30/06/2026, 12.26
INDONESIA
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Jakarta: condanna per un ex ministro, si aggravano le difficoltà del governo Prabowo

di Mathias Hariyadi

L'ex ministro dell'Istruzione, Nadiem Makarim, è stato condannato a dieci anni per corruzione. Intanto cinque persone sono morte durante l'addestramento militare imposto ai responsabili delle nuove cooperative rurali. Crescono anche le critiche per la gestione dell'economia, soprattutto per le opacità riguardo il fondo sovrano Danantara, a cui sono affidate sempre più iniziative.

Jakarta (AsiaNews) - Una condanna a dieci anni di carcere di un ex ministro sta mettendo ancora più in difficoltà il governo indonesiano, guidato dal presidente Prabowo Subianto, già alle prese con le polemiche per le recenti riforme economiche e con le contestazioni per il crescente coinvolgimento dell’esercito nelle attività civili. 

La sentenza per corruzione contro l’ex ministro dell’Istruzione, Nadiem Makarim, uno dei volti più popolari dell’Indonesia degli ultimi anni, rischia di alimentare ulteriormente il dibattito sulla trasparenza delle istituzioni. Il Tribunale anticorruzione di Jakarta ha riconosciuto Makarim colpevole nell’inchiesta relativa all'acquisto di computer portatili Chromebook e delle licenze Chrome Device Management durante il suo mandato come ministro dell’Istruzione, della Cultura, della Ricerca e della Tecnologia. 

Oltre alla pena detentiva, i giudici hanno inflitto anche una multa di un miliardo di rupie indonesiane (circa 53mila euro) e disposto la restituzione allo Stato di 809 miliardi di rupie (oltre 43 milioni di euro). Se non dovesse versare l’intera somma, i suoi beni potranno essere confiscati e, in caso di insufficienza, sconterà altri cinque anni di carcere.

Per il collegio giudicante, il reato è stato commesso “in modo pianificato, strutturato e sistematico”, ha provocato perdite per le finanze pubbliche e contraddetto l’impegno del governo nella lotta alla corruzione. I giudici hanno inoltre sottolineato che la solida situazione economica dell’imputato escludeva qualsiasi giustificazione di carattere finanziario. La decisione non è stata però unanime: uno dei magistrati ha espresso un’opinione dissenziente sostenendo che Makarim avrebbe dovuto essere assolto.

La pena è comunque sensibilmente inferiore a quella richiesta dall’accusa, che aveva domandato diciotto anni di carcere e una restituzione complessiva di circa 5.600 miliardi di rupie.

Il caso ha generato un ampio dibattito all’interno dell’opinione pubblica indonesiana. Makarim, 42 anni, non è infatti un politico tradizionale. Fondatore di Gojek, piattaforma digitale che ha rivoluzionato il settore dei trasporti e dei servizi nel Paese, era entrato nel governo dell’ex presidente Joko Widodo allo scopo di favorire l’innovazione tecnologica e la modernizzazione del sistema educativo. La sua immagine di imprenditore di successo, con una laurea ottenuta all’università di Harvard e già economicamente benestante prima dell’ingresso in politica, aveva reso impensabile per molti indonesiani ritenerlo coinvolto in un caso di corruzione.

Le nuove riforme economiche

La sentenza arriva però mentre il presidente Prabowo sta cercando di imprimere una profonda trasformazione dell’apparato statale. Nei giorni scorsi il presidente ha confermato l’intenzione di ridurre drasticamente il numero delle imprese pubbliche, passando dalle oltre mille società oggi esistenti a circa 250 entro i prossimi due anni. Secondo il governo, oltre la metà delle aziende controllate dallo Stato opera infatti in perdita, accumulando deficit per circa 20mila miliardi di rupie.

L’obiettivo è eliminare duplicazioni e inefficienze, ha fatto sapere il governo, generando risparmi stimati in circa 50mila miliardi di rupie all'anno. Il fondo sovrano Danantara, incaricato di coordinare la riforma, ha assicurato che il piano non comporterà licenziamenti: tutti i dipendenti saranno ricollocati nelle nuove società nate dalla fusione delle aziende esistenti. Il governo ha citato la nascita di Bank Mandiri - creata nel 1998 dalla fusione di quattro banche statali dopo la crisi finanziaria asiatica - come modello di successo. 

Tuttavia Danantara sta assumendo competenze sempre più ampie senza aver ancora dimostrato di possedere adeguati meccanismi di controllo e trasparenza. Il fondo non ha ancora pubblicato i propri bilanci e diversi economisti temono che la crescente concentrazione di potere economico nelle mani dello Stato possa riportare il Paese verso modelli di gestione che ricordano l’epoca del “Nuovo Ordine” di Suharto, quando la stretta commistione tra politica, apparato militare ed economia contribuì a creare una situazione di crisi aggravata dalla crisi finanziaria asiatica del 1997-98. 

Queste riforme rientrano infatti in una strategia economica più ampia di Prabowo: negli ultimi mesi il presidente ha anche deciso di centralizzare le esportazioni di carbone, olio di palma e altre materie prime attraverso una società statale, una scelta che ha generato incertezza tra gli investitori e le imprese.

Il malcontento verso le ingerenze dell’esercito

Allo stesso tempo cresce il malcontento per il sempre maggiore ricorso alle forze armate nella gestione di iniziative civili. La Commissione nazionale per i diritti umani e numerose organizzazioni hanno chiesto la sospensione immediata dell’addestramento militare obbligatorio imposto ai futuri dirigenti del programma delle cooperative di villaggio, uno dei tanti progetti proposti da Prabowo, ma che (come l’iniziativa dei pasti gratuiti nelle mense scolastiche) si sta rivelando ampiamente fallimentari. 

Nei primi dieci giorni di corso sono morti cinque partecipanti. Il ministero della Difesa ha attribuito i decessi a diverse patologie pregresse e ha annunciato una revisione delle procedure sanitarie, confermando però che il programma proseguirà.

Per la Commissione indonesiana per i diritti umani, tuttavia, la formazione dei responsabili delle cooperative dovrebbe concentrarsi su competenze manageriali, amministrative e finanziarie, non sull’addestramento militare. Anche la Coalizione della società civile per la riforma del settore della sicurezza, una coalizione di diversi gruppi umanitari, ha denunciato quella che considera una crescente militarizzazione delle politiche pubbliche. 

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