10/06/2026, 13.46
ISRAELE - PALESTINA
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Baskin: da Beirut a Teheran, le guerre di Netanyahu portano Israele ‘all’autodistruzione’

di Dario Salvi

Ad AsiaNews l’attivista israeliano, parte nei colloqui di pace su Gaza, stronca la leadership di un premier “disperato” che, oltre alla guerra perenne, “non ha ottenuto alcun risultato concreto”. Il Paese che andrà alle urne entro ottobre è a un “bivio radicale ed esistenziale”. Nella Striscia la situazione umanitaria resta “terribile”, mentre si discute ancora per una soluzione diplomatica. 

Gerusalemme (AsiaNews) - Sinora il premier israeliano Benjamin Netanyahu “non ha ottenuto alcun risultato concreto” su alcun fronte, né a Gaza né con l’Iran, per questo insiste col colpire il Libano, tentando di compiacere “l’opinione pubblica”. Tuttavia “non si può vincere Hezbollah e ottenerne il disarmo bombardando Beirut”. È quanto sottolinea ad AsiaNews Gershon Baskin, attivista politico israeliano fra i massimi esperti del conflitto e parte attiva dei colloqui fra Israele (e Stati Uniti) e Hamas per la pace a Gaza, commentando l’escalation in Medio oriente, con lo Stato ebraico che colpisce su più fronti. E parlando del proprio Paese, lo studioso lo considera davanti “a una svolta, un bivio radicale ed esistenziale” in vista delle prossime elezioni in programma entro ottobre: “Se Israele rieleggerà Netanyahu e il suo governo - afferma - sarà senza speranza. L’unica possibilità è […] un governo diverso” in grado di riportarlo “alla ragione”, perché “in questo momento Israele è su una rotta che conduce dritta alla totale autodistruzione”.

Gershon Baskin, attivista politico israeliano, fondatore di Ipcri (Israel Palestine Creative Regional Initiative) e già editorialista del Jerusalem Post, fra i massimi esperti del conflitto israelo-palestinese, è fra quanti hanno lavorato per la firma dell’accordo fra Israele e Hamas. Già mediatore e protagonista del rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit, per quasi cinque anni e mezzo in mano del movimento palestinese, parte della delegazione israelo-palestinese ricevuta a ottobre 2024 da papa Francesco, egli ha seguito da vicino lo sviluppo delle trattative adoperandosi per aprire e mantenere attivi canali di dialogo. Soprattutto con gli Stati Uniti e il fronte palestinese, a fronte di una leadership israeliana votata a lungo alla guerra.
Di seguito, l’intervista integrale di Gershon Baskin ad AsiaNews:

In questi giorni a tenere banco è il fronte libanese, con Israele che continua ad attaccare: perché Netanyahu insiste sull’opzione militare, mentre a Washington (e Beirut) si cerca una soluzione diplomatica caldeggiata anche dal presidente Usa Donald Trump?
Perché sinora Netanyahu non ha conseguito alcun risultato concreto da sbandierare su alcun fronte, né in Libano, né in Iran, né a Gaza, mentre ci stiamo avviando alle elezioni. Il primo ministro ha bisogno di ottenere qualche risultato per dimostrare che sta lottando, perché è questo che vuole l’opinione pubblica. La maggioranza degli israeliani è convinta che la soluzione ai problemi relativi alla sicurezza [dello Stato ebraico] sia quella di usare maggiore forza. Questo fa parte del discorso, della narrativa israeliana che è ovviamente alimentata da Netanyahu e dalla destra al potere.

L’obiettivo del governo è colpire Hezbollah e “vendere” ai cittadini una vittoria in vista del voto?
Certo! In Israele tutti sanno che non si può vincere Hezbollah e ottenerne il disarmo bombardando Beirut. L’unico modo possibile per disarmare Hezbollah con la forza militare è conquistare tutto il Libano e nessuno lo farà, o è in grado di farlo. 

Anche perché vi è già il precedente della guerra degli anni ‘80 e non si può definire favorevole: quale può essere la via percorribile?
L’unico modo per affrontare Hezbollah è attraverso un accordo tra Israele e il Libano, con il contributo degli Stati Uniti, la Francia, l’Unione europea e i Paesi arabi, specialmente i sauditi. È questa la strada da seguire. Perché per la prima volta nella storia il governo del Libano, il presidente [Joseph Aoun], il primo ministro [Nawaf Salam] e persino all’interno della comunità sciita sono stufi marci di Hezbollah, non vogliono più che li controlli. Quindi è necessario un accordo politico, ma Netanyahu non lo farà mai perché è contro ciò in cui crede. 

Cosa potrà accadere, in uno scenario di crisi che si fa sempre più drammatico?
Quello che Netanyahu cercherà di fare ora è sfidare il diktat di Trump. Perché in questo momento Israele è uno Stato sotto il controllo degli Stati Uniti d’America. E questo va contro ciò che Netanyahu vuole dimostrare alla sua base elettorale e di consenso. Vuole far credere di essere forte e indipendente e di non prendere ordini dal presidente Usa, ma nella realtà non può farlo. Non ha la libertà di farlo. E cederà alle pressioni di Trump perché non ha altra scelta.

Da profondo conoscitore dei rapporti e degli equilibri, come giudica la relazione non solo tra Trump e Netanyahu, ma anche tra gli Stati Uniti e Israele oggi?
Il rapporto tra gli Stati Uniti e Israele è in massima parte il rapporto tra Trump e Netanyahu. È a questo che si riduce tutto. È vero che l’esercito ha contatti e una cooperazione di alto livello con la controparte statunitense. Ma l’esercito Usa è sotto gli ordini diretti del presidente. Quindi ciò che Trump impone è la realtà del rapporto. Tuttavia, il sostegno a Israele è in pericolo negli Stati Uniti così come lo è in gran parte del resto del mondo. Israele sta perdendo il supporto dell’intera comunità internazionale, ad eccezione di pochi Paesi in cui è ancora forte. Ma la maggioranza degli americani si sta rivoltando contro Israele e Trump se ne sta rendendo conto.

Tuttavia il premier israeliano sembra disinteressarsi degli ordini imposti dall’alleato, come è emerso nei giorni scorsi nei bombardamenti all’Iran e Libano…
Netanyahu sta combattendo una dura battaglia per la propria sopravvivenza politica. È disperato. E per questo metterà alla prova i limiti con Trump. Vi è chi dice che Israele non avrebbe potuto bombardare l’Iran senza un accordo da parte degli Stati Uniti, e io ci credo anche. Tuttavia, dopo che hanno effettuato tre ondate di raid in un solo giorno, Trump ha detto: “Basta, ne ho abbastanza”. E così è stato. 

Nel recente passato lei ha mediato in prima persona per la fine della guerra a Gaza e un accordo di pace per la ricostruzione della Striscia. Qual è la situazione nell’enclave palestinese? 
Le mie ultime informazioni risalgono alla scorsa settimana, e quello che poteva valere allora oggi potrebbe essere diverso, sto cercando informazioni aggiornate. In ogni caso, dalle conversazioni che ho avuto con alcuni americani coinvolti nel piano di pace ho appreso che gli Stati Uniti considerano “conclusi” i negoziati con Hamas. Ora la situazione potrebbe essere cambiata perché circolano voci secondo cui i negoziati continuano, ma non so se gli americani siano coinvolti. I mediatori, l’Egitto, hanno avviato l’iniziativa e Hamas si trova ora al Cairo, ma non so con chi stiano parlando e se la delegazione americana sia lì o meno. Fino alla settimana scorsa, il piano americano era di andare avanti senza Hamas. L’idea è che il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza entri nella “Zona verde”, la parte di Gaza controllata da Israele. Inizieranno un processo di screening per trasferire due milioni di palestinesi dalla “Zona gialla” alla “Zona verde”, dove l’attività economica inizierà con la ricostruzione, gli alloggi temporanei e le infrastrutture. Il nuovo governo palestinese, la nuova forza di polizia palestinese e la forza dell’organizzazione statale internazionale avranno sede nella “Zona verde”. E mentre ciò accade, gli Stati Uniti faranno pressione su Israele affinché si ritiri, gradualmente, dall’area.

Ma è plausibile un piano di pace per Gaza che, di fatto, esclude Hamas?
Questo è il piano della scorsa settimana. Ribadisco, tutto potrebbe cambiare ora se Hamas accettasse il disarmo, cosa che fino alla scorsa settimana non aveva fatto. Le situazioni potrebbero cambiare. Il piano americano, da quanto mi hanno detto, prevede che gli unici a rimanere nella “Zona gialla” siano Hamas e altri militanti. La loro idea è quella di far uscire tutti da questa “Zona gialla” e forse è per questo che hanno accettato che Israele si appropri di un altro 10%, per ridurne le dimensioni, mentre i progetti di sviluppo e gli aiuti umanitari saranno destinati alla “Zona verde”.

Sul piano umanitario la situazione è sempre terribile?
Sì, la realtà è ancora oggi terribile e non migliorerà finché Hamas avrà il controllo della ”Zona gialla”. Potrebbe cambiare notevolmente se gli americani portassero avanti questo piano di trasferimento delle persone in quella verde.

Oggi Israele è in guerra su più fronti, all’esterno come al suo interno, basti pensare alle violenze quotidiane in Cisgiordania. Tuttavia, fra pochi mesi i cittadini saranno chiamati alle urne: che impatto avrà il voto sul Paese? 
Avrà un impatto assolutamente negativo! Finché il governo di Netanyahu sarà al potere, e Netanyahu sarà il leader, le cose qui andranno molto male. Credo che Netanyahu cercherà di scatenare una guerra vera e propria poche settimane prima delle elezioni per cercare di posticiparle, su uno qualsiasi dei fronti ad oggi aperti, non importa quale nello specifico. 

Baskin, come descriverebbe oggi Israele? 
Un Paese che si trova di fronte a una svolta, un bivio radicale ed esistenziale. Se Israele rieleggerà Netanyahu e il suo governo, allora, a mio avviso, sarà senza speranza. Sarà un Paese senza speranza. L’unica possibilità è che Israele elegga un governo diverso. E allora ci saranno possibilità di riportare Israele alla ragione. In questo momento Israele è su una rotta che conduce dritta alla totale autodistruzione.

Fra le personalità più in vista del governo di ultra-destra i due ministri della fazione più radicale, quello delle Finanze Bezalel Smotrich e della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Sono destinati anche in futuro a dominare la scena politica? E godono davvero di consenso nel Paese?
No, non è così. Nei sondaggi, Ben Gvir sembra ottenere circa otto seggi, mentre Smotrich è al limite della soglia di sbarramento e non è ancora chiaro se riuscirà a superarla. Hanno potere perché hanno un loro piano da perseguire e Netanyahu non può dir loro di no, perché se lasciassero il governo, allora l’esecutivo sarebbe destinato a cadere e il premier non vuole, né può permettere che questo accada. Ciononostante, ora che ci avviciniamo alle elezioni la questione diventa meno rilevante con la Knesset [il Parlamento israeliano] che presto deciderà la data e il governo non potrà fare nulla di eclatante. Insomma, è un governo di transizione. Entrambi hanno potere perché hanno un piano, e nessun altro ce l’ha. Al contempo è importante notare come anche l’Europa sia impotente: quand’anche [Bruxelles] decidesse di impedire a Ben Gvir e Smotrich di entrare in Italia, dove sarebbe il problema? A chi importerebbe? I due non hanno alcuna intenzione di andare in Italia, non hanno intenzione di recarsi in Europa. Perché imporre sanzioni a due persone quando dovrebbero colpire gli insediamenti o il governo israeliano nel suo complesso? Non Ben Gvir e Smotrich, è una politica stupida!

Cosa dovrebbe fare l'Europa per contrastare davvero la politica pro-occupazione e l’escalation di insediamenti promossa da questo governo, a discapito delle terre palestinesi? 
Beh, la prima cosa da fare è annullare l’accordo di associazione con Israele, renderlo condizionale. Finché Israele continua la sua politica di insediamenti e non si occupa della questione irrisolta della violenza dei coloni, l’accordo di associazione tra l’Unione Europea e lo Stato di Israele dovrebbe essere congelato. Israele non dovrebbe godere di un accordo di libero scambio con l’Europa mentre viola gravemente il diritto internazionale. 

In realtà i commerci, compreso quello delle armi, continuano indisturbati…
Vero! Anzi, il commercio di armi è addirittura aumentato nell’ultimo anno tra Europa e Israele.

In conclusione, secondo lei vi è un'alternativa credibile a questo governo, a questa leadership all’interno del panorama politico israeliano? Qualcuno che indichi un’altra via?
Sì, ci può essere un’altra strada! Qualsiasi candidato sarebbe meglio di Netanyahu, ma questo da solo non basta. Mancano due anni e otto mesi alla fine del mandato del presidente Trump. Questa è la nostra occasione per un cambiamento. Trump ha affermato che il conflitto in Medio oriente deve finire e il nucleo del conflitto è quello israelo-palestinese. La strada verso uno Stato palestinese deve essere intrapresa ora. E Trump ha il potere di farlo accadere. Ma non può farlo con Netanyahu al potere, deve avvenire dopo le elezioni in Israele. E l’Unione Europea, i Paesi arabi e gli Stati Uniti devono costringere i palestinesi a tenere le elezioni. Un anno fa oggi il presidente palestinese Mahmoud Abbas nella sua lettera al [presidente francese Emmanuel] Macron e al leader saudita Mohammad bin Salman ha promesso elezioni presidenziali e parlamentari in Palestina. Deve essere costretto a indire quelle elezioni. I palestinesi hanno bisogno di autonomia e hanno bisogno anche di [nuovi] leader. Anche da parte israeliana, oltre che palestinese, servono nuovi nomi, nuovi volti, una nuova leadership e dopo le elezioni avremo una Knesset molto diversa.

(Photo Credit: White House)

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