12/06/2026, 13.19
GOLFO - INDIA - USA
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Si parla di 'fine della guerra' ma i marittimi indiani continuano a morire

Tre morti in un attacco Usa a una nave carica di petrolio iraniano. A fronte dello sdegno dell’opinione pubblica, il governo di Delhi mantiene un basso profilo per non indispettire Washington. Sullo sfondo il possibile incontro fra Trump e Modi a margine del G7. La Casa Bianca annuncia l’accordo con Teheran che potrebbe essere siglato domenica a Ginevra. Riyadh riapre al commercio con Beirut. 

Abu Dhabi (AsiaNews) - La morte di tre marittimi indiani in un attacco statunitense a una petroliera commerciale ha provocato ira e sdegno fra la popolazione indiana, aggiungendo ulteriori elementi di attrito in una fase già di grande tensione fra Delhi e Washington. La mattina del 10 giugno scorso il mercantile M/T Settebello in transito nel mare dell’Oman - fra i punti più critici della navigazione marittima a causa della guerra nel Golfo fra Stati Uniti (e Israele) con Teheran - carico di petrolio iraniano, è stato oggetto di una raffica di colpi. Un caccia dell’aviazione Usa ha sparato munizioni di precisione nella sua sala macchine provocando un incendio con vaste colonne di fumo, che ha richiesto una imponente operazione di salvataggio.

I tre uomini trovati morti dopo l’attacco alla nave battente bandiera di Palau sono i primi marittimi confermati a morire in un attacco statunitense e vanno ad allungare il tragico elenco di lavoratori migranti indiani morti nel conflitto. Il decesso è avvenuto nell’ambito delle operazioni lanciate da Washington per bloccare i porti iraniani. Secondo il governo di Delhi vi sono attualmente 562 marittimi indiani e navi con bandiera indiana nei mari della regione, tra cui 329 nella regione del Golfo, a ovest di Hormuz, e 233 nel Golfo dell’Oman, a est di Hormuz. “Ci sono - prosegue la nota - più di 18mila marittimi indiani in totale in tutta la regione del Golfo”.

L’incidente dei giorni scorsi solleva più di una preoccupazione nel governo, il quale teme che i propri cittadini diventino sempre più “danni collaterali” in un conflitto che non è il loro, sebbene nella notte il presidente Usa Donald Trump abbia annunciato la firma imminente della pace. Del resto i migranti indiani sono fra quanti hanno pagato maggiormente il prezzo della guerra, non solo in termini di vite umane ma anche nello stravolgimento della vita quotidiana e nella perdita delle fonti di reddito. In passato AsiaNews aveva raccontato anche il dramma di centinaia di lavoratori bloccati nella regione dal conflitto e impossibilitati a tornare nel Paese di origine per sposarsi, pur avendo programmato da tempo - e saldato le spese - di nozze che risultano “congelate”

L’esercito americano sottolinea che l’attacco è arrivato in risposta a un mancato (e ripetuto più volte) rispetto delle istruzioni impartito dalle stesse forze Usa che hanno applicato un blocco al greggio degli ayatollah nello stretto di Hormuz. Ora Delhi, sempre più preoccupata per la sicurezza dei propri marittimi a causa della guerra israelo-americana con Teheran, ha ora esortato Washington a fermare i raid contro navi da trasporto. “Gli attacchi devono fermarsi” ha detto ieri ai giornalisti il portavoce del ministero degli Esteri indiano Randhir Jaiswal, dopo che il governo aveva convocato per consultazioni il responsabile degli affari di Washington.

Tuttavia, i tempi sono particolarmente delicati perché nei prossimi giorni il primo ministro indiano Narendra Modi dovrebbe incontrare l’omologo Usa Trump a margine del vertice dei leader del G7 in Francia della prossima settimana. Modi, che non ha commentato pubblicamente le morti, è sotto pressione da parte di alcuni sindacati che chiedono una dura condanna dell’attacco. La maggior parte dei 28 marittimi che erano a bordo dell’imbarcazione erano infatti cittadini indiani. Solo un giorno prima, altri 24 marinai indiani hanno dovuto essere salvati da un’altra petroliera commerciale - la M/T Marivex - dopo essere stati colpiti da forze Usa nel Golfo di Oman.

Sempre ieri, le forze statunitensi hanno sparato missili verso la sala macchine di una terza petroliera, la M/T Jalveer battente bandiera della Guinea-Bissau, per aver tentato di trasportare il petrolio iraniano. Anche esso trasportava un equipaggio indiano, che è stato dichiarato al sicuro e non si sono verificate vittime. Gli attacchi militari americani contro MT Marivex, MT Settebello e MT Jalveer vicino all’Oman negli ultimi due giorni hanno sollevato una serie di perplessità e interrogativi sulla gestione da parte del governo Modi dei legami dell’India con gli Stati Uniti.

Queste azioni mirate da parte delle forze armate statunitensi nel Golfo dell’Oman segnano l’unico caso nella storia dell’India dall’indipendenza in cui l’esercito americano ha ucciso propri concittadini. A scatenare l’indignazione popolare è anche il mancato rammarico - e le scuse - da parte dell’esercito a stelle e strisce o dell’amministrazione Usa per le vittime, mentre continuano i raid contro navi commerciali con a bordo marinai indiani nonostante le proteste di Delhi. Tuttavia, né Modi né alcun membro anziano dell’esecutivo dell’Unione ha pronunciato una sola parola di condanna diretta contro gli Stati Uniti. E la nota del ministero indiano degli Esteri ha accuratamente evitato di nominare il responsabile dell’attacco, limitandosi a una generica definizione di assalto letale come “risultato diretto del conflitto in corso nella regione”.

Sul fronte della guerra, intanto, Washington e Teheran sarebbero alle fasi finali dei negoziati sulle questioni nucleari e economiche, con la bozza del piano di pace in via di definizione per essere firmato (forse) nel fine settimana a Ginevra. Esso dovrebbe prevedere la fine del blocco Usa, la riapertura dello stretto di Hormuz, la revoca delle sanzioni petrolifere, lo sblocco dei fondi iraniani congelati e l’impegno degli Stati Uniti a ritirare le forze della aeree circostanti l’Iran. La svolta è arrivata nelle ultime ore, dopo che Trump ha annunciato di aver fermato i raid contro la Repubblica islamica e di aver “vinto” la guerra, dichiarandosi soddisfatto degli obiettivi raggiunti e pronto a siglare l’intesa con Teheran. Il testo stabilirebbe anche un “prolungamento per 60 giorni del cessate il fuoco” tra i due Paesi, valido “anche in Libano” dal quale si dovrebbero inoltre ritirare le truppe dell’esercito israeliano, una svolta decisamente inaspettata per il premier Benjamin Netanyahu che insiste sull’invasione. 

In questi giorni, infine, l’Arabia Saudita ha ripreso le importazioni dal Libano ponendo fine a un divieto di commercio di cinque anni e segnando una svolta per Beirut mentre le autorità libanesi cercano di ridurre l’influenza iraniana e ristabilire i legami coi Paesi del Golfo arabo. Il 10 giugno il principe ereditario Mohammed bin Salman (Mbs) ha ordinato la ripresa delle esportazioni libanesi verso il regno, parlando di “passi positivi presi dal governo libanese per ricostruire le istituzioni statali”. La decisione è arrivata su richiesta del presidente Joseph Aoun e del premier Nawaf Salam, che ha poi espresso “gratitudine e apprezzamento” al principe Mohammed per la sua “generosa” decisione di revocare il divieto, che aveva contribuito a minare l’economia del Paese dei cedri. 

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