18/06/2026, 11.13
SIRIA - UE
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Fede argine all’estremismo fra i siriani musulmani (e cristiani) in Europa

È quanto emerge da uno studio di un'università austriaca, che smentisce l’equazione tra fede e terrorismo nella diaspora. Fede e cultura strettamente intrecciate tra i rifugiati. I sentimenti anti-islamici colpiscono anche i cristiani. Polak: radicalizzazione aumenta fuori dalle comunità, tra chi è solo e si imbatte nella religione sui social media. 

Milano (AsiaNews) - La fede, quando coltivata nel quotidiano e salvaguardata, diventa un argine essenziale contro il fondamentalismo e la presa di ideologie estreme fra le comunità di migranti (anche) nei diversi Paesi di accoglienza. È quanto emerge da una recente ricerca di una università austriaca condotta fra la diaspora siriana, la quale conferma come una sensibilità religiosa e il legame con la chiesa, o la moschea, siano un freno alla diffusione del jihad, la guerra santa promossa in nome della religione. Il conflitto divampato nel 2011 come rivolta contro il regime di Bashar al-Assad ha costretto milioni di persone, cristiani e musulmani, a fuggire; un progetto internazionale condotto dall’Università di Vienna ha approfondito gli effetti del processo migratorio sulla religiosità, e i risultati - sotto certi aspetti sorprendenti - contraddicono gli stereotipi prevalenti nella politica e nella società.

Elementi sottolineati in passato per AsiaNews dal gesuita islamologo di origini egiziane p. Samir Khalil Samir, secondo cui i rifugiati siriani in Europa ricercavano “cuore e diritti” anche per superare “conflitti religiosi politicizzati” nel Paese di origine. E ai governi e leadership del Vecchio continente suggeriva di offrire non solo “pane e un tetto”, ma anche e soprattutto “il meglio della nostra cultura, testimoniare l’ideale cristiano della fratellanza”. 

La guerra in Siria - racconta in un lungo articolo il magazine austriaco scilog - ha “distrutto un Paese in cui diverse comunità religiose vivevano fianco a fianco”. Il gruppo principale erano i musulmani sunniti, accanto alle minoranze sciite, alawite e cristiane. Lo spostamento ha colpito i membri di tutte le fedi, alcuni dei quali sono finiti in nazioni europee in cui la pratica della religione, compresa quella cristiana, è “diversa” dalla Siria prebellica in termini culturali. E in molti Stati europei ospitanti, la percezione politica dei rifugiati è segnata da un “discorso anti-musulmano. Sono in particolare i partiti politici populisti - prosegue - che si pongono come difensori del cristianesimo occidentale e ritraggono i musulmani come una minaccia alla sicurezza”.

Il tema su come l’ambiente circostante possa influire sulla fede dei rifugiati siriani è stato affrontato di rado, in passato, nelle varie ricerche sociologiche e religiose. Finanziato dall’Austria Science Fund (Fwf), il progetto transnazionale “Tra intensificazione e relativizzazione” è partito da questo tema, sviluppando la ricerca grazie al lavoro di un team guidato da Regina Polak e Christoph Novak dell’Istituto di Teologia Pratica dell’Università di Vienna. Nelle loro ricerche hanno potuto avvalersi anche della collaborazione di ricercatori della università di Gottinga (Germania) e Lucerna (Svizzera). Il progetto ruota non solo attorno ai tre Paesi con i loro diversi contesti sociali e politici, ma esamina e approfondisce anche i contrasti tra sfollati musulmani e cristiani. Inoltre, esso non vuole colmare le lacune nei dati, quanto piuttosto cercare di capire se, come e perché la religiosità si evolve a seguito dello spostamento.

“La nostra ricerca qualitativa è progettata per identificare modelli e meccanismi che ci mostrano se la religione sta guadagnando o perdendo importanza” sottolinea Novak. In questo contesto, è già chiaro come l’approccio teorico deve essere raffinato: “I credenti sono sfaccettati e spesso appaiono incoerenti. La nozione binaria delle persone che diventano più o meno religiose non funziona davvero bene”, aggiunge Novak. La metodologia prevedeva consultazioni di esperti e interviste con sfollati cristiani e musulmani dalla Siria. “Abbiamo chiesto - osserva - della vita religiosa in Siria e poi nel Paese ospitante, e di cosa sia cambiato nel passaggio”. In alcuni casi, le interviste sono state condotte anche in arabo da ricercatori con le necessarie competenze linguistiche.

Nelle interviste, i ricercatori si sono resi conto di quanto religione e cultura siano strettamente intrecciate tra i rifugiati siriani, sia cristiani che musulmani. I rituali e le feste religiose sono profondamente radicati nella routine quotidiana e costituiscono una parte “essenziale” della vita sociale. Questo è anche illustrato dalla documentazione fotografica dei rifugiati: le immagini mostrano molti simboli religiosi nelle loro case, evidenziano il significato della Bibbia e del Corano e offrono approfondimenti sulle tradizioni natalizie che vengono osservate più intensamente di quanto non si possa riscontrare nelle comunità autoctone in Europa.

Anche il definirsi musulmano è legato più a una dimensione pratica e non può essere equiparato a impegno religioso e professione della fede. “Questa distinzione è diventata spesso evidente nelle interviste” afferma Polak. “Un partecipante in Germania mi ha incuriosito in questo contesto: ha presentato un’immagine generale di sé come musulmano che suggeriva una profonda fede religiosa. Quando gli è stato chiesto specificamente cosa significasse la religione ha detto di essere un non credente”. I rifugiati a volte sperimentano un ambiente religioso che percepiscono come contraddittorio. “I migranti vedono un’Europa cristiana con le sue numerose feste religiose e chiese, solo per scoprire che rimangono tutte vuote. I musulmani - spiega - vogliono esercitare la loro libertà di religione, ma sentono che pregare nel parco o durante l’orario di lavoro non è accettato”. 

I ricercatori stanno attualmente analizzando i dati raccolti in dettaglio. “È nostra prima impressione che il contesto nazionale - cioè se i rifugiati siano finiti in Germania, Austria o Svizzera - abbia relativamente poca influenza sulla loro vita religiosa” prosegue lo studioso. E i percorsi di vita successivi sono individuali e soggettivi: “Se, ad esempio, la religiosità in Siria è stata motivata dalla vita sociale più che dalla fede personale, la perdita di quel contesto sociale comporterà che anche la pratica religiosa” venga meno nei Paesi della diaspora. Il clima anti-islamico prevalente in Austria ha un impatto particolarmente forte sulle donne musulmane. “Il dibattito sul velo - aggiunge Polak - ha delle conseguenze: le donne che vogliono indossare il velo sottolineano che è difficile praticare la loro religione in pubblico”. 

I sentimenti anti-musulmani colpiscono anche i rifugiati cristiani. “Anche i cristiani con la pelle scura sperimentano il razzismo. A volte - prosegue - il desiderio di proteggersi porta a un distanziamento indiretto. Le persone colpite poi si assicurano che gli altri sappiano che non sono musulmani”. Infine, nella diaspora la fede spesso diventa risorsa per le crisi. La radicalizzazione, che è spesso una preoccupazione espressa nei dibattiti sociali, è raramente il risultato di una vita religiosa praticata e vissuta nel profondo. “La ricerca sulla radicalizzazione - sottolinea - mostra che le persone che sono incorporate nella religione della loro comunità e libere di esprimere la loro fede nella vita quotidiana non mostrano alcuna tendenza verso il fondamentalismo”. “Il pericolo della radicalizzazione esiste, tuttavia, tra coloro che prendono le distanze dalle comunità religiose, che sono soli e forse si imbattono nella religione - conclude Polak - attraverso i social media”.

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