31/12/2022, 13.55
L'ANNO CHE SI CHIUDE
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Asia: i 12 volti del 2022

Il ritorno delle proteste in Cina, le donne di Teheran, i risvolti asiatici del conflitto in Ucraina. Ma anche il primo cardinale dalit, l'uccisione di Shinzo Abe in Giappone, i lavoratori migranti del Qatar da non dimenticare ora che il Mondiale è finito. Gli ultimi 12 mesi in Asia attraverso altrettanti testimoni selezionati dalla nostra redazione. 

Va in archivio oggi un anno segnato da molti fatti importanti per l'Asia, tra ritorni in piazza inaspettati, morti violente, conflitti irrisolti e leadership vecchie e nuove. Abbiamo provato a selezionarne una carrellata attraverso 12 volti di altrettanti testimoni da ogni parte del grande continente. Per ripercorrere questi 12 mesi ma anche per guardare a tante sfide che portano in eredità al 2023.

PENG LIFA (Cina)

La sua protesta ha fatto da preludio alla “Rivoluzione dei fogli bianchi”, le manifestazioni di massa che a fine novembre hanno spinto il governo cinese a revocare la draconiana politica zero-Covid di Xi Jinping. Il 13 ottobre, alla vigilia del 20° Congresso del Partito comunista cinese, Peng Lifa si è reso protagonista della più plateale sfida al regime cinese dal movimento democratico di piazza Tiananmen del 1989. Il 48enne originario dell’Heilongjiang ha esposto su un ponte di Pechino striscioni critici di Xi, che pochi giorni dopo otterrà un terzo, controverso mandato al potere. La polizia ha arrestato subito l’attivista, diventato poi una star del web con i soprannomi di “uomo del ponte”, "guerriero solitario" e "uomo coraggioso".

TSENG SHENG-KUANG (Taiwan)

In tanti si chiedono se la popolazione di Taiwan sia pronta a difendere la sua democrazia da un’invasione cinese come stanno facendo gli ucraini con l’aggressione russa: Tseng Sheng-kuang lo era di sicuro. Il 25enne della contea di Hualien è stato il primo foreign fighter taiwanese a morire nel conflitto ucraino. Arruolato nella Legione internazionale a sostegno dell’Ucraina è stato ucciso il 2 novembre durante un’operazione militare contro le forze di Mosca nella regione contesa di Lugansk. Il combattente era volontario nella guerra russo-ucraina da giugno. Secondo l’esercito di Kiev era inquadrato nel Battaglione dei Carpazi, una unità di fanteria. La moglie non aveva sue notizie dal 23 ottobre.

KASYM-ZOMART TOKAEV (Kazakistan)

In Asia Centrale è stato per molti versi l’anno di Kasym-Žomart Tokaev, il 69enne presidente del Kazakistan: il 2022 era iniziato con le rivolte di piazza duramente represse, l’arrivo di truppe russe subito rimandate a casa loro e un succedersi di discussioni e iniziative di cambiamento, che hanno portato alla riforma della Costituzione. Un processo che Tokaev - l’erede succeduto nel 2019 al trentennale “regno” di Nursultan Nazarbaev - ha pilotato riuscendo a farsi riconfermare presidente senza reali oppositori il 20 novembre. E a marcare la volontà di prendere le distanze dal passato - proprio nei giorni della grande vetrina internazionale offerta dalla visita di papa Francesco - la capitale è tornata a chiamarsi Astana abbandonando l’ingombrante nome di Nur-Sultan, adottato appena tre anni prima in onore di Nazarbaev. Ma il vero nodo resta la collocazione internazionale del Kazakistan: Tokaev cerca di non lasciarsi appiattire sulle posizioni di Putin, mantenendo una posizione neutrale sulla guerra in Ucraina. Ma dal punto di vista economico il Kazakistan non può permettersi di staccare il cordone ombelicale che lo unisce a Mosca, anche se teme le sue mire imperiali. Nel frattempo Astana rafforza le relazioni con Pechino: non a caso proprio il Kazakistan in settembre è stato la meta del primo viaggio internazionale di Xi Jinping dall’inizio della pandemia.  

SHINZO ABE (Giappone)

Con l’assassinio di Shinzo Abe l’8 luglio il Giappone ha perso il dominus della politica nazionale per più di 15 anni. A Pechino è probabile che abbiano festeggiato la scomparsa di un “nemico” geopolitico, ma l’ex premier è riuscito comunque a favorire una reinterpretazione della Costituzione pacifista di Tokyo, eredità della Seconda guerra mondiale: il 16 dicembre il governo Kishida ha approvato il raddoppio della spesa militare entro i prossimi cinque anni, con l’opzione di poter contrattaccare basi nemiche (cinesi e nordcoreane). Sul fronte interno, la sua morte ha gettato luce sulla commistione tra esponenti del Partito liberaldemocratico al potere e la Chiesa dell’unificazione del reverendo Sun Myung Moon: Abe era visto dal suo assassino come un sostenitore della setta religiosa, colpevole di aver ridotto sul lastrico la propria madre.

VITTIME DI ITAEWON (Corea del Sud)

La tragedia di Halloween di Itaewon segnerà per sempre la città di Seoul, amministrata da Oh Se-hoon, il sindaco eletto per la terza volta ad aprile 2021. Centinaia di giovani sono morti nei caratteristici vicoli della capitale sudcoreana a causa della calca di persone e la società civile è scesa in piazza a protestare contro il presidente Yoon Suk-yeol. Ma Seoul ha dovuto fronteggiare più di una sfida quest’anno: durante l’estate almeno 8 persone sono morte a causa delle forti piogge che hanno allagato gli scantinati degli edifici in cui vivono i poveri e gli emarginati; mentre nei mesi scorsi i camionisti hanno inscenato scioperi e proteste chiedendo il prolungamento dello schema tariffario attualmente in vigore. Nel 2022 la cittadinanza di Seoul ha dimostrato di essere attiva, spesso in prima linea nel denunciare gli abusi e le disuguaglianze.

FERDINAND BONGBONG MARCOS JR. (Filippine)

Il 2022 per le Filippine è stato l’anno del ritorno alla presidenza di un esponente della famiglia Marcos: nelle elezioni del 9 maggio Ferdinand Bongbong Marcos Jr, il figlio dell’ex dittatore che guidò il Paese fino al 1986, ha ottenuto una vittoria schiacciante con 30 punti percentuali di vantaggio sulla principale sfidante Leni Robredo. A segnare la continuità con il predecessore Rodrigo Duterte l’elezione alla vicepresidenza della figlia Sara Duterte, già sindaco di Davao. I primi mesi della presidenza hanno però mostrato anche un approccio più prudente della nuova amministrazione sia sulla delicata questione delle relazioni internazionali di Manila - soprattutto nei rapporti con Washington e Pechino - sia sul controverso approccio violento nella “lotta alla droga” che ha caratterizzato gli anni della presidenza Duterte, con oltre 6mila persone uccise in operazioni contro il narcotraffico.    

ANTHONY POOLA (India)

Tra i 21 nuovi cardinali scelti da papa Francesco per il Concistoro di quest’anno - tenutosi il 27 agosto in Vaticano - ce ne sono ben 6 provenienti dall’Asia. Tra questi un significato particolare lo ha assunto la porpora conferita a mons. Anthony Poola, arcivescovo di Hyderabad in India. Si tratta infatti del primo cardinale indiano proveniente da una famiglia dalit, cioè dai cosiddetti “fuori casta”, che nonostante l’uguaglianza tra i cittadini proclamata dalla Costituzione indiana continuano a sperimentare discriminazioni nella vita quotidiana. Un male da cui le stesse comunità cristiane non sono del tutto immuni, come emerso in occasione delle tensioni sulle nomine dei vescovi nel Tamil Nadu. Commentando ad AsiaNews la scelta di papa Francesco il neo-cardinale Poola ha definito la sua nomina “una buona notizia per i cattolici dalit e per la Chiesa intera in India. Credo porterà a molti l’incoraggiamento di papa Francesco".

IMRAN KHAN (Pakistan)

Outsider, poi leader populista, e infine primo ministro: ad aprile il Parlamento pakistano ha votato la sfiducia nei confronti di Imran Khan, che stava portando il Paese al collasso economico. Secondo gli osservatori internazionali è stato deposto dopo aver perso i favori dell’esercito. Ma l’ex star del cricket non ha mai smesso di agitare la politica pakistana, ventilando complotti internazionali e organizzando lunghe marce di protesta per chiedere di anticipare le elezioni previste a ottobre 2023. Dopo il fallimento delle marce di protesta - all’ultima è stato ferito da un attentatore a una gamba - il leader del Pakistan Tehreek-e Insaf ha cambiato tattica, chiedendo ai rappresentanti del proprio partito di ritirarsi dalle assemblee legislative delle singole province.

MILIZIE ANTI-GOLPE (Myanmar)

Il 2022 è stato l’anno in cui la guerra civile nell’ex Birmania si è diffusa a tutto il Paese: molti giovani si sono uniti alle forze di resistenza, composte dalle Forze di difesa del popolo (People defence forces, Pdf) e dalle milizie etniche. Dopo un’iniziale opposizione pacifica sulla scia della politica di non violenza portata avanti da Aung San Suu Kyi dalla fine degli anni ‘80, ora per la prima volta nella storia del Paese sia la maggioranza bamar, di fede prevalentemente buddhista, sia le minoranze etniche si sono unite tentando di sconfiggere e cacciare una volta per tutte la giunta militare. Ma la fine del conflitto, che nel 2023 entrerà nel suo secondo anno, appare ancora lontana.

MAHSA AMINI (Iran)

É il volto e l’origine delle proteste di piazza capeggiate dalle donne (anche giovanissime) che, da quattro mesi, infiammano l’Iran e vengono represse nel sangue dai vertici della Repubblica islamica. Mahsa Amini, 22enne curda, a metà settembre è stata fermata dalla polizia della morale all’uscita di una stazione della metro a Teheran, dove si trovava in vacanza con la famiglia, perché non indossava correttamente il velo obbligatorio (hijab). La sua morte per le violenze subite mentre si trovava in caserma hanno sollevato un moto d’ira che si è esteso a tutto il Paese, dalla capitale alle regioni a maggioranza curda, fino alle province sunnite. Il pungo di ferro usato dagli ayatollah per soffocare il dissenso ha causato finora quasi 500 morti e oltre 18mila arresti; la magistratura ha emesso diverse condanne a morte - alcune delle quali già eseguite - contro i manifestanti con l’accusa di “inimicizia contro Dio” (Moharebeh, in farsi), usando in modo strumentale la religione.

SHIREEN ABU AKLEH (Israele - Palestina)

Giornalista cristiana palestinese naturalizzata statunitense, da anni corrispondente per l’emittente in lingua araba al-JazeeraShireen Abu Akleh l’11 maggio scorso è stata uccisa a colpi di arma da fuoco da un soldato israeliano, durante un raid dell’esercito nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. Due giorni più tardi, il 13 maggio, durante il corteo funebre che dall’ospedale st. Joseph la trasportava al luogo di sepoltura, la polizia in tenuta anti-sommossa ha attaccato la folla, facendo anche irruzione nel nosocomio e colpendo i presenti con calci e manganelli tanto da far vacillare la bara. Attivisti e ong pro diritti hanno invocato un’indagine, mentre la famiglia - ricevuta da papa Francesco - ha fatto ricorso alla Corte penale internazionale. Di contro, Israele ha secretato l’inchiesta e sollevato i suoi uomini da responsabilità. La sua morte è simbolo di un anno di violenze e morti passate sotto silenzio e nell’indifferenza della comunità internazionale. 

MOHAMMAD SHAHID MIAH (Qatar)

Mohammad Shahid Miah, 29enne migrante dal Bangladesh, è uno dei 6500 lavoratori (fonte Guardian) provenienti in gran parte dall’Asia che hanno perso la vita in 10 anni in Qatar nei cantieri degli stadi - e delle infrastrutture - realizzati per i mondiali di calcio. Il giovane è deceduto quando l’acqua ha inondato la sua misera stanza e, dopo essere entrata in contatto con un cavo elettrico esposto, lo ha fulminato. Un simbolo di un sistema di sfruttamento e miseria che va oltre le condizioni di lavoro, ma si riflette anche nella vita quotidiana secondo un modello definito di “moderna schiavitù”. Dal 2010 ogni settimana almeno 12 migranti da India, Bangladesh, Nepal, Sri Lanka sono morti per assicurare lo svolgimento della manifestazione e solo nell’ultimo periodo il governo di Doha ha introdotto alcuni cambiamenti, come la cancellazione del sistema “Kafala”. Fra le poche voci che si sono opposte allo sfruttamento, la Chiesa tedesca con una campagna rilanciata da una suora filippina, che non ha esitato ad estrarre un simbolico “cartellino” rosso contro la nazione del Golfo in tema di diritti. 

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