15/03/2017, 12.51
PAKISTAN

Cattolici pakistani: Il bando dei social media "non è la soluzione" della blasfemia online

Kamran Chaudhry

Ieri l’Assemblea nazionale ha ordinato la chiusura dei siti internet che contengono offese contro il profeta. Il premier Nawaz Sharif ha detto di assicurare alla giustizia i colpevoli. Il bando potrebbe colpire anche Radio Veritas. Segretario della Commissione per le comunicazioni sociali della Conferenza dei vescovi: “Lo sbaglio di pochi non deve compromettere il buono di molti”.

Lahore (AsiaNews) – Il bando dei social media “non è la soluzione per i commenti blasfemi pubblicati online”. Lo sostengono ad AsiaNews alcuni leader cattolici commentando il divieto imposto ieri dall’Assemblea nazionale. I deputati hanno stabilito la chiusura e l’eliminazione di siti internet che riportano offese contro il profeta. Nel frattempo l’Alta corte di Islamabad ha disposto un’indagine della Federal Investigation Agency sulle attività in rete dei cinque intellettuali e blogger rapiti a gennaio e riapparsi dopo un mese di prigionia e torture. Anche il premier Nawaz Sharif ha ordinato alle autorità di rimuovere tutti i contenuti blasfemi dalle pagine internet e assicurare i responsabili alla giustizia. P. Qaiser Feroz, segretario esecutivo della Commissione per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale pakistana, afferma: “Condanniamo le pagine Facebook che contengono commenti blasfemi, ma siamo contro un bando totale. Piuttosto le persone devono imparare ad usare i media con maggiore responsabilità”.

Approvando la decisione dell’Assemblea nazionale, ieri Sharif ha scritto sul suo profilo Twitter: “Ogni tipo di insulto alla dignità del profeta Maometto è imperdonabile”. Poi ha aggiunto che “l’amore per il profeta Maometto è il bene più importante per i fedeli”. Qualche ora prima l’Alta corte della capitale aveva avviato le indagini sulle pagine dei blogger sequestrati per aver espresso posizioni critiche delle frange radicali di governo e forze armate. Il mese scorso gli intellettuali sono stati accusati in maniera ufficiale di blasfemia, crimine che in Pakistan viene punito con la pena di morte. Riapparsi dalla cattività dopo più di un mese, le autorità ritengono che tutti siano fuggiti all’estero, anche se non si hanno notizie certe. L’unico che ha rotto il silenzio è stato Ahmad Waqas Goraya, blogger di Lahore, che è tornato a vivere in Olanda. Dall’esilio ha raccontato di essere stato torturato “oltre ogni limite”, con pugni, schiaffi e costretto in posizioni dolorose.

Shaukat Aziz Siddiqui, giudice dell’Alta corte della capitale, ha detto che d’ora in poi le autorità possono boccare i siti che contengono materiale offensivo. P. Feroz ritiene che la decisione sia sbagliata ed esprime preoccupazione. “Ogni giorno – afferma – noi pubblichiamo sul servizio in lingua urdu di Radio Veritas o sulla nostra pagina Facebook almeno 15 programmi radiofonici. Grazie a noi centinaia di persone, compresi anche tanti musulmani, ascoltano messaggi e storie di speranza. Gli sbagli compiuti da pochi non devono compromettere il buono di molti”.

Anche p. Morris Jalal, che mostra in diretta Facebook le sue omelie della domenica, respinge l’idea del blocco dei social network. “Nessuno deve insultare la religione altrui – dichiara – ma online ci sono anche tanti contenuti positivi. La Chiesa utilizza queste piattaforme per diffondere canzoni, programmi e raggiungere le comunità di lingua urdu che vivono all’estero. Tutto questo è molto importante se si considera che persino i poveri e le persone senza istruzione hanno accesso ai social media”.

In passato il Pakistan ha già attuato forme di censura e restrizione per l’utilizzo di internet. Nel 2007 ha bloccato i video di YouTube che mostravano offese conto il governo dell’ex presidente Pervez Musharraf. Nel 2010 le autorità hanno oscurato in via temporanea Facebook per alcune caricature di Maometto. Lo scorso anno il governo ha eliminato un bando per YouTube durato tre anni, dopo che sul sito erano state condivise le immagini del film “Innocence of Muslims”, considerato blasfemo sia dai cristiani che dai musulmani.

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