05/09/2017, 12.45
PAKISTAN
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Lahore, attivisti a sostegno della riduzione delle armi convenzionali

di Kamran Chaudhry

I membri del Center of Social Justice hanno discusso dei pericoli legati alla proliferazione delle armi. Nel 2015 il Pakistan è stato il decimo Paese al mondo per numero di armi acquistate. La “cultura del kalashnikov” diffusa dagli anni ’80; “nei libri di testo i soldati sono gli unici eroi”; la sicurezza delle chiese dipende da giovani armati fino ai denti.

Lahore (AsiaNews) – Gruppi di attivisti stanno organizzando manifestazioni pubbliche a sostegno del primo ministro Shahid Khaqan Abbasi, che ha dichiarato di voler ridurre le armi automatiche in Pakistan. Il 31 agosto scorso il Center of Social Justice (Csj) ha emesso una nota in cui “chiede con un urgenza al governo di adottare una politica onnicomprensiva per la demilitarizzazione della società”.

Era stato lo stesso Abbasi a esprimersi in questa direzione durante il discorso di insediamento il primo agosto. Il neo-premier ha detto che “solo la polizia e le forze armate devono essere in possesso delle armi e il governo federale sequestrerà tutte le armi automatiche in mano ai privati, dando in cambio dei compensi”. Inoltre Abbasi ha costituito un comitato per confrontare le proposte dei membri del governo delle province di Balochistan e Khyber Pakhtunkhwa, le più colpite dai attacchi suicidi, che si sono opposti al bando delle armi automatiche.

Peter Jacob, cattolico e direttore esecutivo di Csj, afferma: “Appoggiamo i suoi sforzi per costruire la pace e la non violenza. Questo è un nuovo inizio, un cambiamento esemplare. La libera licenza per le armi automatiche a tutti i cittadini diffonde armi illegali e ha avuto serie ripercussioni sul mantenimento dell’ordine, la proliferazione di crimini violenti e la brutalizzazione della società, in particolare per quanto riguarda la violenza contro i settori deboli della società: donne, bambini, minoranze religiose e chiunque sia considerato diverso o strano”.

L’attivista è intervenuto durante il seminario che si è svolto a Lahore, cui hanno partecipato avvocati, rappresentanti delle Ong e politici. I relatori hanno espresso grave preoccupazione per i crimini legati all’utilizzo delle armi, come il contrabbando, la vendita e la promozione di una mentalità della guerra. Il Csj sta anche progettando di organizzare eventi simili in altre città.

Devastato da anni di terrorismo, il Pakistan non ha firmato il Trattato sul commercio delle armi del 2014 che regola lo scambio internazionale di armi convenzionali. Nel 2015 la potenza nucleare era al decimo posto nella classifica mondiale dei maggiori importatori. I due Paesi che esportano di più in Pakistan sono Serbia e Cina. Le armi che vengono contrabbandate nelle città provengono per lo più dalle province di Balochistan e Khyber Pakhtunkhwa al confine con l’Afghanistan.

Secondo media ufficiali, a giugno 2016 circa 352mila pakistani erano in possesso d’armi. Farooq Tariq, musulmano e segretario generale del Labour Party of Pakistan, sostiene che “la cultura del kalashnikov” è emersa dopo l’islamizzazione del sistema legale, avvenuta negli anni ’80 sotto la dittatura militare di Zia-ul-Haq. Tariq dice ad AsiaNews che “i nostri libri di testo glorificano le guerre, e i soldati sono i nostri unici eroi. Le pistole giocattolo sono le più diffuse tra i bambini maschi. Il termine islamico di jihad è esagerato. Ognuno dei nostri governanti possiede almeno 20 porti d’armi. Le pistole sono sinonimo di campagne elettorali, sono diventate un simbolo di coraggio e virilità. Tutto questo ha danneggiato il nostro tessuto morale e sociale”. Secondo il leader musulmano, “i governi federale e provinciale devono iniziare una politica di dialogo per limitare le armi e le munizioni. Oltre a questo, [devono delineare] un piano d’azione per costruire la pace nella società che possa contribuire allo sviluppo economico e alla stabilità della democrazia”.

Dopo il massacro di 134 bambini nella scuola militare di Peshawar, compiuto dai talebani nel 2014, i luoghi di culto delle minoranze e alcuni importanti edifici sono stati fortificato con filo spinato, barricate, muri più alti e telecamere di sicurezza. Gruppi della sicurezza guidati da giovani armati fino ai denti sono diventati una componente essenziale per tutte le chiese del Paese. I media riferiscono che dal 2003 più di 60mila persone (di cui 21.895 civili) sono rimaste uccise in attacchi terroristici.

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