17/04/2026, 13.17
PAKISTAN
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Islamabad tra Teheran e Washington: 'Mediazione ambiziosa, ma fragile all'interno'

di Alessandra De Poli

Con il primo ministro Shehbaz Sharif nel Golfo e il feldmaresciallo Asim Munir che si muove tra gli Stati Uniti e l'Iran, il Pakistan sta tentando di ritagliarsi un ruolo nel dialogo regionale. L'analista indiana Namita Barthwal ad AsiaNews: "L’attivismo di Islamabad riflette anche vulnerabilità economiche e un crescente peso dei militari nella politica estera del Paese. Mentre l'india osserva gli sviluppi con cautela".

Milano (AsiaNews) - Da settimane il Pakistan sta tentando di ritagliarsi un ruolo da mediatore nello scontro tra Iran e Stati Uniti. Una mossa che, più che riflettere una nuova centralità strutturale di Islamabad, appare come il risultato di una combinazione di opportunità e necessità, secondo Namita Barthwal, ricercatrice presso il Centre for Military Affairs dell’MP-IDSA (Manohar Parrikar Institute for Defence Studies and Analyses), uno dei principali think tank strategici indiani.

Negli ultimi giorni, segnati da segnali di possibile de-escalation, la leadership pakistana si è mossa su più fronti. Il primo ministro Shehbaz Sharif è impegnato in un tour di quattro giorni in Arabia Saudita, Qatar e Turchia, con l’obiettivo di consolidare relazioni economiche e sostegno finanziario. Parallelamente, il capo delle forze armate, il feldmaresciallo Asim Munir, è volato in Iran, fungendo da canale informale tra Teheran e Washington.

Un attivismo diplomatico che riflette anche la necessità di contenere le ricadute regionali di un conflitto che il Pakistan non può permettersi, né economicamente né politicamente, ha spiegato ad AsiaNews Namita Barthwal.

Riguardo all’attuale impegno diplomatico del Pakistan tra Iran e Stati Uniti, alcuni osservatori vedono questa “shuttle diplomacy” come una forma di opportunismo strategico. Come valuta la sostenibilità di questo equilibrio? Islamabad è davvero un mediatore credibile?

Lo sforzo di mediazione del Pakistan appare più tattico che sostenibile a livello strutturale. Ha guadagnato visibilità perché ha ospitato colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, che però non hanno prodotto una svolta, e perché il capo delle forze armate, il feldmaresciallo Asim Munir, si è recato a Teheran portando un messaggio statunitense. Il Pakistan può mantenere aperti i canali, ma non può svolgere un ruolo decisivo nel colmare le divergenze sul programma nucleare, sull’alleggerimento delle sanzioni o sulla sovranità sullo Stretto di Hormuz.

Questo equilibrio è inoltre limitato dalle vulnerabilità interne del Pakistan. Il Paese è ancora sotto un programma da 7 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale (FMI), disponeva di circa 16,4 miliardi di dollari di riserve valutarie alla fine di marzo, deve affrontare un rimborso di 3,5 miliardi agli Emirati Arabi Uniti questo mese, e necessita di un ulteriore deposito saudita di 3 miliardi oltre a un rinnovo da 5 miliardi per proteggere le riserve e restare in linea con gli obiettivi del FMI. A ciò si aggiungono aumenti dei prezzi del carburante, che hanno provocato la chiusura delle scuole, misure di austerità e tensioni sui mercati legate al conflitto regionale. In questo senso, la diplomazia diventa anche uno strumento di stabilizzazione interna: ridurre il rischio di ricadute del conflitto, preservare la fiducia degli investitori e mantenere buoni rapporti con i partner del Golfo e occidentali.

Il Pakistan è un facilitatore. Ha accesso a Washington, Riyadh, Teheran e persino al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite. Tuttavia, Islamabad rischia di danneggiarsi se enfatizza troppo il proprio ruolo di mediatore, soprattutto perché deve contemporaneamente bilanciare Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti, gestendo al contempo l’instabilità sul fronte afgano e le sensibilità settarie interne. La leadership civile-militare pakistana sta usando la visibilità internazionale per proiettare competenza e autorità centrale in un momento in cui la politica interna è fortemente controllata. Questo non rende la diplomazia “finta”, ma certamente fortemente orientata all’interesse nazionale.

Dal punto di vista indiano, come viene percepita questa nuova visibilità del Pakistan? E quali implicazioni ha per gli interessi strategici dell’India, in particolare in Iran?

Da Delhi, la crescente visibilità diplomatica del Pakistan è osservata con un certo disagio, ma senza allarmismo. L’atteggiamento ufficiale dell’India appare più prudente che reattivo: preservare l’autonomia strategica, proteggere gli interessi marittimi ed energetici ed evitare di entrare nel teatro della mediazione solo per ragioni d’immagine.

La principale preoccupazione indiana non è il ruolo del Pakistan in sé, ma il rischio che la crisi minacci gli interessi strategici dell’India in Iran e nel Golfo. Delhi non intende rinunciare all’Iran, che considera fondamentale per l’accesso all’Asia centrale e per la rotta del proto di Chabahar. L’India ha cercato di rassicurare Teheran sul fatto che i rapporti con Stati Uniti e Israele sono essenziali per la propria sicurezza nazionale, mantenendo al contempo relazioni stabili con l’Iran.

Il porto di Chabahar resta centrale in questa strategia. L’India ha firmato nel maggio 2024 un contratto decennale per sviluppare e gestire il porto, proprio per collegarsi ad Afghanistan e Asia centrale bypassando il Pakistan, e Washington ha concesso una deroga alle sanzioni di sei mesi nell’ottobre 2025 per consentirne l’operatività. L’instabilità attuale incide quindi su Chabahar, ma soprattutto aumentando i rischi legati a sanzioni e trasporti, non eliminandone il valore strategico.

L’India sembra ricalibrare la propria politica “Link West”, di connessione strategica con l'Asia occidentale (cioè Medio Oriente e Golfo), in una versione più prudente e orientata alla gestione del rischio, concentrandosi su ciò che è concretamente possibile, come l’assistenza umanitaria all’Iran. Per questo Delhi sta preservando Chabahar, mantenendo aperti i canali con Teheran, dialogando con Washington sulle deroghe, enfatizzando la sicurezza marittima e diversificando le fonti energetiche piuttosto che aumentare la dipendenza dall’Iran. Ha ripreso acquisti limitati di petrolio e gas iraniani sotto deroga temporanea, ma è improbabile che superi le linee rosse statunitensi una volta scadute le esenzioni, orientandosi piuttosto verso Russia, Stati Uniti, Australia e altri fornitori. La “Link West” non viene abbandonata, ma resa meno rischiosa.

Il rafforzamento del potere del feldmaresciallo Asim Munir sta cambiando la politica estera pakistana?

Il consolidamento del potere di Munir ha reso la politica estera pakistana più centralizzata e guidata dai militari. L’emendamento costituzionale del novembre 2025 ha creato la figura del capo delle forze di difesa,ricoperto da Munir, ponendo marina e aviazione sotto il suo comando oltre all’esercito e garantendogli immunità legale a vita dopo il mandato. Si tratta della formalizzazione di un ruolo già di fatto molto ampio.

La diplomazia pakistana passa ora attraverso un leader che controlla anche lo strumento militare e gestisce le partnership di sicurezza regionali. Munir è stato centrale nella diplomazia con l’Iran. Il bilanciamento tra Iran e Arabia Saudita è ora gestito da una catena di comando militare, il che garantisce rapidità e coerenza ma accentua le contraddizioni. Il Pakistan non può apparire ostile all’Iran, con cui condivide un confine e delicate dinamiche settarie interne, né può indebolire i legami con Riyadh, che rappresenta un sostegno finanziario e un partner di difesa. L’ascesa di Munir non ha risolto questa contraddizione: ne ha solo trasferito la gestione in modo più deciso nelle mani dei militari.

Qual è lo stato dell’opposizione interna, in particolare del Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI), il partito dell’ex primo ministro Imran Khan, attualmente in carcere?

Il PTI è stato duramente represso. Lo Stato ha chiaramente ridotto la sua capacità organizzativa. Dopo una vasta repressione contro il partito di Khan e le voci dissidenti - attraverso l’uso di leggi antiterrorismo e processi militari dopo le proteste del 9 maggio 2023 - nel gennaio 2026 un tribunale antiterrorismo pakistano ha condannato in contumacia otto giornalisti e commentatori all’ergastolo per supporto online legato alle proteste pro-Khan. Questo dimostra che lo Stato continua a considerare l’ecosistema PTI una minaccia reale.

Allo stesso tempo, nonostante la durezza della repressione, il PTI non è stato completamente neutralizzato in termini di legittimità. Le elezioni del 2024 hanno mostrato che i candidati indipendenti sostenuti da Khan hanno ottenuto risultati sufficienti a disturbare gli equilibri interni. Il PTI non può più competere ad armi pari, ma mantiene ancora una risonanza popolare significativa.

Come si sta evolvendo la strategia pakistana verso l’Afghanistan, e quale ruolo sta giocando la Cina?

La pausa lungo la Linea Durand appare tattica. Islamabad non ha modificato la propria valutazione secondo cui i talebani afgani non sono disposti o capaci di contenere i militanti anti-pakistani, in particolare i Tehreek-i-Taliban Pakistan (TTP). È cambiato però il metodo: dopo l’escalation di febbraio-marzo, il Pakistan ha avviato colloqui mediati dalla Cina a Urumqi, concentrati su cessate il fuoco, riapertura delle frontiere, commercio e viaggi, con l’impegno a non aggravare il conflitto. Si tratta di una pausa per testare se la diplomazia possa produrre risultati concreti sul piano della sicurezza, mantenendo però l’opzione coercitiva.

La Cina ha cercato ripetutamente di riportare le parti al tavolo, collegando il dialogo politico alla cooperazione antiterrorismo e alla possibile estensione del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) all’Afghanistan. Questo indica che il Pakistan sta cercando di reinserire l’Afghanistan in un quadro regionale più regolato e sostenuto da Pechino, dove le proprie preoccupazioni di sicurezza trovino maggiore supporto diplomatico.

La Cina sta utilizzando il Pakistan come “proxy diplomatico”? E quali sono le implicazioni per l’India?

Definire il Pakistan un vero e proprio “proxy diplomatico” della Cina è probabilmente eccessivo. È più corretto dire che Pechino utilizza Islamabad come un canale utile. La Cina sembra preferire che il Pakistan svolga la parte più visibile della diplomazia, mentre resta in secondo piano.

Questo approccio è coerente con gli interessi cinesi: stabilità nel Golfo, fondamentale per i flussi di gas e petrolio, e tutela dei propri interessi economici. Pechino ha quindi tutto l’interesse a sostenere iniziative di cessate il fuoco e riduzione del rischio di guerra, ma senza assumersi completamente l’onere e i rischi di una leadership diretta.

Per l’India, invece, il rafforzamento del coordinamento Cina-Pakistan è problematico per diversi motivi. Innanzitutto, può aumentare la rilevanza diplomatica del Pakistan proprio mentre l’India ha interessi significativi in Asia occidentale. In secondo luogo, rafforza un modello regionale in cui la Cina utilizza il Pakistan come strumento strategico a basso costo nel “vicinato esteso” indiano. Infine, se il Pakistan ottiene maggiore sostegno diplomatico dalla Cina, finanziario dall’Arabia Saudita e visibilità internazionale attraverso la mediazione, la strategia occidentale dell’India - inclusi progetti come Chabahar e la politica “Link West” - diventa più complessa da gestire.

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