro.

A fronte di sfide nuove, e sempre più gravose, ora è giunta la scelta di rinunciare per affidare l’incarico ad una personalità nuova, mentre il card. Sako intende lasciare la sede di Baghdad e ritirarsi per il futuro prossimo a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per pregare e “vivere in pace, serenità, gioia”. In questa prospettiva va letta anche la scelta di non partecipare ai lavori del Sinodo, né di avere una parte attiva nella scelta del suo successore, perché - ha aggiunto il porporato - non si possa dire che “sono intervenuto, ho influenzato o sostenuto un candidato piuttosto che un altro”. In realtà non vi sono ancora tempi certi sul suo trasferimento, anche perché il nord del Paese è fra le zone più colpite dalla rappresaglia iraniana contro i Paesi del Golfo e del Medio oriente, in risposta alla guerra lanciata da Israele e Stati Uniti contro Teheran. 

A differenza dei predecessori, l’elezione del futuro primate della Chiesa caldea non avviene per motivi di salute o per un’età avanzata, pur avendo il porporato 77 anni. Prima di lui il patriarca Mar Raphael I Bedaweed e il card. Emmanuel III Delly presentavano un quadro più complesso, mentre il card. Sako con le proprie dimissioni ha voluto lanciare un segno di rottura all’interno di una Chiesa in cui non mancano complessità e problemi. Un’occasione anche per aprire una pagina nuova e analizzare i dissidi interni, che hanno spinto alcuni vescovi in passato a prendere posizione contro lo stesso patriarcato disertando dei sinodi o esprimendo in maniera pubblica e manifesta contrarietà e critiche all’agenda del porporato. Fra gli altri, ricordiamo che solo pochi giorni prima delle dimissioni del card. Sako è esplosa una vicenda di (presunta) corruzione e malaffare - anche sul piano privato e personale - che ha portato all’arresto del vescovo di San Diego mons. Emmanuel H. Shaleta. Il giorno stesso dell’addio del porporato vi è stata anche la nomina - non priva di critiche sotto-traccia - dell’amministratore apostolico mons. Saad Sirop Hanna. Altro tema in agenda per il prossimo primate caldeo sarà anche la nomina di una guida per la sede vacante di Alqosh (nord dell'Iraq) dopo la scomparsa, nel scorso giugno, del suo vescovo mons. Paulo Thabet Mekko.

La Chiesa cattolica caldea è una diretta discendente della Chiesa d’Oriente, che trae le proprie origini nell’antica Mesopotamia e ai santi Mar Addai (St. Addai) e Mar Mari (St. Mari), discepoli di San Tommaso Apostolo. Ad oggi vi sono quattro Chiese che rivendicano il patrimonio della Chiesa d’Oriente: cattolica caldea, assira d’Oriente, l’antica Chiesa assira d'Oriente e la Chiesa siro-malabarese. La Chiesa cattolica comprende al suo interno vari riti, sia occidentali che orientali; la Chiesa caldea è parte di uno dei 23 riti legati all’Oriente e, pur essendo in piena comunione con il papa, conserva identità e tradizioni proprie, così come le spiritualità e la liturgia, quest’ultimo uno dei punti oggetto del rinnovamento durante il mandato del patriarca Sako. 

La sede patriarcale si trova presso la cattedrale di san Giuseppe, a Baghdad, ma conta al suo interno diverse eparchie e diocesi in Iraq e nel mondo, dal Canada all’Australia, dagli Stati Uniti al nord Europa. I fedeli sono oltre 600mila, la maggior parte dei quali - circa 300mila - vivono ancora nel Paese arabo, sebbene un tempo il loro numero superasse il milione: negli ultimi 23 anni, infatti, dall’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, centinaia di migliaia hanno scelto di fuggire alimentando le comunità della diaspora per sfuggire a guerre, violenze e persecuzioni nel Paese.

A causa di una serie di attentati, nel 2006 il seminario patriarcale è stato trasferito da Baghdad a Erbil, nel Kurdistan iracheno, mentre l’antico seminario nella capitale è diventato un alloggio per famiglie bisognose per volontà dello stesso card. Sako. Fra il 2007 e il 2008 due omicidi di natura confessionale per mano di estremisti islamici hanno colpito la Chiesa caldea, in entrambi i casi a Mosul, nel nord: p. Ragheed Ganni il 3 giugno 2007 e mons. Paulos Faraj Rahho il 13 marzo 2008, rapito alcuni giorni prima e ritrovato privo di vita. Nel 2014, sempre a Mosul, si è registrata una delle pagine più buie per la Chiesa caldea e i cristiani del Medio oriente: l’ascesa dello Stato islamico che proprio nella metropoli del nord ha fondato il suo “califfato” e dominato per oltre due anni fra violenze e terrore, specchio della follia jihadista. Centinaia di migliaia di cristiani, all’epoca, avevano abbandonato in tutta fretta, spesso coi soli vestiti indosso, la città e la piana di Ninive per sfuggire agli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi. E di quanti sono fuggiti, molti non hanno più fatto ritorno contribuendo a svuotare il Paese dei suoi fedeli e impoverendo una delle comunità cristiane più antiche di tutta la regione. 

Oltre al radicalismo islamico che ha alimentato la diaspora, la Chiesa caldea ha registrato infine forti tensioni interne e scontri durissimi con le autorità irachene: uno su tutti la decisione nell’estate del 2023 del presidente della Repubblica Abdul Latif Rashid, di etnia curda, di ritirare il “decreto presidenziale” del predecessore Jalal Talabani, che riconosceva al card. Sako il ruolo di patriarca dei caldei e di responsabile di tutti i beni ecclesiastici dell’Iraq. Una frattura istituzionale e religiosa, dietro la quale si celava la lotta del capo delle Brigate Babilonia, Rayan al Kildani, per impossessarsi dei beni dei cristiani e di arrogarsi la loro rappresentanza in Parlamento. In realtà il sedicente leader cristiano era legato alle milizie sciite filo-iraniane attive in Iraq, che hanno cercato di arrogarsi il diritto di rappresentare la minoranza nel Paese e nelle sue istituzioni, oltre a lanciare una campagna diffamatoria contro lo stesso patriarca.

Una lotta durissima in risposta alla quale il porporato ha assunto posizioni altrettanto forti, come quella di trasferire per diversi mesi la sede patriarcale da Baghdad a Erbil. Solo con l’intervento del primo ministro Mohammed Shia’ Al-Sudani e la restituzione, tramite decreto, di tutti i poteri collegati alla carica patriarcale, nell’aprile 2024 il card. Sako ha fatto ritorno nella capitale, anche se la vicenda non ha mancato di lasciare strascichi e spaccature interne alla Chiesa caldea. Divisioni e contrasti emersi con forza un anno più tardi quanto, in occasione della convocazione del Sinodo, cinque vescovi - fra i quali figure di primo piano - hanno deciso di disertare l’appuntamento rischiando anche durissime pene canoniche, come aveva fatto trapelare al tempo il patriarca dimissionario. Dall’esodo dei cristiani alle guerre in Medio oriente, dalle comunità della diaspora all’unità interna alla Chiesa caldea sono molti - dunque - i dossier sui quali dovrà lavorare il futuro patriarca, contando sulla preghiera e il sostegno silenzioso del predecessore. 

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