03/04/2026, 11.15
LIBANO - ISRAELE
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La Via Crucis dei cristiani libanesi ‘inchiodati’ alla croce della guerra

di Fady Noun

I fedeli vivono i riti della Settimana Santa divisi fra il tradizionale fervore e il peso di un contesto regionale esplosivo e imprevedibile. La sensazione di essere “occupati dall’interno” da Hezbollah e il “costo umano” già considerevole del conflitto con Israele. Nelle zone risparmiate dai bombardamenti chiese gremite per il Venerdì Santo. Il peso delle divisioni fra i capi cristiani. 

Beirut (AsiaNews) - I cristiani libanesi vivono quest’anno la Settimana Santa tanto col tradizionale fervore, quanto sotto il peso di un contesto regionale esplosivo e imprevedibile. “Il Libano lotta per non scomparire, credo che sia così che vive quest’anno la sua Settimana Santa” afferma Robert F., uno psicoterapeuta armeno che preferisce mantenere riservata l’identità. AsiaNews lo ha incontrato e ha raccolto questa sua riflessione il primo aprile, durante una riunione di preghiera di un piccolo gruppo organizzato, parte di una associazione di fedeli che opera per la pace nel Paese dei cedri. 

Proseguendo nella riflessione, egli aggiunge: “Il Libano è minacciato di morte, Hezbollah ha sacrificato il Libano per l’Iran. È proprio ciò che ci assicura [l’ex ministro francese degli Esteri] Jean-Yves Le Drian. Di fatto, per quanto possa essere resiliente, il Libano non è né indistruttibile, né eterno. Oggi sta affrontando una delle prove più dure della sua breve esistenza [sono 83 anni, se facciamo riferimento alla festa dell’Indipendenza del 1943, ndr]. È invaso dall’interno e dall’esterno ed è minacciato di implosione”.

L’uomo, un ottantenne che ha vissuto tutti gli anni di guerra in Libano, dal 1975, esprime senza riserve ciò che molti libanesi, cristiani o musulmani, pensano e temono. “Occupati dall’interno”: è proprio così che le comunità cristiana, sunnita e drusa vivono l’avventurismo di Hezbollah sciita. Il partito di Dio filo-Teheran, infatti, ha trascinato il Paese dei cedri in una guerra che il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam, assistiti dalla Francia di Emmanuel Macron, dall’Egitto di Abdel Fatah al-Sisi e dal Qatar, hanno fatto di tutto per evitare, senza riuscirci.

“È la presenza in Libano di un ramo delle Guardie della Rivoluzione, i Pasdaran, l’esercito ideologico del potere iraniano, denominato in Libano “resistenza islamica”, che oggi è la rovina del Libano” scrive l’editorialista Michel Touma. Secondo le autorità di Beirut, questa resistenza sarebbe guidata e comandata da iraniani entrati nel Paese senza autorizzazione.

Dal 2 marzo, in seguito a una provocazione di Hezbollah, che ha lanciato razzi contro Israele, l’Iran è passato all’offensiva militare contro lo Stato ebraico cosa che non era riuscita né con la repressione genocida dei palestinesi a Gaza, né con l’assassinio del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, nel settembre 2024. In questa “guerra santa”, l’esistenza di una patria chiamata Libano, la sua integrità territoriale, le comunità, i villaggi, la vita di centinaia di migliaia di libanesi cacciati dalle loro case sono polvere rispetto alla necessità di lavare l’affronto e alla volontà di cancellare Israele dalla mappa del Medio oriente.

Costo umano considerevole

Il costo umano di questo primo mese di guerra rimane considerevole. Ad oggi, il ministero libanese della Sanità riporta 1.318 morti, tra cui 125 bambini e 88 donne, oltre a 3.935 feriti, di cui 423 bambini e 473 donne. Il bilancio include anche diversi membri del personale medico, oltre a giornalisti. Sono queste vittime “collaterali” a costare di più ai libanesi. Oltre a figure amate dalla popolazione che vanno progressivamente scomparendo. I dati sulle vittime tra le parti in conflitto, invece, rimangono inaffidabili, a causa del blackout che li circondano. 

“È una guerra asimmetrica. Il rapporto di forza è nettamente a favore di Israele. La strategia di Hezbollah è quella di fare in modo, grazie in parte ai missili anticarro, che il costo umano della guerra in territorio libanese sia il più alto possibile per Israele. Questa è una delle armi più dissuasive nei confronti di Israele; probabilmente è costosa in termini di vite umane, ma è l’unica che potrebbe rivelarsi vincente” affermano gli esperti di questioni militari.

Secondo fonti interne citate da L’Orient-Le Jour (LOJ), sarebbero stati uccisi più di 400 membri di Hezbollah, mentre Israele avanza una cifra nettamente superiore, parlando di almeno 700 combattenti “eliminati”. Del resto, le perdite non si limitano ai belligeranti diretti e l’esercito israeliano sembra operare senza scrupoli. La Forza provvisoria delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha pagato un tributo senza precedenti, con tre caschi blu indonesiani uccisi il 30 e il 31 marzo scorso e diversi feriti in incidenti legati ai bombardamenti. Tra le vittime figurano anche soldati libanesi, oltre a cinque uomini dei villaggi cristiani di confine di Rmeich e Aïn Ebel, uccisi senza spiegazioni, né scuse da parte dei vertici politici e militari dello Stato ebraico. 

Chiese gremite

Nonostante la crisi, le chiese sono piene anche oggi per le celebrazioni del Venerdì Santo nella parte del Paese risparmiata dai bombardamenti sebbene il cuore alberghi altrove. Di certo, questo è un momento cruciale dell’anno per i cristiani libanesi. Al di là della liturgia, vi è tutto un aspetto culturale molto vivace: le cerimonie della lavanda dei piedi, la preparazione dell’olio santo, i programmi televisivi speciali, la Via Crucis, i canti bizantini regali della Chiesa greco-cattolica che contrastano così fortemente con quelli della tradizione siro-maronita; e ancora, i “maamoul” fatti in casa e la colorazione delle uova, le visite alle sette chiese, ecc.

Tuttavia, in questa fase, il tempo uggioso e le forti piogge hanno impedito lo svolgimento all’aperto delle processioni della Domenica delle Palme. “Abbiamo dovuto accontentarci di celebrarle all’interno della chiesa e sotto la parte coperta del sagrato esterno”, afferma p. Rony, che ha celebrato la Domenica delle Palme nella chiesa della Resurrezione, la cattedrale del vescovo Antoine Bou Najem, a Mtayleb. Al contempo, ciò che la guerra ha iniziato, l’inflazione dei prezzi l’ha finito. “Abbiamo decorato di nuovo le candele dell’anno scorso” afferma Nisrine, madre di due ragazzi, incontrata nella chiesa di san Giorgio a Jbeil. E quest’anno - aggiunge - niente vestiti nuovi”. Lo conferma Arlette A., proprietaria di un negozio di abbigliamento per bambini a Jbeil (Byblos), che la accompagna con i suoi figli piccoli.

Dietro le linee israeliane

Dietro le linee delle forze israeliane, che cercano di avanzare su diversi fronti nella regione meridionale, gli abitanti dei villaggi maroniti restano aggrappati alle loro terre e alle loro case. Nelle chiese maronite, le offerte raccolte il Mercoledì Santo sono destinate proprio a loro. Per paura di essere involontariamente circondato dai combattimenti tra Israele e Hezbollah, l’esercito si è ritirato da alcuni villaggi cristiani, in particolare dalla cittadina di Rmeich, mantenendovi tuttavia piccole unità di volontari. Il grido di questi villaggi, che si sentono abbandonati, risuona in tutto il Paese nel giorno in cui si celebra la morte di Cristo. Tuttavia, grazie agli sforzi instancabili della Santa Sede, e su richiesta del patriarca maronita, un corridoio umanitario è stato autorizzato per i villaggi di confine per questa domenica di Pasqua. Intermediario efficiente e sorridente, il nunzio apostolico mons. Paolo Borgia, che in questi mesi è diventato molto popolare fra gli abitanti della zona.

Da parte sua, il ministro libanese degli Interni Ahmad Hajjar ha affermato in questi giorni che membri delle Forze di sicurezza interna (Fsi) si trovano ancora nei villaggi di confine. Questa precarietà generale rafforza la dimensione drammatica della Settimana Santa. “Il Libano sta vivendo il suo Getsemani, la sua Passione. È inchiodato alla croce e i suoi nemici si spartiscono le sue vesti” conclude Elie M., un docente di lettere che vive in Francia, con il cuore rivolto al Libano e ai suoi familiari rimasti a Rayak, nella pianura della Bekaa. Riesaminando la situazione, constata che Teheran sfida la legalità libanese e rifiuta di richiamare il proprio ambasciatore; che i raid continuano giorno e notte; che centinaia di migliaia di libanesi vivono lontani dalle loro case e che i cittadini sono divisi tra quanti attribuiscono le loro disgrazie a Israele e quelli che incolpano l’Iran.

Tuttavia il vescovo maronita di Batroun, mons. Mounir Khairallah, deplora un’altra sventura: quella della divisione dei leader cristiani che si contendono la loro parte del Libano, mentre la sua unità va in frantumi sotto i loro stessi occhi. Molti, infatti, temono disordini interni e l’esercito è da tempo in allerta. Non è escluso un colpo di forza ispirato dall’Iran. Infatti, la nuova Guida Suprema - Mojtaba Khamenei, sempre invisibile - ha inviato un messaggio di congratulazioni al segretario generale di Hezbollah, Naïm Qassem, per la sua “fedeltà” agli ideali della Repubblica islamica.

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