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    » 20/12/2013, 00.00

    VIETNAM

    Banca mondiale e Chiesa vietnamita contro gli espropri forzati: un freno allo sviluppo



    Le tensioni sociali che derivano dalle dispute sulle terre allontanano gli investitori stranieri e ridimensionano la crescita. Previsto l’indice di sviluppo più basso dal 1999 a oggi. In tre anni oltre 700mila dispute, a rischio decine di progetti infrastrutturali. Conferenza episcopale: servono modifiche costituzionali a tutela della proprietà. Funzionaria Onu a sostegno dei cattolici di Con Dau.

    Hanoi (AsiaNews) - L'annosa questione delle proprietà terriere in Vietnam, causa di ripetuti abusi ed espropri forzati ai danni di singoli e comunità, non è solo un problema giuridico e costituzionale, ma rappresenta un freno allo sviluppo economico del Paese. Le tensioni sociali che derivano dalle dispute sulle terre - una battaglia che ha visto la Conferenza episcopale lottare a fianco dei cittadini - rischiano infatti di allontanare gli investitori stranieri e offuscare gli obiettivi di crescita. L'allerta non proviene solo da attivisti e organizzazioni a tutela dei diritti umani, ma dagli stessi esperti della Banca mondiale; gli analisti dell'istituto con sede a Washington parlano di possibili "rivolte sociali" innescate dalla requisizione forzata delle terre, per progetti edilizi o attività industriali. E un dato, fra i tanti, conferma i timori degli economisti: nel 2012 si è registrato il tasso di crescita più basso degli ultimi 13 anni.

    Victoria Kwakwa, direttore nazionale per il Vietnam della Banca mondiale, sottolinea che "l'incapacità di risolvere le dispute sui terreni", potrebbe peggiorare la "disuguaglianza", perché molti rischiano di "perdere l'uso delle terre senza un risarcimento adeguato". E questo, a sua volta, "porterebbe a rivolte sociali". L'analista parla anche di "mancate opportunità" nel settore degli investimenti, che sono necessari per "creare posti di lavoro e promuovere una rapida crescita del Vietnam". Nessuna di queste prospettive, chiosa, "è l'ideale" per il Paese.

    Le stime governative e i dati ufficiali sull'economia confermano la gravità del problema. Nel 2013 la crescita si è attestata attorno al 5,4%, ma scenderà al 5,25% il prossimo anno; si tratta del dato più basso registrato dal 1999 a oggi. In soli tre anni si sono contate circa 700mila dispute sui terreni, molte delle quali hanno riguardato i compensi a titolo risarcitorio. Dati della Banca mondiale riportano che dal 2001 al 2010 circa un milione di ettari di terreni agricoli è stato riconvertito per scopi diversi; tuttavia, le controversie sulla proprietà delle terre hanno bloccato o ritardato di almeno due anni molti degli 80 progetti infrastrutturali finanziati dalla Banca asiatica per lo sviluppo (Adb), per un totale di 9 miliardi di dollari.

    Imprenditori, costruttori e investitori preferiscono tenere fermi progetti e cantieri, perché il rischio di improduttività è forte e le dispute legali finiscono per procrastinare i tempi di realizzazione, con una crescita esponenziale dei costi. Inoltre, lo stesso politburo del Partito comunista nel novembre scorso ha ammesso l'aumento della "corruzione", cui si uniscono la pratica diffusa delle "trattative sottobanco" e i traffici illegali di dirigenti e funzionari che "abusano della posizione per bustarelle e profitti illegali".

    Hanoi cerca di correre ai ripari e, nel novembre scorso, ha approvato una legge che intende limitare le dispute sui terreni, che trasformano contadini inferociti in eroi di massa. La norma entrerà in vigore nel luglio 2014 e prevede che il governo non possa sequestrare terreni, come accade ora, con la scusa dello "sviluppo economico". La requisizione forzata potrà avvenire solo per opere socio-economiche di interesse "generale".

    Negli ultimi anni la Chiesa vietnamita e la comunità cattolica si sono più volte scontrate con le autorità per vicende legate al possesso dei terreni. A fine settembre il Dipartimento per l'urbanistica di Hanoi ha emesso un decreto di esproprio sui terreni di proprietà dei Redentoristi della parrocchia di Thai Ha. Ciò che lo Stato rivendica come "proprietà pubblica", in realtà appartiene di diritto ai Redentoristi dal 1928. Nel gennaio scorso le autorità della capitale hanno avviato l'opera di demolizione della chiesa e del centenario monastero Carmelitano di Hanoi, edificio storico al centro di una lunga battaglia fra governo e vertici ecclesiastici sulla proprietà dei terreni. E ancora, il durissimo scontro fra i parrocchiani di Con Dau e le autorità della provincia di Da Nang, nel centro del Paese. L'area comprende il cimitero e si estende per 10 ettari, utilizzati da 135 anni dai fedeli per la sepoltura dei defunti; da tre anni Hanoi tenta in tutti i modi di sequestrare gli storici terreni, per realizzare un resort turistico di lusso.

    La Conferenza episcopale vietnamita è intervenuta più volte a difesa non solo dei fedeli, ma di tutte quelle fasce più povere della popolazione, spesso vittime degli abusi delle autorità. I prelati hanno inoltre promosso una massiccia campagna per una riforma della Costituzione che riconosca anche il diritto di proprietà, e non solo l'usufrutto come avviene ora. L'attuale legislazione è stata fonte di "numerosi abusi e gravi ingiustizie", affermano i vescovi, per questo la nuova Carta "deve riconoscere il diritto di possesso dei terreni ai propri cittadini e alle organizzazioni private, così come avviene nella stragrande maggioranza dei Paesi al mondo".

    Sulla controversia che vede contrapposti i parrocchiani di Con Dau e le autorità di Da Nang è intervenuta anche un'alta funzionaria delle Nazioni Unite, che si è espressa a favore della comunità cattolica. Farida Shaheed, inviata speciale Onu per i diritti culturali, ha menzionato proprio la vicenda dei cattolici di Con Dau quale "chiara illustrazione" delle "conseguenze disastrose" che possono derivare da azioni di esproprio forzato. La funzionaria ha inoltre consigliato al governo di "garantire la proprietà collettiva dei terreni" alle comunità che desiderano preservare e sviluppare il modo di vivere tradizionale fondato su agricoltura, pesca o allevamento. I cattolici, aggiunge, non avevano interessi personali, ma volevano preservare "incontaminato" un modo di vivere la fede, il quotidiano e la cultura che affonda le radici nelle tradizioni ancestrali. A fronte di un progetto "che non prevede la costruzione di ospedali o di opere pubbliche, ma per puro scopo affaristico". 

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