La chiesa di Qavam, nel mirino dei Pasdaran, simbolo della repressione
Le autorità hanno intensificato la pressione su uno dei pochi luoghi di culto della comunità protestante rimasti in Iran. La Chiesa evangelica di San Pietro opera da quasi 150 anni. Sei agenti della sicurezza hanno fatto irruzione e “identificato” i presenti. La proprietà vale “decine di milioni di dollari”. La stretta si è intensificata dalla firma della tregua con gli Stati Uniti.
Teheran (AsiaNews) - Le autorità iraniane hanno intensificato la pressione su una delle poche chiese protestanti rimaste nel Paese, minacciando di confiscare il suo prezioso complesso situato nel centro di Teheran e di sfrattarne i residenti. È quanto riferisce il sito di informazione Iran International, vicino all’opposizione agli ayatollah all’estero, che rilancia l’allarme dei leader cristiani locali secondo cui quello dei giorni scorsi è solo “l’ultimo di una serie” di attacchi contro i luoghi di culto. La Chiesa evangelica di San Pietro, comunemente chiamata in zona “chiesa di Qavam” per la sua ubicazione in via Si-e-Tir (ex via Qavam-ol-Saltaneh), è al servizio della piccola comunità protestante di Teheran da quasi 150 anni.
“Sei agenti delle forze di sicurezza sono entrati nella chiesa e hanno assistito a una funzione, dicendo di voler ‘identificare’ le persone” ha riferito Sasan Tavassoli, un pastore della Chiesa Presbiteriana in Iran che risiede negli Stati Uniti. “Hanno detto - ha aggiunto il leader cristiano - che sarebbero tornati più tardi per sgomberare chi vive nei locali e assumerne il controllo”.
Fondata nel 1876 da missionari statunitensi all’epoca dello shah su un terreno concesso dal monarca Naser al-Din Shah, la chiesa è stata a lungo un punto di riferimento per gli armeni e i caldei in Iran, il cui numero è drasticamente diminuito dall’ascesa della Repubblica Islamica nel 1979. Tavassoli ha sottolineato il notevole valore della proprietà: “Vale decine di milioni di dollari”, avverte i leader cristiano, secondo cui essa sorge su un’area che si estende per “diversi ettari” di terreno di pregio, sorgendo nel centro di Teheran e in una zona esclusiva.
In risposta all’assalto la Chiesa evangelica dell’Iran ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale affinché intervenga. In una lettera firmata dal Segretario esecutivo del Sinodo della Chiesa evangelica iraniana della diaspora (SecidE), i leader protestanti hanno espresso “profonda angoscia” e hanno accusato il regime di diventare sempre più sfacciato da quando sono iniziati i negoziati per un potenziale accordo tra Stati Uniti e Iran. “Il regime - si legge nella lettera - non ha più paura della comunità internazionale”.
Le autorità hanno già sequestrato un giardino di 10mila m² appartenente alla chiesa, che secondo quanto riferito sarebbe ora occupato da quattro funzionari del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc). È stato emesso un nuovo atto di proprietà a nome dei Pasdaran, per cui i dipendenti e i membri della chiesa sono ora considerati intrusi in quella che storicamente era una loro proprietà.
Le autorità di Teheran sostengono che la chiesa avesse affittato in modo improprio parti dei locali ai propri membri. I leader cristiani rispondono affermando che questa mossa rientra in un quadro più ampio di “pressioni” sulla minuscola comunità protestante iraniana. Le ultime minacce seguono la distruzione della Chiesa evangelica di Mashhad, avvenuta il 4 giugno scorso.
La lettera del sinodo avverte: “È chiaro che, senza una risposta tempestiva a questa crisi, potremmo essere privati degli ultimi centri ecclesiastici rimasti nel Paese”. La comunità protestante invoca un intervento internazionale per fermare quello che definisce “il processo in corso di espulsione dei cristiani dai loro luoghi di culto e l’occupazione e la distruzione di queste proprietà”. Le comunità cristiane iraniane, in particolare i protestanti che celebrano le funzioni in persiano, hanno dovuto affrontare restrizioni crescenti sin dai primi tempi dell’ascesa al potere degli ayatollah.
Mentre le minoranze religiose riconosciute, come i cristiani armeni e caldei, godono di una certa tutela, i gruppi evangelici e protestanti hanno ripetutamente denunciato casi di sorveglianza, chiusure forzate e sequestri di beni che non ha risparmiato nemmeno i (pochi) cattolici latini. Alla stessa chiesa di san Pietro era stato in precedenza ordinato di interrompere le funzioni in lingua persiana. Essendo uno degli ultimi luoghi di culto protestanti ancora attivi nella capitale, il destino della chiesa di Qavam è diventato un simbolo della sempre più ridotta libertà di pratica religiosa delle minoranze nella Repubblica Islamica.
Il raid dei Pasdaran contro la chiesa protestante rientra in una politica più ampia di repressione contro i cristiani, come testimoniato dal recente rapporto annuale di gruppi attivisti che certificano l’escalation di processi e carcere per la fede, il possesso di materiale religioso o la conversione. Nel 2025 quasi il doppio dei cristiani sono stati arrestati con accuse relative a credenze o attività religiose, rispetto all’anno precedente (254 contro 139). Inoltre, più del doppio ha subito pene detentive, esilio o lavori forzati nel 2025 (57) rispetto al 2024 (25). Quarantatré cristiani stavano scontando condanne alla fine del 2025, altri 16 risultano in custodia cautelare. Almeno 11 cristiani hanno ricevuto condanne di 10 anni, altri un totale di nove anni di esilio e 249 anni di privazioni sociali, vedendosi negati diritti di base come salute, lavoro o istruzione.
Gli ultimi casi si persecuzione hanno riguardato l’attivista politico iraniano e convertito al cristianesimo Mohammad Nikbakht, il quale sarebbe stato minacciato di esecuzione dopo che i suoi due fratelli, Hadi e Fazlullah, sono stati condannati a morte con l’accusa di “corruzione sulla Terra”. Mohammad è detenuto dal marzo scorso nel carcere di Dastgerd, a Isfahan, dopo essere stato arrestato durante un'imponente operazione delle forze di sicurezza. Secondo organizzazioni per i diritti umani, le accuse contro i fratelli riguardano il loro presunto ruolo nell'organizzazione di proteste contro il regime. I tre avevano anche promosso un referendum sul futuro della Repubblica Islamica e Mohammad era già stato arrestato e vittima di un attentato.
09/09/2019 08:52





