30/01/2026, 10.34
KUWAIT - GOLFO
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P. Dominic: 'I miei 52 anni da sacerdote nel Golfo'

di Dario Salvi

Nella nuova puntata del reportage di AsiaNews nel vicariato del Nord Arabia la testimonianza del sacerdote originario di Goa, volto cordiale e memoria della comunità cristiana locale. In un diario segna ogni celebrazione e la sua intenzione: ad oggi ha amministrato quasi 8200 battesimi e 750 matrimoni. La fede più forte delle difficoltà e dei fattori di criticità. Il desiderio? “Una vita santa e continuare nella preghiera”. 

Kuwait City (AsiaNews) - Una missione che oggi si fa “più difficile, bisogna mantenere un basso profilo anche nel mostrare pubblicamente segni visibili [come le croci]”, ma che va vissuta con fede e coraggio “testimoniandola con il nostro comportamento, più che a parole”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Dominic Santamaria (al centro nella foto), sacerdote indiano e memoria storica della Chiesa in Kuwait, dove svolge la propria missione da oltre 52 anni. “Oggi possiamo e dobbiamo proclamare Gesù con i gesti, con un approccio gentile” prestando, al tempo stesso, grande attenzione “al linguaggio che utilizziamo, ai discorsi”. Bisogna essere “coraggiosi, per restare anche a fronte di qualche timore o pericolo” mostrando così “il volto della santità con il nostro approccio gentile, senza forza”.

Il Kuwait è parte del vicariato apostolico dell’Arabia settentrionale, un territorio che comprende anche Bahrein, Qatar e Arabia Saudita. Al suo interno, si incontrano realtà diverse con esigenze peculiari per ciascuna delle quatto parrocchie che la compongono: la co-cattedrale della Sacra Famiglia a Kuwait City, a lungo sede del vicariato; la chiesa parrocchiale di Nostra Signora d’Arabia ad Ahmadi; la parrocchia di Santa Teresa a Salmiya; la parrocchia di san Daniele Comboni a Jleeb Al-Shuyoukh, meglio nota come Abbasiya. Il 16 gennaio scorso il segretario di Stato Vaticano card. Pietro Parolin e il vicario apostolico mons. Aldo Berardi hanno guidato la cerimonia eucaristica per l’elevazione a Basilica Minore della chiesa di Nostra Signora d’Arabia. Una occasione di festa per una realtà che lo stesso vicario ha definito definito “in sofferenza”, ma non per questo ha perso la speranza e caratterizzata da una fede profonda - e feconda - come conferma lo stesso p. Dominic, primo sacerdote a essere incardinato in questo vicariato latino. 

Lo abbiamo incontrato nella co-cattedrale della Sacra Famiglia a Kuwait City, la sua “casa” sin dai primi tempi della missione nell’emirato arabo nel lontano 1973. Una comunità oggi composta da oltre una decina di sacerdoti provenienti fra gli altri da India, Filippine, Sri Lanka e guidata dal parroco p. Gaspar Fernandes, cappuccino indiano, con i suoi numerosi riti: latino, siro-malabarese, maronita e copto cattolico. Nato a Mapusa, cittadina del distretto di Goa Nord, nel territorio federato di Goa (India) il 17 aprile 1945, p. Dominic ha compiuto gli studi nel seminario del Patriarcato Latino di Gerusalemme nei pressi di Beit Jala (vicino a Betlemme, in Palestina).

Viene ordinato sacerdote il 27 giugno 1970 dall’allora patriarca latino di Gerusalemme mons. Alberto Gori alla basilica della Dormizione a Gerusalemme, poi viene assegnato come primo incarico alla chiesa della Sacra Famiglia a Crater, Aden, nello Yemen. Il 27 ottobre 1973 viene trasferito nella cattedrale di Kuwait City, che resterà il centro della missione per i successivi 52 anni, che prosegue ancora oggi anche se, a causa dell’età e alcuni acciacchi, è costretto sulla sedia a rotelle. Per essere rimasto nel Paese anche negli anni dell’invasione dell’esercito iracheno e della (prima) guerra del Golfo ha ricevuto un primo riconoscimento da san Giovanni Paolo II cui è seguita, il 30 novembre 2005, la Croce d’Onore “Pro Ecclesia Et Pontifice” consegnata da papa Benedetto XVI.

Il sacerdote ripercorre alcuni fra gli eventi più significativi della storia recente della nazione, contraddistinti da fasi prolungate di tensione e conflitto, come la Prima guerra del Golfo fra il 1990 e il 1991 in seguito all’invasione delle truppe irachene dell’allora dittatore Saddam Hussein. “Sono arrivato per la prima volta in Kuwait il 27 ottobre del 1973, all’epoca avevo 28 anni” racconta il sacerdote. “Arrivavo dallo Yemen - prosegue - che al tempo era parte del vicariato dell’Arabia, mentre il Kuwait era un vicariato a sé”. Nei primi tempi, aggiunge, “i cattolici non erano molto numerosi, poi è iniziato il processo migratorio con l’arrivo di fedeli di riti diversi. E dalle messe solo in inglese abbiamo cominciato a celebrarle in altre lingue, con l’arrivo di nuovi sacerdoti”.

In tema di celebrazioni, il prete originario di Goa ha mantenuto in tutti questi anni un registro meticoloso, aggiornato ai primi di dicembre quando lo abbiamo incontrato all’interno della co-cattedrale dove vive: “Al mio arrivo, dato che ero il più giovane fra i sacerdoti - racconta - l’allora vescovo [lo spagnolo mons. Victor León Esteban San Miguel y Erce, ndr] mi ha affidato il compito di celebrare le messe e i riti, come i battesimi e i matrimoni. Dal giorno dell’ordinazioni ho celebrato 8124 battesimi e 748 matrimoni. Li ricordo tutti, perché tengo un diario in cui segno il luogo, la data e le persone”. E quando gli chiediamo delle messe, risponde sicuro: “Sono 300.423 dal primo giorno di ordinazione… e continuano, scrivendo ogni volta l’intenzione”.

Fra le molte celebrazioni, menziona un “battesimo speciale” di un bambino che, al termine del rito, “mi ha regalato una radio transistor che uso ancora oggi. Mi ricordo bene questa persona - racconta p. Dominic - che è deceduta durante le prime fasi del Covid-19. L’ultima volta che l’ho visto andava a messa sorridente, poi ho saputo della sua morte. Qualche tempo dopo ho incontrato sua moglie, una famiglia che porto nel mio cuore e nelle preghiere”. I cattolici in Kuwait “sono molto attivi e partecipi, sono disposti a compiere sacrifici pur di partecipare alle celebrazioni e la cattedrale [assieme alla neo-Basilica Minore] è il loro punto di riferimento. Spesso vengono anche dalle altre parrocchie, dove incontrano maggiori difficoltà” a livello di riti e funzioni.

Le criticità non spengono l’entusiasmo e il desiderio di vivere la fede, pur restando parte integrante del cambiamento della società e del Paese. “Oggi vi sono maggiori controlli, le persone devono prestare più attenzione - confida il sacerdote - e anche il rapporto fra i locali e gli ‘expat’ è più complicato. I lavoratori migranti rivolgono alla chiesa per chiedere aiuto, anche a livello finanziario, perché la loro condizione soprattutto sul piano economico è più difficoltosa. Politica, dialogo interreligioso, riferimenti ad alcuni Stati - sottolinea - sono oggi tema sensibile”. Un’ultima riflessione p. Dominic la riserva agli anni vissuti nel Golfo: “Sul piano personale non sono stanco di questa missione, ma vivo ogni giorno la realtà quotidiana. E chiedo solo - conclude - di poter continuare a pregare e di mantenere sempre una vita santa”. 

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