02/09/2013, 00.00
CINA
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Zhou Yongkang e Jiang Jiemin: una nuova faida scuote il Partito

di Chen Weijun
Il potentissimo ex ministro della Pubblica sicurezza, che ha ideato la moderna repressione in Cina, finisce sotto inchiesta per “crimini economici”. Insieme a lui anche il suo braccio destro, che avrebbe preso tangenti per un decennio. Dietro a questa “voglia di onestà” all’interno del Politburo vi sarebbe una guerra fra bande, scatenata per eliminare ogni opposizione alla leadership del presidente Xi Jinping.

Pechino (AsiaNews) - Dopo la defenestrazione di Bo Xilai, potentissimo ex segretario comunista di Chongqing in attesa di sentenza, una nuova faida sembra essersi scatenata ai massimi vertici del Partito comunista cinese. Le autorità centrali hanno infatti messo sotto inchiesta Zhou Yongkang, ex membro della Commissione permanente del Politburo e "zar" della sicurezza nazionale, e uno dei suoi più fedeli alleati, Jiang Jiemin. Entrambi sono indagati per "crimini economici", ma nel mirino della nuova leadership del Partito ci sarebbe l'ala "sinistra" dei dirigenti nazionali.

L'inchiesta contro Jiang è stata confermata ieri dall'agenzia ufficiale del Pcc, la Xinhua, che ha annunciato: "Il direttore della Commissione per il controllo delle imprese statali è sospettato di gravi violazioni alla disciplina [eufemismo usato dal governo per indicare le tangenti nda]". È la prima volta dall'entrata in vigore del nuovo esecutivo (avvenuta nel novembre 2012 e formalizzata nel febbraio 2013) che un dirigente di livello ministeriale e membro della Commissione centrale del Partito finisce sotto indagine.

Jiang (58 anni) è uno dei "protetti" di Zhou Yongkang, ex ministro della Sicurezza interna e membro della Commissione permanente del Politburo, l'organismo composto da 9 funzionari (all'epoca di Hu Jintao, ora ridotti a 7 da Xi Jinping) che di fatto rappresentano il governo centrale della Cina. Prima di divenire capo della Commissione di controllo, Jiang è stato presidente della China National Petroleum Corporation (Cnpc), azienda di Stato monopolista nel campo dell'energia e del petrolio. Nei giorni scorsi altri 4 importanti dirigenti della compagnia sono stati sospesi e messi sotto inchiesta dalla Commissione centrale per la disciplina.

L'incriminazione di Jiang segue di pochi giorni la notizia di un'inchiesta aperta dal Partito comunista contro il suo mentore e protettore. I più alti dirigenti del Pcc hanno infatti deciso "all'unanimità" di mettere sotto indagine Zhou, uno dei più potenti politici cinesi degli ultimi dieci anni, per corruzione. La mossa potrebbe scatenare una scossa ancora più potente di quella provocata dal processo contro Bo Xilai, considerato un alleato di Zhou e caduto in disgrazia per la sua opposizione alla fazione di Xi Jinping. I due avrebbero complottato per organizzare un colpo di Stato contro la presidenza di Hu Jintao.

Nel corso del decennio guidato da Hu, il ruolo di Zhou è divenuto molto centrale e molto criticato dalla società civile. Grazie all'autorità illimitata che gli è stata concessa, egli ha introdotto alcune delle misure più repressive nella storia della Cina moderna; ha dotato la pubblica sicurezza di fondi e poteri che non aveva mai avuto; ha ideato il sistema giuridico che permette alla polizia di trattenere chiunque (senza passare da un giudice) fino a un massimo di 6 mesi. Le sue riforme hanno permesso la persecuzione impunita di leader religiosi, attivisti per i diritti umani e dissidenti.

Dalla fine della Rivoluzione culturale, avvenuta quasi 40 anni fa, nessun membro della Commissione permanente del Politburo (in carica o in pensione) è mai finito sotto inchiesta per crimini economici. Secondo alcune fonti vicine alla leadership, la decisione è stata presa per incanalare contro Zhou l'insoddisfazione della popolazione e della dirigenza comunista a proposito dei sempre più frequenti scandali legati a tangenti e malversazioni avallate dal governo. Altri analisti sostengono invece che con queste nuove inchieste la leadership di Xi voglia mettere un freno alle correnti interne al Partito, dimostrando che "non si scappa" alla vendetta dei vertici al potere.

 

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