Kuala Lumpur vuole regolarizzare i Rohingya contro le carenze di manodopera
Da ieri è diventato operativo il “Documento di registrazione dei rifugiati” che riguarda i richiedenti asilo detenuti nei centri per immigrati della Malaysia. Finora la registrazione ha coinvolto circa 4mila persone, in gran parte Rohingya fuggiti dal Myanmar, ma il programma - ha precisato il governo - non punta a concedere la cittadinanza.
Kuala Lumpur (AsiaNews/Agenzie) - Entra nel vivo in Malaysia la nuova politica nei confronti dei rifugiati. Dopo un primo annuncio nel luglio 2025 e l’avvio formale all’inizio di quest’anno, dal 1° giugno è iniziata la prima fase operativa del programma “Documento di registrazione dei rifugiati” (Dokumen Pendaftaran Pelarian o DPP, in malese), che riguarda i Rohingya e gli altri richiedenti asilo detenuti nei centri per immigrati presenti nel Paese.
A metà giugno il ministero dell’Interno presenterà al Consiglio dei ministri il piano completo per la gestione degli oltre 200mila rifugiati e richiedenti asilo che vivono in Malaysia. Finora la registrazione ha coinvolto circa 4mila persone, in gran parte Rohingya fuggiti dal Myanmar. Qui l’attuale regime continua a non riconoscere la cittadinanza alla minoranza etnica, perlopiù di fede islamica.
Secondo le autorità della Malaysia, il nuovo sistema consentirà di regolarizzare la presenza dei rifugiati e migliorarne la sicurezza e le condizioni di vita. Il programma punta inoltre a favorire l’inserimento lavorativo delle persone tra i 20 e i 40 anni nei settori che soffrono di una cronica carenza di manodopera, come l’industria manifatturiera, l’agricoltura, l’edilizia e il terzo settore. Alcune stime indicano che l’accesso legale al lavoro per i rifugiati potrebbe generare un aumento del Pil di circa 750 milioni di dollari nell’arco di cinque anni, con benefici anche per il gettito fiscale.
Le nuove disposizioni prevedono anche tutele per i lavoratori, tra cui l’obbligo per i datori di lavoro di rispettare la normativa nazionale garantendo il salario minimo mensile - pari a circa 430 dollari statunitensi - e un alloggio adeguato.
La riforma sta però suscitando reazioni contrastanti. Le associazioni imprenditoriali ritengono che possa contribuire a ridurre la dipendenza dalla manodopera straniera irregolare, spesso più costosa da gestire. Le organizzazioni per i diritti umani, invece, chiedono procedure trasparenti e garanzie concrete contro gli abusi e lo sfruttamento cui molti rifugiati sono già esposti.
Il governo ha inoltre precisato che il DPP non costituisce un percorso verso la residenza permanente. La Malaysia non ha aderito alla Convenzione delle Nazioni unite sui rifugiati del 1951 e da sempre considera la questione attraverso le lenti della sicurezza e dell’ordine pubblico, dimostrandosi anche poco disponibile a controlli esterni sulle reali condizioni dei rifugiati . La regolarizzazione sembra rispondere all’esigenza di creare una nuova riserva di manodopera per i comparti che registrano una carenza di lavoratori.
“La Malaysia deve far funzionare questo sistema garantendo la riservatezza dei dati, il rispetto delle procedure legali, la collaborazione con l’Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati e adeguate tutele contro la detenzione, i rimpatri forzati e l’uso improprio delle informazioni personali”, ha dichiarato John Quinley, direttore dell'ong Fortify Rights, che si occupa delle condizioni dei rifugiati Rohingya.
“Il DPP avrà un vero impatto solo se servirà a proteggere i rifugiati, anziché lasciarli esposti al rischio di controlli arbitrari sull’immigrazione”, ha aggiunto. “Il governo dovrebbe assicurare che nessun rifugiato o richiedente asilo venga arrestato, detenuto o deportato mentre è ancora in attesa di completare il processo di registrazione”.





