07/07/2026, 13.19
PORTA D’ORIENTE
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Il Sud del LIbano dove tra ambiguità e bugie si continua a morire

di Fady Noun

In un attacco di droni israeliani uccisa ieri una preside di una scuola pubblica a Nabatiyeh Fawqa. La popolazione locale vive una situazione precaria, nella morsa tra Netanyahu ed Hezbollah. I villaggi cristiani sul premier israeliano: "Dicendo che vorremmo l’annessione distorce le nostre posizioni". Unicef: dal 2 marzo almeno 12 bambini uccisi o mutilati ogni giorno.

Beirut (AsiaNews) - A dispetto di un allentamento dei combattimenti nella guerra fra Israele ed Hezbollah, la cui intensità sembra essere calata all’indomani dell’accordo a Washington del 26 giugno scorso, fra le parti permane un clima di tensione definita “malsana” da molti osservatori. Nell’attesa che la tregua si concretizzi e la diplomazia prenda il sopravvento, con la presa in carico di “zone pilota” da parte dell’esercito libanese sotto la supervisione statunitense, sul campo si consumano drammi atroci e si continua a morire. Prova ne è quanto è successo ieri, quando un attacco di droni lanciato dallo Stato ebraico ha preso di mira un’automobile proveniente dalla cittadina di Nabatiyeh Fawqa, uccidendo quattro persone presenti all’interno fra le quali la preside di una scuola pubblica. 

Dietro il paravento della minaccia alla “sicurezza di Israele”, il raid ha provocato la morte di Esperanza Ghandour, musulmana sunnita e direttrice della scuola pubblica Youssef Chamoun, a Nabatiyeh Fawqa, che accoglie al suo interno 222 studenti. Oltre a lei sono morte anche la madre, una dipendente straniera dell’istituto e un lavoratore siriano. Il gruppo si era recato nella regione per ispezionare l’abitazione di famiglia, che sorge in un’area interessata dai combattimenti fra il movimento sciita libanese filo-iraniano e l’esercito con la stella di David. 

L’omicidio della responsabile di un istituto educativo colpisce ancor di più in questa fase, dopo la denuncia lanciata nei giorni scorsi dall’Unicef secondo cui almeno 100mila bambini in Libano potrebbero restare senza scuola il prossimo anno per i danni riportati dagli edifici. Fonti locali riferiscono che sul telefono cellulare della preside campeggiava la scritta “Non bisogna attaccarsi a niente in questa vita, nient’altro che a Dio”. Parole impresse sullo schermo, dopo aver constatato che la casa di famiglia era stata completamente distrutta. Secondo gli abitanti, la vittima aveva “preso dei rischi” attraversando uno sbarramento dell’esercito e “avventurandosi” in una “zona grigia” nella speranza di “cavarsela”. Intanto l’esercito israeliano ha annunciato di aver aperto un’inchiesta per “esaminare l’incidente”.

Una popolazione stanca

Resta il fatto che la popolazione del Libano meridionale è stanca di questa situazione ambigua in cui la guerra l’ha rinchiusa. Ieri alcuni villaggi cristiani hanno respinto con sdegno le dichiarazioni - senza dubbio di natura elettorale - rilasciate il giorno precedente dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo il leader israeliani, infatti, alcuni villaggi cristiani nel sud del Paese avrebbero “chiesto di essere annessi a Israele”, per paura di Hezbollah. “Tra i villaggi cristiani del Libano, alcuni hanno persino chiesto di essere annessi a Israele, perché noi li proteggiamo dai fanatici di Hezbollah che vogliono ucciderli. E facciamo lo stesso con i cristiani ovunque” ha dichiarato Netanyahu nel programma The Sunday Briefing. Parole che giungono mentre lo Stato ebraico continua a occupare circa 620 km2 nell’area meridionale lungo il confine. Il primo ministro israeliano non ha tuttavia nominato i villaggi a cui si riferiva.

Queste dichiarazioni inaspriscono ulteriormente il clima politico in cui vivono attualmente i libanesi. “Nessun villaggio del Sud ha formulato una richiesta del genere” ha assicurato ieri all’Agenzia nazionale di informazione (Ani) Hanna el-Amil, sindaco del comune di Rmeich, il più grande dei villaggi cristiani di confine. Le voci e i proclami israeliani sono stati smentite in blocco in un comunicato congiunto sottoscritto da 15 villaggi del Libano meridionale (tra cui la stessa Rmeich), che hanno definito le dichiarazioni del primo ministro israeliano “totalmente inventate, prive di qualsiasi fondamento nella realtà”.

“Rimaniamo fedeli allo Stato libanese e alla sua legittimità, senza aver mai deviato da questa posizione nonostante le condizioni estremamente difficili imposte dalla guerra” si legge nel testo diffuso in queste ore. “Respingiamo - prosegue la nota - ogni tentativo di distorcere le nostre posizioni o di strumentalizzare le nostre sofferenze al servizio di interessi che ci sono estranei”. Tra questi villaggi, molti non ospitano solo cristiani, ma anche minoranze druse e sunnite.

Ghenwa Farah, abitante di Aïn Ebel interpellata telefonicamente da Suzanne Baaqlini, inviata speciale di L’Orient-Le Jour (LOJ), afferma che i villaggi cristiani sono stati “colti di sorpresa” da questa dichiarazione. “Chiedere aiuto e protezione a uno Stato nemico? Assolutamente no! Tanto più che ad Aïn Ebel tre dei nostri compatrioti sono caduti martiri in questa guerra” ha commentato la donna. Il riferimento è ai tre uomini uccisi il 12 marzo scorso in un attacco israeliano sferrato con un drone, mentre installavano un’antenna per internet sul tetto di una casa.

Netanyahu e i negoziati

“È certo che nessuno nei nostri villaggi abbia chiesto protezione agli israeliani”, assicura un abitante del vicino villaggio di Debel, che preferisce rimanere anonimo. “Siamo isolati dal resto del Paese e senza lavoro da mesi. Possiamo resistere ancora un anno, dopodiché - aggiunge l’uomo - ci vorrà una soluzione”. “È proprio questo il nostro dramma” spiega ad AsiaNews un uomo originario del Sud, ma residente a Beirut: “Come previsto dall’accordo siglato a Washington, vogliamo due cose: la nostra terra e il disarmo di Hezbollah. Purtroppo, il nostro unico alleato - avverte - per raggiungere questo secondo obiettivo è allo stesso tempo il nostro nemico”.

Per Verena el-Amil, avvocato del consiglio comunale di Rmeich, da cui proviene, il primo ministro israeliano “cercherebbe di migliorare le proprie possibilità nei negoziati con il Libano, attraverso una minaccia appena velata di annessione di territori”. Per poi aggiungere: “Probabilmente cercava anche di convincere l’opinione pubblica israeliana, in periodo elettorale, che la sua guerra è ‘giusta’ e che sta sortendo dei risultati”.

Quanto al politologo Sami Nader, egli ritiene che Netanyahu stia lanciando messaggi in diverse direzioni, ma principalmente all’indirizzo dell’amministrazione del presidente americano Donald Trump. “Il primo ministro israeliano - afferma - sa bene quanto la base elettorale di Trump e i membri della sua amministrazione, come il vicepresidente JD Vance, provenienti da una comunità di sionisti cristiani, siano sensibili alla questione dei cristiani, e in particolare dei cristiani d’Oriente”. A suo avviso, il premier dello Stato ebraico vorrebbe dimostrare all’inquilino della Casa Bianca che “difende gli interessi di questa fascia della popolazione libanese”. Peraltro il primo ministro israeliano, il cui rapporto con Donald Trump si è deteriorato dopo la guerra contro l’Iran, dovrebbe essere ricevuto dal presidente degli Stati Uniti questa settimana.

Vietato accogliere sfollati

Ieri, inoltre, è emerso che alcuni villaggi cristiani della caza [suddivisione amministrativa di secondo livello] di Marjeyoun hanno ricevuto avvertimenti da parte israeliana che vietano loro di accogliere il ritorno degli abitanti sfollati nelle loro località. Il presidente del consiglio comunale di Qleyaa, Hanna Daher, ha dichiarato ai corrispondenti della stampa locale che questo messaggio potrebbe essere collegato al ritorno di alcuni profughi nel villaggio di Jdeidet Marjeyoun, considerati originari delle località vicine di Debbine e Blat. Per quanto riguarda Qleyaa, attualmente non vi sono sfollati nella località. “Questo tipo di messaggi - ha aggiunto Daher - mantiene gli abitanti in uno stato permanente di ansia e tensione”.

Da parte sua, il presidente del consiglio comunale di Bourj el-Moulouk, Elie Sleiman, ha dichiarato ai giornalisti di aver ricevuto lo stesso messaggio sul proprio telefono, confermando anch’egli l’assenza di sfollati nel villaggio. Il leader cristiano ha quindi precisato che il Comune aveva chiesto a Israele, tramite l’Unifil, l’autorizzazione al ritorno di sedici famiglie cristiane nella località, ma che la richiesta era stata respinta.

Intervistata da AsiaNews Katia Kahil, corrispondente di Ici-Beyrouth nella regione, afferma che “la popolazione è stanca della guerra e dei divieti imposti ai libanesi di incontrarsi”. “Abbiamo sempre vissuto insieme e abbiamo bisogno - prosegue la cronista - gli uni degli altri, per vivere e scambiare i nostri beni. Che questa guerra ci lasci finalmente in pace e ci permetta di nuovo di vivere come abbiamo sempre vissuto”, è il sentimento generale che la gente ora esprime in pubblico, assicura la giornalista, secondo cui in questa parte del Paese sta riprendendo una parvenza di vita pubblica. 

Bambini uccisi o mutilati

Queste morti inutili di adulti e bambini, che non hanno alcun nesso con la guerra, sono state recentemente illustrate da un rapporto Unicef secondo cui, dall’inizio del conflitto tra Israele e Hezbollah lo scorso 2 marzo, 247 bambini sono stati uccisi e altri 992 feriti. Sono dati terribili che mostrano come, in media, vi siano almeno 12 bambini uccisi o mutilati ogni giorno. Secondo Marcoluigi Corsi, rappresentante Unicef in Libano, “oltre 770mila bambini soffrono di un profondo disagio a causa della loro ripetuta esposizione alla violenza, alla perdita di persone care e allo sfollamento”. “Da oltre tre mesi, i bambini del Libano - ha aggiunto - stanno affrontando prove che nessun bambino dovrebbe mai essere costretto a sopportare”. “Molti sono fuggiti dalle loro case più volte, sono stati testimoni diretti di violenze, hanno perso i propri cari e hanno visto crollare - conclude l’esperto - le loro scuole, le loro comunità e il loro senso di sicurezza”. 

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