16/05/2026, 11.24
CINA
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Gli scandali religiosi e la 'salvaguardia' che le regole di Pechino non sanno offrire

di Andrew Law

Dopo quella sull'abate del tempio Shaolin, una nuova tempesta vede accusato pubblicamente Hu Chenglin, il presidente dell'Associazione Taoista dello Shaanxi, la culla di questa tradizione religiosa millenaria profondamente radicata in Cina. Tutto questo nonostante l'insistenza sul "rigore morale" nelle direttive del governo alle religioni. Ma quando la fede viene ridotta a studio politico ritualizzato, lo scambio di interessi diventa una tentazione ancora più forte.

Milano (AsiaNews) - In queste ultime settimane La notizia secondo cui “anche il taoismo ha prodotto un suo ‘Shi Yongxin’” ha nuovamente suscitato dubbi pubblici sull’integrità del mondo religioso in Cina. Shi Yongxin è l’abate del tempio Shaolin, già vicepresidente dell’Associazione Buddhista Cinese, caduto improvvisamente in disgrazia lo scorso anno per accuse di corruzione. Al centro della nuova controversia è ora Hu Chenglin, già vicepresidente dell’Associazione Taoista Cinese, presidente dell’Associazione Taoista dello Shaanxi e anche lui membro della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese.

Ora è stato pubblicamente denunciato per aver nascosto a lungo il fatto di essere sposato e per aver mantenuto relazioni inappropriate con più donne, violando le regole della sua scuola religiosa e le norme di gestione del suo personale. Le accuse comprendono anche appropriazione indebita di fondi pubblici e contabilità disordinata: avrebbe utilizzato fondi pubblici dell’associazione taoista e proprietà del tempio per uso personale, arrivando perfino ad affittare una lussuosa nave da crociera a Hong Kong per divertimento. Fatto ancora più grave, è accusato di aver sfruttato la propria posizione sociale per “vantaggi di potere” nelle nomine interne taoiste e nei permessi di costruzione dei templi, procurandosi benefici e favorendo altre persone, oltre ad aver rilasciato illegalmente “certificati taoisti” a donne con cui aveva rapporti speciali, consentendo loro di ottenere falsi incarichi religiosi. Secondo quanto riferito, tutti i suoi incarichi sono già stati trattati secondo le normative pertinenti.

Xi’an occupa una posizione elevata nella storia del taoismo cinese, vi si raccolgono numerosi “templi ancestrali taoisti”. Il Chongyang Gong, situato nel distretto di Huyi (ex contea di Hu), è il luogo dove Wang Chongyang, fondatore del Quanzhenismo, praticò il taoismo, morì e fu sepolto, ed è il primo dei “tre grandi templi ancestrali Quanzhen”. La piattaforma Louguantai nella contea suburbana di Zhouzhi è tradizionalmente considerata il luogo in cui Laozi espose le sue dottrine ed è riconosciuta come la “culla del taoismo”. Il monte Zhongnan, a sud della città, è inoltre uno dei rarissimi luoghi al mondo con una concentrazione di eremiti: ancora oggi migliaia di praticanti vivono ritirati in questo luogo. A Xi’an il taoismo non è solo storia, ma anche uno stile di vita che continua fino a oggi. Proprio per questo contesto così profondo, le rivelazioni sul caso Hu Chenglin durante le vacanze del Primo Maggio sono apparse particolarmente scioccanti e hanno rapidamente provocato una tempesta mediatica.

Essendo una religione autoctona cinese, il taoismo viene spesso considerato naturalmente dotato di caratteristiche “sinizzate”. Tuttavia, nel processo di “sinicizzazione della religione”, anche il taoismo deve continuare a imparare e trasformarsi: dal punto di vista politico dei “cinque riconoscimenti” fino alla dimensione culturale del “culturalizzare”, il lavoro svolto non è inferiore a quello di altri gruppi religiosi. Tuttavia, dal “maestro del benessere” Li Yi del tempio Baiyun di Jinyunshan a Chongqing (accusato nel 2018 di falsificazione del curriculum e sospetta aggressione sessuale) a Lu Wenrong del tempio Yuchan di Hainan (il cui figlio fu rapito all’estero nel 2019 con richiesta di un enorme riscatto) fino ora a Hu Chenglin - tutti e tre, ex o attuali vicepresidenti dell’Associazione Taoista Cinese – stanno emergendo comportamenti molto lontani dall’immagine di purezza ascetica, semplicità, eleganza spirituale e salvezza del mondo che i taoisti dovrebbero incarnare. E questo contrasto tra le campagne di studio politico e il caos reale induce inevitabilmente a molte riflessioni e solleva dubbi sulla reale efficacia di tali misure.

Anche il mondo buddhista cinese, in realtà, non è affatto una terra della purezza. Oltre al fenomeno dei falsi lama viventi e falsi maestri già severamente repressi, nel 2018 Xuecheng, allora membro permanente della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, presidente dell’Associazione Buddhista Cinese e abate del tempio Longquan di Pechino, fu costretto a dimettersi dopo accuse di molestie sessuali e controllo mentale di diverse discepole. Questo scandalo fece crollare immediatamente dal piedistallo il tempio Longquan, noto per riunire monaci altamente istruiti e tecnologicamente avanzati. Anche Shi Yongxin, abate del tempio Shaolin, deputato dell’Assemblea Nazionale del Popolo, vicepresidente dell’Associazione Buddhista Cinese e professore onorario di varie università, pur essendo da anni al centro di controversie, è stato completamente smascherato solo l’anno scorso: accusato di aver violato a lungo i precetti, di essersi appropriato di beni e aver intrattenuto relazioni con numerose donne, non solo ha infranto i limiti morali dell’opinione pubblica, ma potrebbe persino aver commesso reati penali.

L’opinione pubblica nutre spesso aspettative di “pulizia morale” verso le figure religiose. Tuttavia, in un’economia di mercato, i luoghi santi religiosi svolgono spesso funzioni turistiche, culturali e commerciali. Di fronte alle tentazioni dell’economia immobiliare, dei biglietti d’ingresso e delle industrie derivate, i gruppi religiosi, quali garanti effettivi dell’economia religiosa, hanno colto le opportunità dello sviluppo dell’epoca ma affrontano anche enormi prove: alcuni leader religiosi sembrano perfino più simili ad amministratori delegati aziendali.

Secondo le argomentazioni politiche cinesi sul “mantenere l’orientamento della sinicizzazione della religione”, uno dei compiti principali della guida religiosa dovrebbe essere correggere la tendenza alla commercializzazione, riportando la religione alla sua essenza spirituale ed evitando che diventi subordinata al turismo locale o all’economia immobiliare sotto il motto “la religione prepara il palco, l’economia poi recita”. Da quando nel 2015 è stato esplicitamente proposto da Xi Jinping il principio della “sinicizzazione delle religioni”, questa linea guida è stata incorporata nei piani quinquennali di tutte le confessioni. Nel 2021 la Conferenza nazionale sulle religioni ha inoltre chiaramente definito il “rigoroso governo della religione” come misura importante della sinicizzazione, richiedendo alle comunità di rafforzare l’autogestione e applicare rigidamente regole e precetti. Nell’ottobre 2025, dopo la conferenza inaugurale dell’attività educativa “Studiare le leggi, osservare i precetti, valorizzare la coltivazione spirituale e costruire un’immagine positiva”, le cinque grandi religioni hanno pubblicato congiuntamente l’“Appello alla frugalità, contro il lusso, per una fede corretta e una pratica retta”, dai toni diretti e severi.

Vi si leggono queste regole: “Per attuare pienamente il rigoroso governo della religione, correggere lo stile religioso, governare il caos e costruire una buona immagine delle religioni del nostro Paese improntata a frugalità, sobrietà, fede corretta e pratica retta:

  1. Non personalizzare né indossare abiti di lusso o costosi, né utilizzare beni di lusso.
  2. Non partecipare a banchetti con alcolici, né consumare ingredienti pregiati o bevande alcoliche di alta gamma.
  3. Non abitare in ville o residenze di lusso, non arredare la casa con mobili costosi, né frequentare club esclusivi o circoli privati.
  4. Non acquistare o utilizzare auto di lusso, non viaggiare irregolarmente in prima classe o business class, né soggiornare in hotel di lusso.
  5. Non indulgere nella passione per le donne, né dedicarsi a piaceri sensuali e dissolutezza.
  6. Non cercare ricchezze ingiuste, né inseguire fama e profitto.
  7. Non effettuare scambi di interessi con uomini d’affari, non stringere relazioni troppo strette con funzionari pubblici, né associarsi a elementi sociali poco raccomandabili”.

Il contenuto di questa proposta è chiarissimo; ma i dettagli della formulazione sono tali che ogni punto appare scioccante. Il fatto stesso che le cinque grandi religioni ufficialmente riconosciute dal governo l’abbiano approvata all’unanimità e abbiano preso posizione contro il “caos”, dimostra quanto questi fenomeni siano diffusi e gravi.

Certamente, la maggior parte del personale religioso cinese vive in povertà, e le deviazioni menzionate nell’appello sono molto lontane dalla loro realtà. Si può dire che questi problemi riguardino soprattutto quelle figure religiose che detengono determinate risorse o privilegi. Per ragioni storiche, la supervisione legale presenta molte zone grigie, la trasparenza finanziaria dei gruppi religiosi è limitata e i confini tra beni personali e beni collettivi sono poco chiari; inoltre, le figure religiose non solo sono considerate dotate di carisma spirituale, ma spesso possiedono anche uno status sociale rilevante (molti membri del clero fanno parte delle conferenze consultive politiche o delle assemblee popolari a livello distrettuale, provinciale o nazionale). Molti commentatori sottolineano che l’attuale “rigoroso governo della religione” affronta alcune sfide: i “presidenti” di certi gruppi religiosi vengono spesso puniti solo quando i loro scandali non possono più essere nascosti oppure quando politicamente non sono più considerati “affidabili”.

L’identificazione dell’uomo moderno con la religione deriva più dall’ammirazione per la personalità delle figure religiose che dall’obbedienza cieca all’autorità dei maestri. Come disse Paolo VI: “L’uomo cantemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”.

Alcuni religiosi - soprattutto i leader coinvolti negli scandali - hanno gradualmente smarrito la loro vocazione originaria sotto il peso delle complicate incombenze amministrative. Quando all’interno delle organizzazioni religiose manca la supervisione e l’esercizio del potere è privo di trasparenza e controllo sostanziale, lo scambio di interessi diventa una tentazione irresistibile. Ancora più spiacevole è il fatto che gli studi politici ritualizzati spesso non riescano a integrarsi profondamente con le dottrine concrete della Chiesa, consumando risorse e riducendosi a pura formalità. L’assenza di testimonianza di vita e il vuoto della supervisione istituzionale coesistono; in queste condizioni, il fatto che non sorgano problemi è quasi l’eccezione.

Proprio in questo senso, il sistema di “safeguarding” sviluppato negli ultimi anni dalla Chiesa cattolica merita grande attenzione. Questo modello nacque inizialmente come strumento di riparazione per affrontare gli abusi interni, ma con l’approfondirsi delle riforme si è evoluto in un modello positivo volto a proteggere i più deboli e la dignità umana.

Papa Francesco, energico promotore delle riforme ecclesiali, ha lanciato iniziative globali di protezione dei vulnerabili. Nel 2019 ha pubblicato il motu proprio Vos Estis Lux Mundi e ha fondato presso la Pontificia Università Gregporiana l’“Institute of Anthropology: Interdisciplinary Studies on Human Dignity and Care” (IADC), che forma responsabili della protezione per diocesi, ordini religiosi e istituzioni correlate.

Questo sistema pone al centro la tutela dei più deboli e si fonda su tre pilastri: responsabilità (accountability), trasparenza (transparency) e conformità (compliance), prevenendo i danni attraverso un approccio interdisciplinare. Non solo controlla istituzionalmente chi detiene il potere, ma previene alla radice vari tipi di abuso, impegnandosi a costruire comunità sicure. È un sistema che combina fermezza e flessibilità: non solo combatte gli abusi, ma fornisce anche meccanismi di supervisione capaci di rafforzare la fragile natura umana, ricostruendo nel deserto della secolarizzazione una comunità testimone piena di speranza e dignità. È un sistema che si sta trasformando da controllo esterno rigido in una fonte interiore di formazione.

In conclusione: gli scandali emersi nel mondo religioso cinese sono essenzialmente il risultato della degenerazione di strutture di potere prive di controlli ed equilibrî, operanti in ambienti chiusi. Affidarsi esclusivamente a rigide “linee rosse” esterne o a studi politici ritualizzati può forse avere un effetto deterrente nel breve periodo, ma difficilmente tocca la trasformazione profonda dell’anima dei religiosi. Il vero “rigoroso governo della religione” non dovrebbe limitarsi a punizioni esemplari e selettive dopo gli scandali, ma dovrebbe orientarsi verso la cura della personalità del clero e vincoli istituzionali efficaci.

Prendendo esempio dal sistema di “safeguarding” della Chiesa cattolica, fondato su responsabilità, trasparenza e conformità come meccanismi preventivi, la supervisione esterna dovrebbe trasformarsi in consapevolezza spirituale interiore, permettendo all’esercizio del potere di operare alla luce del sole e di ritornare alla propria natura di servizio. Solo così il mondo religioso cinese potrà davvero costruire un’immagine sociale degna di fiducia.

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