Card. Zenari: i miei 17 anni da nunzio in Siria fra guerra e sete di unità
Il porporato che ha lasciato nei giorni scorsi l'incarico a Damasco ripercorre con AsiaNews il suo lungo servizio nel Paese tra le sofferenze dei bambini e i volti degli amici scomparsi. Una nazione “distrutta e umiliata” che nell’“ecumenismo della sofferenza” deve trovare le basi per ricostruire il futuro. Ai pochi cristiani rimasti il compito di “essere il collante”. Il consiglio ai giovani diplomatici vaticani: “Vivete con la gente, imparando ad adattarvi alla realtà”.
Milano (AsiaNews) - “La sofferenza dei bambini” cui ha “dedicato la porpora” e “i volti delle persone scomparse” anche all’interno della comunità cristiana “come i due metropoliti di Aleppo e il nostro gesuita italiano p. Paolo Dall’Oglio”. Questo è il ricordo di 17 anni di missione diplomatica del card. Mario Zenari in Siria, un mandato prolungato oltre i termini da papa Francesco e concluso ai primi di febbraio con le dimissioni, superati da poco gli 80 anni. Guerre e violenze, racconta il porporato in questa lunga intervista ad AsiaNews, che lasciano alle spalle “una Siria distrutta e umiliata” quando prima era “un Paese esemplare per convivenza, un mosaico che ora comincia a scricchiolare”. Ecco perché le “basi” su cui “ricostruire il futuro della nazione” saranno “un ecumenismo della sofferenza” e la “cittadinanza del sangue”, mentre ai cristiani [l’80% è espatriato] spetta il compito di “essere un collante” e “farsi garanti e promotori di questa unità, fare da ponte”.
Il porporato era tra i cardinali più anziani presenti al Conclave che ha eletto Leone XIV, dove ha portato “la cara e martoriata” Siria evocata da Francesco durante il pontificato. È nato il 5 gennaio 1946 in provincia di Verona, nel nord Italia, ed è entrato nel seminario vescovile scaligero dove ha frequentato medie e superiori. Completati gli studi filosofici e teologici è stato ordinato sacerdote il 5 luglio 1970; il trasferimento a Roma nel 1976, per la formazione diplomatica alla Pontificia accademia ecclesiastica e la laurea in diritto canonico alla Gregoriana. Nel 1980 entra nel servizio diplomatico della Santa Sede, svolgendo incarichi in Germania (dove assiste alla caduta del muro di Berlino), all’agenzia nucleare (Aiea) e Ocse. Il 12 luglio 1999 Giovanni Paolo II lo nomina nunzio apostolico in Costa d’Avorio e Niger, nel 2004 in Sri Lanka; il 30 dicembre 2008 Benedetto XVI ne dispone il trasferimento in Siria. Il successore lo eleva al rango cardinalizio nel Concistoro del 19 novembre 2016 e lo nomina membro del Dicastero per le Chiese Orientali.
Di seguito, l’intervista integrale al card. Zenari:
Eminenza, partiamo avvolgendo il nastro: cosa ricorda della nomina a nunzio in Siria?
Dopo 17 anni è maggiore il carico di emozioni, di quello delle valigie, ma ricordo ancora i primi momenti. Quando il segretario di Stato [card. Tarcisio Bertone] mi ha proposto di andare in Siria ho subito risposto di sì. Uscito dall’ufficio ho chiesto immediatamente foglio e busta per scrivere che avrei accettato volentieri la proposta del papa [Benedetto XVI]. Era la vigilia dell’Anno Paolino e mi apprestavo a vivere questa esperienza a Damasco con grande interesse.
E il primo impatto con il Paese?
L’ufficializzazione è arrivata il 30 dicembre 2008 con la pubblicazione del decreto, ma sono arrivato in Siria agli inizi del 2009 quando erano già iniziate le celebrazioni per i duemila anni dalla nascita di san Paolo. A Damasco, la città del santo, è stato subito un bell’impatto, e non poteva esserci una occasione e un luogo migliore per vivere la commemorazione.
Una realtà viva, anche per i cristiani. Poi il dramma della guerra, la fuga di Assad e la nuova leadership…
Guardando indietro, la Siria che ho lasciato la scorsa settimana alla partenza non è più la stessa che ho visto al mio arrivo, 17 anni fa. Da nunzio ho vissuto tre periodi distinti: i due anni prima della guerra, poi i 14 anni di conflitto cruento, infine l’ultimo con il nuovo corso [dopo la caduta di Bashar al-Assad e l’ascesa delle milizie di Hts guidate da Ahmed al-Sharaa]. Sono tre periodi molto forti, che hanno cambiato anche me nel profondo; oggi non sono più la stessa persona, dopo aver vissuto questa esperienza così intensa e profonda sotto il profilo umano.
Card. Zenari, cosa l’ha colpita maggiormente di tutti questi anni?
La sofferenza della gente, una sofferenza enorme, enorme, enorme. Parliamo di quella che è stata definita la catastrofe umanitaria più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale e lo confermano i numeri: mezzo milione di vittime, tra le quali 29mila bambini. E poi 13 milioni di profughi, più della metà della popolazione, sette milioni di sfollati interni. Ancora oggi è il Paese che ha più sfollati interni del mondo. Ancora, i sei milioni di rifugiati nei Paesi vicini e gli oltre 100mila scomparsi, fra i quali vi sono anche persone che ho conosciuto. Sono passato attraverso questa esperienza che la Provvidenza mi ha dato, che è stata molto forte e che ora [concluso l’incarico da nunzio] cerco poco a poco di digerire.
La guerra, la “bomba della povertà”, le lacerazioni. Cosa resta di questa spirale di violenza e di sofferenze?
Una Siria distrutta e umiliata in questi anni di guerra. Distrutta soprattutto anche in termini di coesione sociale. Era un Paese esemplare per convivenza, un mosaico che ora comincia a scricchiolare. La coesione sociale è stata intaccata, le infrastrutture distrutte: pensiamo agli ospedali, alle scuole, alle fabbriche. Solo per fare un esempio: fino ad un anno fa vi era solo un’ora di corrente elettrica al giorno.
Cosa è sopravvissuto? Cosa la guerra e la povertà non sono riuscite a distruggere?
La grande resilienza della popolazione siriana. Molti si chiedono come sia sopravvissuta la gente, nonostante questa terribile prova e questa povertà enorme, con oltre il 90% degli abitanti ridotti a vivere al di sotto della soglia della povertà. Ha impressionato tutti, anche me, questa resilienza, questa capacità di resistere, di sopportare, di tirare avanti.
Eminenza, quanto è importante e attuale oggi il ruolo dei nunzi anche e soprattutto nelle aree teatro di conflitto? Quale consiglio darebbe a un giovane diplomatico vaticano a inizio carriera?
È importante la preparazione che riceviamo nella Pontificia accademia ecclesiastica, si imparano alcune regole e norme che sono sempre valide. Poi occorre anche molta capacità di immedesimarsi nella storia, perché non è sempre possibile avere direttive chiare, aggiornate, puntuali. Bisogna essere pronti a un certo compromesso, vivere la realtà, guardare l’interlocutore. Il mio sogno, entrato in seminario e quando sono stato ordinato prete nel 1970 a Verona era di essere parroco, preferibilmente di campagna. Forse anche per questo mi hanno definito “un nunzio da campo”, da guerra. Mai avrei previsto di trovarmi in questa situazione, in questa missione, ma bisogna essere aperti a ciò che la storia, e le circostanze, ci presentano. Vivere con la gente, questo direi ai nunzi: la capacità di immedesimarsi nelle situazioni in cui ci si trova, oltre le regole precise e dettagliate che si possono imparare. Essere aperti, adattarsi alla realtà, con l’aiuto di Dio naturalmente.
Un nunzio che è anche cardinale, con la nomina a sorpresa di papa Francesco…
Nella prima intervista [dopo la nomina] ho parlato di una porpora nel segno del sangue, dedicandola alle tantissime vittime innocenti, ai bambini siriani, l’ho offerta a loro. Appena arrivato in Siria, mi sono subito reso conto che ero al cospetto di una nazione di martiri. Pensiamo al grande Sant’Ignazio di Antiochia, poi i Santi Cosma e Damiano. Al tempo dei romani era una nazione di martiri e lo è rimasta nel tempo: dai martiri di Damasco del 1860 alcuni dei quali proclamati santi due anni fa, ai martiri del 22 giugno dello scorso anno, trucidati nel terribile assalto terroristico durante la celebrazione dell’Eucaristia nella chiesa greco-ortodossa di Mar Elias a Damasco.
Questo ecumenismo di sangue ha rafforzato i legami fra comunità cristiane?
I rapporti ecumenici sono molto buoni, ciascuna delle Chiese - orientali, cattoliche, ortodosse - ha avuto i propri martiri, alcuni li ho anche conosciuti personalmente, per questo possiamo parlare di ecumenismo di sangue [fra cristiani]. Vi è però un ecumenismo, una cittadinanza del sangue che unisce tutti. Gli stessi cristiani si battono per il concetto di cittadinanza, una cittadinanza del sangue che viene ancor prima dell’ecumenismo del sangue.
Questo è ciò che unisce tutti i siriani?
Certo, questo è il comune denominatore che unisce tutti i siriani: la cittadinanza del sangue. E su queste basi dovrebbe essere fondata la nuova Siria. Tutti hanno sofferto, anche in tempi recenti come mostrano le immagini terribili del marzo scorso sulla costa mediterranea [la strage degli alawiti, che non ha risparmiato i cristiani], o le uccisioni barbare del luglio scorso nella zona di Suwayda con le vittime in larga maggioranza appartenenti alla comunità drusa o gli scontri degli ultimi tempi coi curdi. Se il sangue, la sofferenza sono il comune denominatore, cerchiamo su questo sangue di vivere da fratelli, da cittadini siriani. E se, oggi, a livello internazionale si registrano successi col presidente [ad interim Ahmed al-Sharaa] accolto alla Casa Bianca da Donald Trump o invitato a parlare all’Onu, all’interno permangono grossi problemi fra i gruppi.
Card. Zenari, in questo quadro ancora critico qual è il ruolo dei cristiani?
I cristiani hanno una missione importantissima, anche se i numeri sono spaventosi perché da fonti credibili sappiamo che abbiamo perso l’80% dei cristiani di tutte le confessioni fra cattolici, ortodossi, protestanti, che sono partiti lasciando il Paese. Tuttavia, per quanti sono rimasti vi è una missione che è quella di essere un collante, garanti e promotori di questa unità interna, fare da ponte. Una missione che non si può improvvisare, occorrono anni di lavoro. Il futuro dei cristiani continuo a vederlo in Siria: anche un piccolo gruppo, ma il loro ruolo di ponte sarà essenziale!
Di questi 17 anni ricorda un volto, un’immagine, un fatto particolarmente significativo che porta con sé anche ora, conclusa la missione di nunzio in Siria?
Due immagini: la sofferenza dei bambini e i volti delle persone scomparse, alcune da 13 anni e che conoscevo personalmente, anche fra i cristiani come i due metropoliti di Aleppo [Yohanna Ibrahim, siro-ortodosso e Boulos Yaziji, greco-ortodosso] e poi il gesuita italiano p. Paolo Dall’Oglio, che porto ancora nel cuore. Sono oltre 100mila gli scomparsi, una sofferenza enorme e sono ancora in contatto con alcune famiglie. Anche qui abbiamo un ecumenismo della sofferenza che, unito alla cittadinanza del sangue, pone le basi per costruire una nuova Siria.
Eminenza, cosa vede per il suo futuro?
Sto cercando di riposarmi, perché sono arrivato dalla Siria veramente stanco, anche per la mia età [ha compiuto 80 anni il 5 gennaio scorso]. Almeno per i prossimi mesi penso di stabilirmi a Santa Marta, una residenza dove era stato anche papa Francesco, che oggi accoglie 70 sacerdoti che lavorano in Vaticano e alcuni nunzi. Poi vorrei fare un po’ di pastorale come aiuto e perché no, il parroco di campagna. In fondo mi è rimasto ancora questo desiderio.
24/06/2025 12:40






