Pakistan: a Urumqi il negoziato parallelo sull'Afghanistan col sostegno della Cina
Nello Xinjiang si sono tenuti oggi nuovi colloqui mediati da Pechino per fermare gli scontri lungo il confine tra Pakistan e Afghanistan. Mentre Islamabad tenta di proporsi come mediatore anche nella guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran dopo aver presentato sempre con l'appoggio della Cina una generica iniziativa di cessate il fuoco.
Urumqi (AsiaNews) - La Cina sta tentando di consolidare il proprio ruolo di mediatore internazionale ospitando nella regione nord-occidentale dello Xinjiang un nuovo round di colloqui tra Pakistan e Afghanistan, nel tentativo di porre fine a oltre un mese di violenti scontri lungo il confine. L’incontro si è svolto oggi nella città di Urumqi, segnalando una ripresa del dialogo tra Islamabad e il governo dei talebani afghani dopo settimane di bombardamenti e scontri violenti lungo la frontiera, che si sono arrestati solo per una breve tregua per la fine del Ramadan. Colloqui che dureranno almeno fino a domani 2 aprile, e che a loro volta si inseriscono nel contesto di crescente crisi causato dalla guerra in Medio Oriente.
Al tavolo dei negoziati erano presenti diversi rappresentanti talebani di Kabul, tra cui funzionari dei ministeri degli Esteri, della Difesa e dell’Interno, oltre a membri dei servizi di intelligence. Secondo fonti della testata locale The Khorasan Diary, l’incontro di Urumqi è stato programmato in seguito a una serie di visite nei due Paesi del rappresentante speciale cinese. Tuttavia, secondo un funzionario a conoscenza della questione, Pechino, che ha ampi interessi nei due Paesi, ha preferito per il momento mantenere un basso profilo, a meno che non si verifichi una svolta significativa nei negoziati. La Cina non ha rilasciato commenti, mentre il ministero degli Esteri pakistano non ha né confermato né smentito la notizia.
Il nodo centrale della questione tra Pakistan e Afghanistan resta la sicurezza. Islamabad (dopo aver per anni sostenuto i talebani) oggi continua a chiedere garanzie concrete affinché i Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP, o talebani pakistani) non possano utilizzare il territorio afgano come base per attacchi contro Islamabad. I TTP raggruppano diversi gruppi terroristici che puntano a creare un Emirato islamico anche in Pakistan e per questo negli ultimi anni hanno preso di mira - con attentati sempre più sofisticati - le forze dell’ordine e altre infrastrutture statali.
Come possibile soluzione, i talebani di Kabul potrebbero fornire prove per dimostrare che starebbero negando l’uso del proprio territorio per operazioni ostili, ma hanno già ribadito che eventuali attività del gruppo all’interno dei confini pakistani non rientrano nella loro giurisdizione. La Cina, dal canto suo, potrebbe proporsi come attore terzo per valutare e sostenere il rispetto degli impegni presi dalle due parti.
Nel frattempo, mentre cerca di stabilizzare il proprio confine occidentale, Islamabad si è ritagliata un ruolo diplomatico anche nello scenario mediorientale, dove continua il conflitto lanciato da Stati Uniti e Israele in Iran il 28 febbraio. Il Pakistan sta agendo all’interno dell’asse diplomatico composto da Egitto, Arabia Saudita e Turchia, con l’obiettivo di favorire un cessate il fuoco.
Ieri Islamabad ha avanzato una proposta articolata in cinque punti che prevede, in maniera molto generica, la fine delle ostilità, la riapertura e la protezione dello Stretto di Hormuz, la creazione di un canale per negoziati indiretti tra Teheran e Washington, un approccio multilaterale alle questioni legate al programma missilistico iraniano e al sostegno dei proxy nella regione, e infine un ruolo per Pechino come garante di un eventuale accordo. Si tratta di un piano elaborato dopo che il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, si è recato a Pechino per chiedere il sostegno cinese. L’iniziativa in cinque punti “accoglie con favore la risposta e la partecipazione di vari Paesi e organizzazioni internazionali”, ha dichiarato oggi Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese.
Un primo segnale positivo è arrivato con la decisione dell’Iran di consentire quotidianamente il passaggio di due navi battenti bandiera pakistana attraverso lo Stretto di Hormuz, misura interpretata come gesto di fiducia reciproca, nonostante gli attuali vertici della Repubblica islamica continuino a fare dichiarazioni contrarie a una possibile de-escalation.
Le motivazioni alla base di questi sforzi diplomatici sono probabilmente legate alla stabilità economica. La Cina, secondo diversi commentatori, starebbe guardando con crescente preoccupazione il rischio di uno shock energetico prolungato che potrebbe compromettere il proprio sistema industriale. "Se il resto del mondo dovesse rallentare economicamente a causa di uno shock energetico, la situazione si farebbe difficile per le fabbriche e gli esportatori cinesi", ha spiegato alla Bbc Matt Pottinger, analista della Foundation for Defense of Democracy. Il Medio Oriente in particolare è diventato il mercato in più rapida crescita per le auto elettriche cinesi, ma Pechino è anche il maggiore investitore nei progetti di desalinizzazione che sono stati presi di mira nelle ultime settimane.
Il quadro resta estremamente fragile. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lasciato intendere che eventuali operazioni militari contro l’Iran potrebbero concludersi nell’arco di due o tre settimane, senza tuttavia chiarire quale strategia seguirà. Mentre il blocco formato da Pakistan, Egitto, Arabia Saudita e Turchia ha previsto di intensificare gli incontri diplomatici.
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