Cristiana iraniana: la pace di Trump rischia di favorire la repressione interna
Ad AsiaNews Attieh Fard, politica e avvocatessa da anni nel Regno Unito, commenta la firma di un accordo che lascia irrisolte tensioni internazionali e criticità nel Paese. L’ala radicale potrebbe cercare di ostacolare la firma, mentre il regime può sfruttare il momento per rafforzare la stabilità e la presa di potere. L’appello per un Iran “libero” e la prospettiva di nuove proteste di piazza.
Milano (AsiaNews) - Un accordo dietro il quale non mancano “conflitti interni” al governo e alla leadership di Teheran, con “attacchi” della fazione radicale e intransigente verso la politica di dialogo con gli Stati Uniti (e l’alleato israeliano) e che ha sollevato più di una perplessità fra i cristiani iraniani e della diaspora. Attieh Fard, 44enne politica e avvocatessa cristiana nata in Iran ma da tempo trasferitasi nel Regno Unito, rilancia le perplessità di una parte dei movimenti e della società civile per una “pace” che non cancella le devastazioni della guerra israelo-americana e le tensioni interne. Secondo le voci critiche rilanciate dall’attivista, infatti, vi è quella secondo cui la fine del conflitto e il dialogo con gli ayatollah finiranno per “rendere il regime più stabile nel tempo e a perpetuare la repressione interna” di quanti si oppongono alla teocrazia.
Radicali contro moderati
L’attivista iraniana è stata fra le promotrici nel recente passato di una dichiarazione sottoscritta da oltre 200 leader religiosi e laici cristiani in Iran e all’estero, per la fine del regime (con il ritorno del principe ereditario Reza Pahlavi). Ad AsiaNews commenta l’accordo siglato a distanza nel fine settimana e che verrà ratificato il prossimo 19 giugno in Svizzera, archiviando una guerra che lei stessa aveva considerato forse “l’unico modo” per cambiare i vertici di uno Stato che per decenni ha “oppresso” la propria gente. “Si parla di conflitti interni al governo” racconta Attieh Fard, di attacchi “contro la fazione intransigente” che si è opposta in queste settimane alla pace con Washington. Al contempo “ho sentito dire - prosegue - che la leadership si sta concentrando maggiormente sulla sicurezza interna e sulla propria sopravvivenza” e se anche vi fossero alcune “concessioni a breve termine”, nel lungo periodo “la situazione potrebbe peggiorare” per una fetta consistente di iraniani. “Gli sciiti credono nel Taghiyeh” osserva l’avvocatessa, che è quel principio della fede islamica che fa riferimento alla dissimulazione prudente, con lo scopo di difendersi da persecuzioni o minacce imminenti.
“Questo significa - prosegue nella riflessione - che si può mentire per garantire la sopravvivenza stessa dello Stato islamico. Saranno quindi in grado di violare facilmente questo protocollo d’intesa” qualora se ne dovesse presentare l’occasione o la necessità e “questo aspetto l’ho percepito io stessa”. “La sera del 14 giugno - racconta - ho visto un video di integralisti iraniani i quali dicevano che [il ministro degli Esteri Abbas] Araghchi dovrebbe essere giustiziato. Un accordo con gli Stati Uniti va contro uno dei principi cardine dei fondamentalisti che hanno gridato per anni ‘morte agli Stati Uniti’ bollandoli come il grande male”. Vi sarebbe anche una parte dell’accordo i cui termini “minano gli investimenti dell’Iran nel nucleare. Teheran - riflette - potrebbe vivere gravi conflitti interni” soprattutto in queste giornate in cui “il protocollo d’intesa non è ancora stato firmato”. Se l’ala radicale ha mantenuto una posizione di forza “cercheranno di impedirne la firma”. In questa situazione di incertezza e tensione, vi è anche la questione legata ai Mondiali di calcio in corso negli Stati Uniti (oltre a Messico e Canada), con l’esordio nella notte del “Team Melli” contro la Nuova Zelanda a Los Angeles. Se l’accordo sarà firmato, spiega, la Casa Bianca “avrà vinto una grande partita politica per gestire i propri affari interni” durante la rassegna, al contrario potrà addossare la colpa a Teheran per essersi “ritirata”.
I dubbi dei cristiani
Il clima di divisione e tensione fra iraniani è emerso anche nella notte durante la sfida mondiale coi “kiwi”, conclusa fra gli applausi sul risultato di 2 a 2 al termine di un match emozionante. In occasione degli inni nazionali alcuni tifosi hanno cantato, mentre altri fischiavano sonoramente; anche le prime fasi della partita hanno visto parte del pubblico contestare la squadra, mentre sugli spalti alla bandiera ufficiale della Repubblica islamica (col nome di Allah nel mezzo) faceva da contraltare quella della Persia monarchica col sole e il leone. Stendardi che, a dispetto delle rigide norme di controllo, sono filtrate col benestare degli addetti alla sicurezza. Fra i 70mila spettatori presenti sugli spalti, una nutrita rappresentanza della diaspora iraniana a Los Angeles, dove ha sede la più grande comunità di esuli al mondo. Le divisioni sugli spalti rispecchiano i pareri contrastanti con i quali gli iraniani, nel Paese e nella diaspora, hanno accolto l’accordo di pace con Trump: “Sentendo pareri e commenti di cristiani interni all’Iran e di altri che si sono trasferiti all’estero, la maggioranza sembra contraria” sottolinea Attieh Fard.
“Secondo molti contribuirà a rendere il regime più stabile nel tempo e a perpetuare la repressione interna: i cristiani, in particolare, continueranno a essere perseguitati - afferma l’esule - poiché la legge iraniana rimane soggetta alla Sharia, quindi i convertiti dall’islam saranno maltrattati” come avvenuto anche di recente con arresti e carcere. “Molti cristiani e non cristiani - prosegue - hanno dichiarato di provare tristezza, rabbia e un senso di tradimento, poiché la richiesta del popolo di un cambio di regime non è stata ascoltata. L’accordo è di natura puramente finanziaria e si concentra piuttosto sul nucleare”. “A mio avviso, è troppo presto per giudicare le intenzioni degli Stati Uniti e il futuro. Siamo nella prima settimana dei Mondiali, è improbabile che gli Usa avviino un’azione militare contro l’Iran; è meglio per l’economia mondiale che il petrolio possa passare facilmente attraverso lo Stretto di Hormuz. Questo mese - afferma - ritengo si possa considerarlo come un mese di pace e di libero passaggio del greggio. Stiamo assistendo alla firma di un protocollo di intesa, non di un contratto. Il lato negativo è che anche il regime islamico genererà entrate, forse lavorando alla sua strategia futura con gli Stati Uniti e Israele, continuando la repressione in patria”.
Iran nuovo e pacificato
Infine, l’avvocata cristiana riflette sul futuro della nazione e sulle basi dalle quali si dovrebbe partire - coinvolgendo i capi delle potenze globali - per dare vita a un Paese in pace con il mondo ma, soprattutto, con se stesso e il suo popolo, nessuno escluso. “La mia richiesta ai leader mondiali - sottolinea Attieh Fard - è questa: mettete al bando il Corpo dei guardiani della rivoluzione (Irgc, Pasdaran) e congelate i loro beni ovunque si trovino; investite nella sicurezza; sostenete il popolo iraniano”. Il capitolo delle proteste di piazza, secondo lei, non si è affatto concluso ma vedrà presto nuove manifestazioni in un futuro prossimo. Per questo auspica che vi siano forze a tutela dei dimostranti “quanto gli iraniani scenderanno in piazza” con il solo scopo di “difenderli”. E ancora, saranno necessarie “antenne satellitari all’interno del Paese e rendere libero l’accesso a Internet, avviare procedimenti legali contro la Repubblica Islamica per il massacro di decine di migliaia di iraniani e per i continui arresti e le esecuzioni arbitrarie”. Per l’attivista è necessario “aiutare milioni di iraniani a essere liberati, avviando una pressione internazionale sui suoi meccanismi e le sue forze repressive”. “Un Iran libero - conclude - può tornare a far parte dell’economia mondiale apportare benefici agli altri Paesi dal punto di vista economico e nella sicurezza: un investimento a breve termine da parte delle nazioni libere e democratiche oggi, avrà un enorme ritorno in futuro”.
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